PAS 2060 e ISO 14068: standard che certificano la carbon neutrality
Con la legge europea sul clima l’Ue si impegna al raggiungimento della carbon neutrality entro il 2050. Le azioni dell’Unione europea non sono però sufficienti da sole nella lotta contro i cambiamenti climatici; per raggiungere l’obiettivo net zero (azzeramento delle emissioni) è necessaria una collaborazione globale.
Esistono diversi standard, strumenti e metodologie di supporto alle organizzazioni, utili all’abbattimento delle emissioni, alla gestione dei gas serra e al calcolo dell’impronta di carbonio. Un esempio sono gli standard che certificano la carbon neutrality: PAS 2060 e ISO 14068, quest’ultimo in fase di sviluppo.
Vediamo cosa si intende per neutralità climatica, cosa sono le certificazioni per la carbon neutrality e quali vantaggi portano alle aziende.
Neutralità climatica: cos’è e come raggiungerla
La neutralità climatica è il risultato di un bilanciamento tra le emissioni residue generate durante il ciclo di vita di un prodotto, di un servizio o di un’attività e il loro riassorbimento in atmosfera. Le emissioni di CO2 che non si possono ridurre sono compensate.
Il 14 luglio 2021 la Commissione europea ha adottato il pacchetto climatico Fit for 55. Tutti gli Stati membri hanno preso l’impegno di portare l’Ue ad essere il primo continente ad impatto climatico zero entro il 2050; ciò mediante il raggiungimento di un primo traguardo che prevede la riduzione delle emissioni di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli raggiunti nel 1990.
ISO 14068: certificare la carbon neutrality
L’Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione (ISO) sta lavorando alla stesura del nuovo standard ISO 14068 “Greenhouse gas management and related activities — Carbon neutrality” per certificare la carbon neutrality.
La ISO 14068 intende promuovere una comprensione comune in merito alla neutralità carbonica e le modalità per potervi contribuire; si rivolge alle organizzazioni pubbliche e private. In attesa della sua pubblicazione, prevista per il 2023, il riferimento normativo è lo standard PAS 2060 “Specification for the demonstration of carbon neutrality”.
PAS 2060: cos’è?
Lo standard PAS 2060 è stato lanciato nel 2010 dalla British Standard Institution (BSI) ed è riconosciuto a livello internazionale. Può essere utilizzato da aziende di qualsiasi settore e dimensione al fine di migliorare le proprie performance nell’ambito della carbon neutrality e aumentare la trasparenza delle dichiarazioni carbon neutral.
È applicabile a diverse attività e ambiti (costruzioni, produzione, trasporti, ecc.) e garantisce uniformità nelle tecniche di calcolo delle emissioni climalteranti, della loro riduzione, compensazione e di reporting finale.
PAS 2060 e decarbonizzazione: come funziona?
La norma PAS 2060 definisce un percorso di decarbonizzazione che parte dal calcolo e dalla riduzione delle emissioni di CO2, avvalendosi della carbon footprint (ISO 14064 e ISO 14067) fino alla compensazione delle emissioni che non è possibile ridurre.
La compensazione della CO2 avviene mediante i crediti di carbonio certificati e verificati da un ente terzo che garantisce l’assenza di carbon leakage (le emissioni di CO2 non aumentano in un’altra area a seguito della riduzione nell’area del progetto) ed evita il double counting (situazione di doppio conteggio per la stessa rimozione di carbonio o riduzione delle emissioni).
La certificazione PAS 2060 si ottiene a seguito di validazione delle azioni intraprese e dei risultati raggiunti mediante apposita documentazione.
PAS 2060 carbon neutrality: i vantaggi della certificazione
Il vantaggio principale della certificazione PAS 2060 riguarda il coinvolgimento degli stakeholder. Le affermazioni sono verificate, verificabili e trasparenti, contrastando il fenomeno del greenwashing. Inoltre le aziende che ottengono la certificazione PAS 2060 raggiungono:
ottimizzazione nell’uso delle risorse, riduzione dei consumi energetici e abbattimento dei costi;
accesso a nuovi mercati e fondi di investimento;
migliore posizionamento sul mercato, con conseguente fidelizzazione di clienti e consumatori, nonché nuove acquisizioni.
I progetti scelti per la compensazione delle emissioni di CO2 contribuiscono a ulteriori benefici per l’azienda, in termini di decarbonizzazione, di visibilità e di valore aggiunto agli occhi degli investitori.
Come diventare un’azienda carbon neutral: il nostro percorso di sostenibilità
La sostenibilità e l’etica sono un elemento altamente riconosciuto che le imprese possono sfruttare a proprio vantaggio anche sul mercato, ma è necessario realizzare azioni e interventi certificati per rendere tutto tangibile, concreto e verificabile. Le certificazioni aziendali attestano le performance di valore dell’azienda, la responsabilità sociale e l’impegno nei confronti dell’ambiente, della comunità e degli stakeholder.
Con la ISO 14068 certifichi la carbon neutrality della tua azienda; è la garanzia di come contribuisci realmente alla lotta ai cambiamenti climatici e all’obiettivo net zero.
Il nostro percorso di sostenibilità prevede la definizione di una strategia immediata e reale; insieme stabiliamo gli interventi da attuare, le priorità e gli obiettivi da raggiungere.
Vuoi sapere come diventare un’azienda carbon neutral? Lasciaci i tuoi dati, sarai ricontattato da un un nostro consulente.
Articoli correlati
UNI/TS 11820 e UNI/TR 11821: cosa devono sapere le aziende
La UNI TS 11820 definisce una metodologia per misurare il livello di circolarità delle organizzazioni. Ma quali indicatori utilizza? Come si applica alle aziende? E quale rapporto ha con la UNI/TR 11821:2023, dedicata alle buone pratiche di economia circolare?
L’economia circolare richiede risposte basate sui dati. Ridurre gli scarti, recuperare materiali o prolungare la vita dei prodotti sono attività importanti, ma per valutarne gli effetti occorre una metodologia che permetta di analizzare i risultati.
In questo contesto si inseriscono la UNI/TS 11820:2024 e la UNI/TR 11821:2023, due documenti tecnici italiani che affrontano aspetti complementari dell’economia circolare.
La prima definisce una metodologia per misurare il livello di circolarità delle organizzazioni. La seconda raccoglie e analizza buone pratiche che possono offrire riferimenti utili alle imprese.
In questo articolo vedremo cosa prevedono la UNI/TS 11820 e la UNI/TR 11821, quali differenze esistono tra i due documenti, come si collocano nel quadro degli standard per l’economia circolare e quali informazioni possono ricavarne le aziende.
Economia circolare: perché servono standard e criteri condivisi
L’economia circolare punta a mantenere il valore di prodotti, materiali e risorse il più a lungo possibile, riducendo la produzione di rifiuti e il consumo di materie prime vergini.
Per un’impresa manifatturiera, questo può significare utilizzare materiali riciclati, recuperare gli scarti di lavorazione, progettare componenti riparabili oppure modificare i processi per ridurre le perdite di risorse.
Tuttavia, adottare singole iniziative non permette automaticamente di conoscere il livello di circolarità dell’intera organizzazione.
Un’azienda potrebbe recuperare gran parte dei propri rifiuti, ma continuare a utilizzare elevate quantità di materie prime vergini. Oppure potrebbe progettare prodotti durevoli senza disporre di informazioni sufficienti sul loro destino al termine dell’utilizzo.
Gli standard per l’economia circolare aiutano a superare questa lettura frammentata, attraverso definizioni, metodologie e criteri condivisi.
La misurazione permette di individuare le aree in cui le risorse vengono utilizzate in modo più efficiente e quelle nelle quali è possibile intervenire.
UNI/TS 11820: cos’è e a cosa serve
La UNI/TS 11820 è una specifica tecnica italiana dedicata alla misurazione della circolarità delle organizzazioni.
Il documento definisce una metodologia basata su indicatori che consentono di valutare diversi aspetti legati all’utilizzo delle risorse, ai processi e alle attività aziendali.
La UNI/TS 11820 non si limita quindi a considerare la percentuale di rifiuti avviati al riciclo, ma propone una valutazione più ampia, che coinvolge differenti dimensioni dell’organizzazione.
L’obiettivo è misurare il livello di circolarità attraverso un metodo strutturato, individuare le aree di miglioramento e monitorare i risultati nel tempo.
Cosa prevede la UNI/TS 11820:2024
La UNI/TS 11820:2024, pubblicata il 14 novembre 2024 in sostituzione dell’edizione 2022, definisce un metodo di misurazione della circolarità applicabile alle organizzazioni e ai gruppi di organizzazioni.
La metodologia prevede l’utilizzo di indicatori e la determinazione di un livello di circolarità, espresso attraverso un punteggio finale.
Tra gli ambiti considerati nella valutazione rientrano:
Risorse materiali: quantità, provenienza e caratteristiche dei materiali utilizzati nei processi aziendali.
Risorse energetiche e idriche: gestione dei consumi e utilizzo delle risorse.
Rifiuti e sottoprodotti: flussi in uscita e possibilità di recupero e valorizzazione.
Prodotti e servizi: caratteristiche che possono favorire durata, riutilizzo, riparazione e recupero.
Gestione aziendale: processi e attività che contribuiscono all’adozione di modelli circolari.
L’applicazione richiede di definire il perimetro della valutazione, individuare gli indicatori pertinenti e raccogliere i dati necessari.
Il risultato permette di rappresentare il livello di circolarità dell’organizzazione secondo la metodologia prevista dalla specifica tecnica.
Il punteggio non equivale a una percentuale di materiali riciclati: deriva dall’applicazione di un insieme di indicatori e dalle regole di calcolo previste dal documento.
La UNI/TS 11820 è obbligatoria?
La UNI/TS 11820 non è obbligatoria per tutte le aziende.
Si tratta di una specifica tecnica volontaria, che le organizzazioni possono adottare per misurare il proprio livello di circolarità.
Occorre distinguere gli standard tecnici dalle disposizioni legislative.
Le direttive e i regolamenti europei sull’economia circolare possono introdurre obblighi relativi alla gestione dei rifiuti, alla progettazione dei prodotti, alle informazioni ambientali e ad altri aspetti specifici.
Questo non significa, però, che ogni impresa debba applicare automaticamente la UNI/TS 11820.
L’adozione della metodologia può essere utile anche per rispondere alle richieste informative della filiera, raccogliere dati per la rendicontazione di sostenibilità e definire obiettivi di miglioramento.
UNI/TR 11821: cos’è e cosa contiene
La UNI/TR 11821:2023 è un rapporto tecnico dedicato alla raccolta e all’analisi di buone pratiche di economia circolare.
A differenza della UNI/TS 11820, non definisce una metodologia per attribuire un punteggio di circolarità alle organizzazioni.
Il documento presenta esperienze e modelli applicati da organizzazioni italiane, con l’obiettivo di offrire esempi utili per comprendere come i principi dell’economia circolare possano tradursi in attività e processi aziendali.
Il rapporto raccoglie 41 buone pratiche, relative a differenti ambiti e modelli di circolarità.
Tra le soluzioni analizzate rientrano, per esempio, l’estensione della vita utile dei prodotti, i modelli di prodotto come servizio e l’utilizzo dei sottoprodotti.
Per le aziende, il valore del documento consiste nella possibilità di esaminare esperienze già sviluppate e valutare quali approcci possano essere pertinenti alla propria attività.
Differenza tra UNI/TS 11820 e UNI/TR 11821
I due documenti affrontano esigenze differenti.
Documento
Obiettivo
Utilità per l’azienda
UNI/TS 11820:2024
Definire una metodologia per misurare la circolarità delle organizzazioni.
Valutare il livello di circolarità attraverso indicatori e individuare aree di miglioramento.
UNI/TR 11821:2023
Raccogliere e analizzare buone pratiche di economia circolare.
Conoscere esperienze e modelli applicativi da cui ricavare spunti per la propria attività.
La distinzione è quindi chiara: la UNI/TS 11820 serve a misurare, mentre la UNI/TR 11821 aiuta a conoscere esperienze e soluzioni di economia circolare.
Non si tratta di due metodologie alternative di calcolo. Possono invece essere utilizzate per esigenze complementari.
Quale standard deve considerare un’azienda?
La scelta dipende dall’obiettivo dell’organizzazione e dalle informazioni che intende ottenere.
Se l’esigenza è misurare il livello di circolarità aziendale, la UNI/TS 11820:2024 è il riferimento specifico tra i due documenti. La metodologia si applica a livello micro, per esempio a una singola organizzazione, e a livello meso, come nel caso di gruppi di organizzazioni o filiere.
Il sistema di misurazione restituisce un punteggio finale, ma non stabilisce un livello minimo universale che un’azienda debba raggiungere per essere considerata circolare.
Se invece l’impresa vuole conoscere esperienze di economia circolare già sviluppate, può consultare la UNI/TR 11821:2023. Il rapporto analizza buone pratiche, i relativi risultati e le possibilità di applicazione in altri contesti.
Per approfondire i contenuti dei due documenti, è possibile consultare le schede ufficiali UNI:
Nel quadro degli standard per l’economia circolare rientra anche la ISO 59020:2024, dedicata alla misurazione e alla valutazione delle prestazioni di circolarità.
La UNI/TS 11820:2024 costituisce un riferimento tecnico nazionale, mentre la ISO 59020:2024 propone un quadro metodologico internazionale.
I due documenti affrontano lo stesso ambito generale, ma non devono essere considerati automaticamente intercambiabili: per applicarli correttamente occorre esaminare indicatori, perimetri e regole di valutazione previsti da ciascuno.
Anche UNI affronta il confronto tra i due standard nei propri percorsi formativi dedicati alla misurazione della circolarità.
Dalla misurazione al miglioramento della circolarità
Conoscere il livello di circolarità è utile soprattutto quando il risultato diventa il punto di partenza per modificare i processi aziendali.
Una valutazione può evidenziare, per esempio, che uno stabilimento utilizza una quantità elevata di materie prime vergini, produce scarti difficili da recuperare oppure dispone di poche informazioni sulla provenienza dei materiali acquistati.
A partire da questi dati, l’azienda può individuare interventi specifici: sostituire parte delle materie prime, recuperare materiali di lavorazione, modificare gli imballaggi o progettare prodotti più facili da riparare.
La misurazione successiva permette di verificare se gli interventi hanno modificato il livello di circolarità rispetto alla situazione iniziale.
Un percorso di valutazione può essere organizzato in cinque fasi:
Definire il perimetro: individuare l’organizzazione o il gruppo di organizzazioni oggetto dell’analisi.
Raccogliere i dati: ricostruire i flussi di materiali, risorse e prodotti necessari alla valutazione.
Applicare gli indicatori: utilizzare le regole della UNI/TS 11820 per misurare il livello di circolarità.
Analizzare i risultati: individuare le aree nelle quali il punteggio evidenzia possibilità di miglioramento.
Monitorare i progressi: ripetere la valutazione nel tempo per verificare gli effetti degli interventi.
Per esempio, un’impresa che realizza componenti metallici può analizzare le quantità di materiale acquistato, gli scarti generati dalle lavorazioni e le quote recuperate.
Se l’analisi evidenzia una forte dipendenza da materie prime vergini, l’azienda può valutare forniture con contenuto riciclato oppure modifiche ai processi che riducano gli scarti di taglio.
La UNI/TS 11820 consente di inserire queste informazioni in una valutazione più ampia, anziché considerarle come iniziative isolate.
Il supporto di Tecno Group per la circolarità aziendale
Misurare la circolarità richiede dati affidabili e una lettura dei processi che coinvolga acquisti, produzione, gestione dei materiali e attività ambientali.
Attraverso i servizi dedicati alla Circular Economy, Tecno Group affianca le imprese nell’analisi della circolarità e nell’individuazione delle opportunità di miglioramento.
La valutazione può rappresentare il punto di partenza per definire interventi sulle risorse utilizzate, sui processi produttivi e sulla gestione degli scarti, con obiettivi misurabili nel tempo.
In sintesi
La UNI/TS 11820:2024 e la UNI/TR 11821:2023 rappresentano due riferimenti distinti per le aziende che vogliono affrontare il tema dell’economia circolare.
La prima definisce un metodo per misurare la circolarità attraverso indicatori e un punteggio finale. La seconda raccoglie buone pratiche che mostrano come i principi dell’economia circolare possano trovare applicazione nelle organizzazioni.
Per le imprese, il passaggio più importante è collegare la misurazione alle scelte operative: dall’acquisto delle materie prime alla progettazione dei prodotti, fino al recupero degli scarti.
Conoscere il livello di circolarità permette di individuare dove intervenire e verificare nel tempo gli effetti delle modifiche introdotte.
Come si calcola l’indice di circolarità: guida pratica
Quanto sono circolari i processi di un’azienda? Per rispondere non basta conoscere la percentuale di rifiuti riciclati. Occorre osservare come materiali, risorse ed energia entrano nei processi, quanto a lungo mantengono il proprio valore e cosa accade quando escono dal ciclo produttivo.
L’indice di circolarità serve a trasformare queste informazioni in dati misurabili. La valutazione può includere materie prime, materiali riciclati, riutilizzo, recupero, rifiuti, acqua ed energia, con indicatori scelti in funzione del perimetro analizzato.
Non esiste però un unico indice valido in ogni situazione. Il risultato dipende dal metodo adottato, dagli indicatori selezionati e dai confini dell’analisi. Oggi esistono standard specifici che aiutano le organizzazioni a costruire questa misurazione, tra cui UNI/TS 11820 e ISO 59020.
In questo articolo vedremo come si misura l’economia circolare, quali indicatori di sostenibilità ambientale possono essere utilizzati e come costruire una valutazione capace di mostrare dove le risorse restano nel ciclo e dove, invece, si disperdono.
Cos’è l’indice di circolarità
L’indice di circolarità è uno strumento utilizzato per rappresentare attraverso dati e indicatori il livello di circolarità di un’organizzazione, di un prodotto o di un processo.
L’obiettivo è superare una lettura basata su un solo dato. Una percentuale elevata di raccolta differenziata, per esempio, non descrive da sola quanto un’impresa sia circolare.
Occorre osservare l’intero flusso delle risorse: quali materiali entrano, da dove provengono, come vengono utilizzati, quanto durano e quale destinazione hanno al termine dell’utilizzo.
Per questo la misurazione può integrare indicatori quantitativi e informazioni qualitative, così da costruire una fotografia più ampia dell’organizzazione.
Per approfondire l’approccio di Tecno Group puoi consultare la pagina dedicata alla Circular Economy.
Come si misura l’economia circolare
Misurare l’economia circolare significa innanzitutto stabilire cosa si vuole misurare.
Il perimetro può comprendere l’intera organizzazione, uno stabilimento, un processo oppure uno specifico prodotto. Questa scelta influenza i dati da raccogliere e gli indicatori da utilizzare.
Il passaggio successivo consiste nel ricostruire i principali flussi in ingresso e in uscita. Materie prime, materiali riciclati, acqua ed energia entrano nei processi produttivi; prodotti, sottoprodotti, emissioni e rifiuti ne rappresentano alcuni degli output.
La misurazione permette di capire quanta parte delle risorse mantiene il proprio valore e quanta, invece, esce dal ciclo.
Quali dati raccogliere
Per costruire un indice di circolarità servono dati affidabili e riferiti a un periodo e a un perimetro definiti.
Tra le informazioni da raccogliere possono rientrare:
quantità e tipologia dei materiali utilizzati;
quota di materia prima vergine e riciclata;
materiali provenienti da fonti rinnovabili;
quantità di scarti prodotti;
quota di rifiuti destinata a recupero o riciclo;
consumi di acqua;
consumi e fonti energetiche;
durata, riparabilità e possibilità di riutilizzo dei prodotti;
recupero di componenti e materiali a fine vita.
La disponibilità dei dati determina anche la profondità dell’analisi. Se alcune informazioni non vengono ancora raccolte, la prima valutazione può servire proprio a mostrare le caselle vuote della mappa e a impostare un sistema di monitoraggio più completo.
Come si calcola l’indice di circolarità
Non esiste una formula universale nella quale inserire pochi valori per ottenere il livello di circolarità di qualsiasi azienda.
Il calcolo dipende dalla metodologia scelta. In generale, il percorso mette in relazione indicatori riferiti ai flussi di risorse con il perimetro e gli obiettivi della valutazione.
Un esempio semplice aiuta a capire il principio. Se un’impresa utilizza 1.000 tonnellate di materiale in un anno e 300 provengono da materia riciclata, la quota di materiale riciclato in ingresso è:
300 / 1.000 × 100 = 30%
Questo dato descrive però soltanto una parte del quadro. La stessa azienda potrebbe avere un’elevata percentuale di materiale riciclato in ingresso, ma produrre grandi quantità di scarti non recuperabili.
Per questo un indice di circolarità deve mettere in relazione più dimensioni.
Input: cosa entra nel processo
La prima area riguarda le risorse utilizzate.
L’analisi può distinguere, per esempio, materie prime vergini, materie seconde e materiali provenienti da fonti rinnovabili.
Una maggiore quota di materiali riciclati o recuperati può indicare una minore dipendenza da risorse vergini, ma il dato deve essere letto insieme agli altri indicatori del processo.
Utilizzo: cosa accade durante il processo
La seconda area riguarda ciò che accade all’interno dell’azienda.
Qui possono entrare indicatori relativi a consumi di energia e acqua, efficienza nell’utilizzo delle materie, produzione di scarti e capacità di reinserire residui all’interno dello stesso processo o di altri cicli produttivi.
Gli indicatori di sostenibilità ambientale aiutano quindi a osservare dove si concentrano consumi e perdite.
Output: cosa esce dal processo
Infine occorre osservare cosa accade alle risorse dopo il loro utilizzo.
Rifiuti destinati al riciclo, componenti recuperati, prodotti riparabili, materiali riutilizzati e sottoprodotti possono contribuire a descrivere la capacità dell’organizzazione di chiudere o allungare i cicli delle risorse.
Anche in questo caso, una singola percentuale non è sufficiente: gli output devono essere collegati ai materiali inizialmente immessi nel processo e alle caratteristiche del prodotto.
Quali indicatori di sostenibilità utilizzare
Gli indicatori di sostenibilità permettono di tradurre i flussi aziendali in grandezze confrontabili.
La scelta dipende dal settore e dal perimetro dell’analisi. Un’impresa manifatturiera che utilizza grandi quantità di acciaio avrà esigenze differenti rispetto a un’azienda alimentare o a un’organizzazione di servizi.
Tra gli indicatori possono rientrare la percentuale di materia riciclata utilizzata, il tasso di recupero dei materiali, la quantità di rifiuti per unità di prodotto, il consumo di acqua, il consumo energetico e la quota di risorse mantenute nel ciclo.
È importante evitare di trasformare l’indice in una raccolta indiscriminata di KPI. Ogni indicatore deve descrivere una parte precisa del flusso delle risorse e deve poter essere alimentato da dati verificabili.
Indicatori quantitativi e qualitativi
Non tutto ciò che determina la circolarità può essere descritto immediatamente in chilogrammi, metri cubi o kWh.
Accanto agli indicatori quantitativi possono quindi essere valutati elementi relativi alla progettazione dei prodotti, ai criteri di acquisto, alla gestione dei fornitori e alla presenza di procedure dedicate al recupero delle risorse.
La combinazione delle due letture permette di capire non soltanto quanto materiale viene recuperato oggi, ma anche se l’organizzazione possiede processi capaci di migliorare quel risultato nel tempo.
ISO 59020 e misurazione della circolarità
Un riferimento internazionale specifico è la ISO 59020:2024, Circular economy – Measuring and assessing circularity performance.
Lo standard definisce requisiti e indicazioni per misurare e valutare le performance di circolarità attraverso un processo strutturato e l’utilizzo di indicatori. Può essere applicato a diversi livelli di un sistema economico e permette di definire il perimetro della misurazione, raccogliere i dati e interpretare i risultati.
La ISO 59020 aiuta quindi a evitare uno degli errori più frequenti: attribuire la circolarità di un’organizzazione a un solo indicatore.
La fonte ufficiale può essere consultata direttamente sul sito ISO, ISO 59020:2024.
Dalla misurazione al Circular Check
Calcolare indicatori serve soprattutto a individuare dove intervenire.
Per questo la misurazione può essere inserita all’interno di un assessment più ampio. Il Circular Check consente di osservare diverse aree dell’organizzazione e mettere in relazione dati su materiali, processi, energia, logistica e gestione degli scarti.
In questo modo il risultato non rimane una percentuale isolata, ma diventa una mappa delle aree nelle quali il ciclo delle risorse funziona e dei punti nei quali si interrompe.
Per approfondire questo passaggio puoi leggere anche l’articolo Tecno Group dedicato al Circular Check e alla valutazione della circolarità aziendale [inserire URL dell’articolo precedente una volta pubblicato].
Indice di circolarità: come leggere il risultato
Un indice acquista significato quando viene letto nel tempo.
La prima misurazione definisce una baseline. Le rilevazioni successive permettono di verificare se gli interventi introdotti hanno modificato i flussi osservati.
Se, per esempio, aumenta la percentuale di materia riciclata utilizzata, diminuiscono gli scarti destinati a smaltimento e cresce la quota di componenti recuperati, gli indicatori permettono di osservare il cambiamento attraverso valori confrontabili.
La misurazione può così supportare la definizione di obiettivi e priorità, oltre alla raccolta di informazioni utili per la rendicontazione di sostenibilità.
E i circoli di qualità?
I circoli di qualità appartengono a un ambito differente rispetto agli indicatori utilizzati per calcolare la circolarità.
Si tratta di gruppi di persone che analizzano problemi e possibili miglioramenti legati ai processi aziendali. Non rappresentano quindi un indicatore di economia circolare né un metodo per calcolarne direttamente le performance.
Possono però trovare spazio nei processi organizzativi dedicati al miglioramento, anche quando l’impresa lavora sulla riduzione degli sprechi o sulla revisione dei flussi produttivi.
Non forzerei ulteriormente questa keyword nel testo, perché il legame semantico con l’indice di circolarità è debole e rischierebbe di rendere l’articolo meno preciso.
In sintesi
L’indice di circolarità permette di trasformare materiali, consumi, scarti e capacità di recupero in informazioni misurabili.
Il calcolo non coincide con una formula unica. Occorre prima definire il perimetro dell’analisi, raccogliere i dati sui flussi in ingresso e in uscita e scegliere indicatori di sostenibilità ambientale coerenti con le caratteristiche dell’organizzazione.
Standard come ISO 59020 offrono un riferimento per strutturare la misurazione, mentre strumenti come il Circular Check permettono di ampliare la lettura e individuare le aree sulle quali intervenire.
L’obiettivo finale non è ottenere soltanto un numero, ma capire dove una tonnellata di materiale, un metro cubo d’acqua o un componente possono restare più a lungo all’interno del ciclo.
Lo stretto legame tra sostenibilità energetica e ambientale ha stimolato, nel tempo, le aziende ad intraprendere azioni volte all’efficienza energetica, con benefici che vanno ben oltre la decarbonizzazione e il contrasto ai cambiamenti climatici. L’efficienza energetica, infatti, è in grado di sostenere la crescita delle aziende in un mercato internazionale sempre più competitivo. L’implementazione di un Sistema di Gestione Energia, oltre a generare vantaggi competitivi, migliora l’immagine aziendale e i rapporti con stakeholders, clienti, consumatori e istituzioni; consente di ridurre i consumi energetici e le emissioni di CO2, grazie alle azioni correttive suggerite. Di seguito approfondiamo le caratteristiche del Sistema di Gestione Energia ed i benefici che la certificazione ISO 50001 apporta alle aziende e all’ambiente.
Sistemi di Gestione: cosa sono
Il Sistema di Gestione è un insieme di azioni programmate e coordinate, procedure operative, sistemi di documentazione e registrazione, definito in una norma riconosciuta a livello internazionale. Esistono diversi Sistemi di Gestione, a seconda del settore in cui questi sono sviluppati; a ciascuno di essi si applica una specifica norma tecnica volontaria. L’obiettivo principale è attuare azioni che consentano all’azienda di tenere sotto controllo i propri processi e le proprie attività, con un miglioramento delle prestazioni. I Sistemi di Gestione più diffusi sono:
Sistemi di Gestione sulla Salute e la Sicurezza: ISO 45001;
Sistemi di Gestione della Qualità: ISO 90001;
Sistemi di Gestione Ambientale: ISO 14001;
Sistemi di Gestione Energetica: ISO 50001.
Ciò che accomuna i Sistemi di Gestione è il Ciclo di Deming (Plan – Do – Check – Act), composto da 4 fasi:
pianificazione degli obiettivi da raggiungere;
realizzazione delle azioni pianificate;
verifica dei risultati tramite misurazione, monitoraggio e audit;
correzione o modifica eventuali dei risultati raggiunti, in linea con gli obiettivi prefissati.
Sistema di Gestione Energia ISO 50001: di cosa si tratta?
Il Sistema di Gestione Energia ISO 50001 fornisce strategie di gestione per aumentare e migliorare l’efficienza energetica, favorendo un uso dell’energia più consapevole e razionale, eliminando sprechi e riducendo i consumi. L’obiettivo di questo sistema è guidare l’organizzazione – azienda, impresa, pubblica amministrazione – in un processo che permetta di gestire e migliorare in modo continuo il consumo dell’energia, garantendo una riduzione dei costi.
Secondo dati ufficiali ISO, le organizzazioni con ISO 50001 beneficiano nel breve termine di un miglioramento delle prestazioni energetiche del 10% e in alcuni casi anche maggiore: un risultato ottenibile attraverso la ridefinizione della cultura energetica dell’azienda, coinvolgendo tutto il personale.
Il Sistema di Gestione dell’Energia rappresenta un potente strumento nelle mani delle aziende, grazie a risultati concreti e duraturi nel tempo. Attraverso il sistema di monitoraggio è possibile misurare real time i consumi energetici, rilevare eventuali criticità degli impianti e intervenire tempestivamente.
Le Grandi Imprese che implementano la ISO 50001 sono esonerate dall’obbligo di diagnosi energetica, a condizione che il Sistema di Gestione Energia includa un audit energetico realizzato in conformità con i criteri presenti nell’allegato 2 del D. lgs. 102/2014.
Adottare un Sistema di Gestione Energia aiuta, inoltre, a soddisfare alcuni obiettivi del Global Sustainable Development delle Nazioni Unite: energia pulita e accessibile, città e comunità sostenibili, consumo e produzione responsabili, lotta contro il cambiamento climatico.
Norma ISO 50001: cos’è e a che serve
La norma ISO 50001 è uno standard riconosciuto a livello internazionale che definisce i requisiti per un Sistema di Gestione Energia – SGE; una norma volontaria destinata a tutti i tipi di aziende, di qualsiasi dimensione, settore e posizione geografica.
Introdotta nel 2011, poi aggiornata nel 2018, si è diffusa in modo crescente nel mercato, divenendo un’opportunità per stimolare innovazioni di processo, prodotti e servizi offerti dall’organizzazione, migliorandone la competitività. I benefici derivanti dall’implementazione della ISO 50001 sono considerevoli:
ottimizzazione dei consumi energetici;
supporto alle imprese pubbliche e private affinché le risorse energetiche e aziendali siano sfruttate nel miglior modo possibile;
promozione e semplificazione della gestione di energia al fine di ridurre emissioni di CO2 e altre sostanze inquinanti, che contribuiscono al cambiamento climatico;
sostegno all’applicazione di nuove tecnologie nel settore dell’efficienza energetica;
integrazione con altri sistemi di gestione, tra cui sicurezza, ambiente, salute e qualità.
Certificazione ISO 50001: quali vantaggi riserva alle aziende
La certificazione ISO 50001 è il riconoscimento dell’impegno dell’azienda nell’adozione di una gestione efficiente dell’energia, una garanzia di affidabilità e credibilità per i clienti. Riserva alle aziende vantaggi in termini di risparmio, efficienza energetica e sostenibilità ambientale. Vediamoli nel dettaglio:
miglioramento dell’immagine aziendale: dimostrazione del proprio impegno per la salvaguardia ambientale
maggiore competitività sul mercato: sempre più clienti prediligono e adottano strategie legate alla sostenibilità
inizio di un percorso virtuoso verso la sostenibilità ambientale: allineamento agli obiettivi Ue per il 2030 per la riduzione delle emissioni di CO2
ampliamento del portfolio clienti: la richiesta di prodotti e servizi sostenibili è in crescente aumento
rispetto dei requisiti normativi: grazie alla certificazione ISO 50001 è possibile accedere ai TEE – Titoli di Efficienza Energetica.
La lotta ai cambiamenti climatici è una priorità concreta, una leva dello sviluppo economico. Con la certificazione ISO 50001 la tua azienda diventa un esempio di sostenibilità sociale, culturale e ambientale; noi ti accompagniamo in questo percorso, preparando la tua azienda all’implementazione della norma ISO 50001.
Carbon footprint Iso 14064: rendicontare le emissioni di gas serra
Le imprese che scelgono di conseguire la certificazione carbon footprint, calcolando e comunicando al pubblico l’entità delle proprie emissioni di gas serra, riescono ad ottenere numerosi vantaggi. L’impegno ambientale infatti viene premiato dai consumatori e non solo; vediamo quindi come sviluppare l’inventario delle emissioni GHG e perché è importante.
Carbon Footprint Organizzazione: contrastare i cambiamenti climatici con l’inventario delle emissioni GHG
Sono molte le aziende che scelgono di calcolare la propria impronta di carbonio, al fine di rendicontare le emissioni di gas ad effetto serra e fornire informazioni dettagliate a stakeholders e consumatori attenti alle performance ambientali delle imprese.
Con la Carbon Footprint un’azienda – ma anche un gruppo societario, un singolo cantiere o un sito produttivo – può quantificare la totalità delle emissioni di GHG (gas ad effetto serra) secondo un approccio di tipo inventariale. Cosa significa?
Che se per misurare l’impronta di carbonio di un prodotto viene analizzato l’intero ciclo di vita del bene, nel caso delle organizzazioni si procede con la redazione di un inventario delle emissioni di GHG, tenendo conto di quelle dirette, indirette da consumo energetico e altre emissioni indirette.
Quindi, l’azienda che vuole definire la propria impronta di carbonio e certificarsi, deve seguire quanto definito dalla norma tecnica internazionale ISO 14064 e predisporre:
l’inventario dei GHG (Greenhouse Gases – gas ad effetto serra);
la procedura di gestione relativa ai dati acquisiti;
il report dei GHG da destinare al pubblico.
CFO e ISO 14064: una norma internazionale per sviluppare, progettare e rendicontare
La norma ISO 14064:2019 specifica i principi e i requisiti utili alla quantificazione e alla rendicontazione delle emissioni di gas serra di un’organizzazione. Questa norma aiuta a sviluppare l’inventario delle emissioni di GHG, a gestire i progetti volti alla riduzione/eliminazione delle emissioni e a rendicontare e validare quanto rilevato.
La norma ISO 14064 si compone di tre parti, che possono essere usate anche separatamente:
La prima è dedicata ai principi e ai requisiti utili alla progettazione e allo sviluppo degli inventari di gas serra, incluso i parametri utili alla definizione dei confini di emissione dei gas serra.
La seconda parte è dedicata ai progetti volti a ridurre/eliminare le emissioni di gas serra dell’organizzazione. Qui ci sono i dettagli utili a definire il progetto, monitorare, quantificare e rendicontare i dati.
La terza parte è dedicata alla verifica di quanto rilevato in merito alle emissioni di GHG.
Certificazione Carbon Footprint: quali vantaggi per le aziende?
L’identificazione delle proprie emissioni di gas serra consente all’azienda che intende conseguire la certificazione carbon footprint di ottenere diversi vantaggi.
Sul piano operativo l’organizzazione ha la possibilità di identificare le sorgenti massive e l’intensità delle emissioni di gas serra relative alle attività aziendali e fare la propria parte per il bene dell’ambiente.
L’inventario delle emissioni di GHG sviluppato diviene, inoltre:
un utile baseline per monitorare – da qui in avanti – il miglioramento delle performance ambientali dell’azienda;
uno strumento efficace per identificare e gestire i rischi relativi ai gas serra;
un dato utile a definire le politiche e le prossime strategie di gestione.
Sul piano comunicativo l’azienda ha la possibilità di coinvolgere e informare stakeholders interni ed esterni circa le performance ambientali dell’organizzazione. Ciò contribuisce a:
Sostenere la Corporate Social Responsability (CSR)
Migliorare la green reputation
Stuzzicare l’interesse dei consumatori e della PA
Certificazione carbon footprint: il nostro processo virtuoso
L’impegno ambientale delle organizzazioni viene premiato. In che modo?
I consumatori – che sono sempre più attenti alla sostenibilità ambientale – tendono a preferire i prodotti e/o servizi delle aziende che hanno un approccio green. La pubblica amministrazione, così come gli enti locali, privilegiano le organizzazioni e le imprese dotate di certificazioni ambientali riservando loro l’accesso facilitato a bandi e gare d’appalti.
È per tutte queste ragioni che il nostro team ha scelto di accompagnare le organizzazioni interessate alla certificazione carbon footprint, in ciò che è stato più volte definito “un processo virtuoso”.
Di cosa si tratta? Del percorso recentemente descritto dai nostri ingegneri, ospiti degli ultimi webinar organizzati da Alma Laboris Business School.
First step: la parola d’ordine di questa prima fase è: consapevolezza. Aiutiamo l’azienda a calcolare l’impronta di carbonio nel rispetto delle norme ISO di riferimento. Gestione, conoscenza e monitoraggio.
Second step: prima di ogni intervento c’è un progetto, una struttura. È in questo momento che il rinnovamento e l’ottimizzazione delle prestazioni ambientali, dei consumi e delle emissioni di gas serra viene strutturato, tenendo conto di tutte le implementazioni e le azioni possibili.
Third step: mettiamo a disposizione del sito produttivo e dell’organizzazione interessata, un software di monitoraggio per agevolare la consultazione futura dei dati e la definizione delle prossime strategie aziendali.
Vuoi conseguire la certificazione Carbon Footprint? Approfitta della prima consulenza gratuita. Contattaci.