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Circular check: come valutare la circolarità di un’azienda
Circular check è uno strumento che aiuta le aziende a capire quanto il proprio modello operativo sia realmente orientato alla circolarità. Negli ultimi anni, il tema dell’economia circolare è entrato sempre più spesso nelle strategie aziendali, ma trasformare questo concetto in processi concreti richiede un passaggio fondamentale: la misurazione.
Molte organizzazioni introducono iniziative legate al recupero dei materiali, all’efficienza energetica o alla riduzione degli sprechi senza avere però un quadro strutturato della propria maturità circolare. In assenza di una valutazione chiara, il rischio è procedere per interventi isolati, difficili da collegare a obiettivi più ampi.
Per questo motivo stanno assumendo sempre più importanza strumenti capaci di leggere la circolarità in modo sistemico, integrando aspetti ambientali, energetici e organizzativi. In questo articolo vedremo quali standard vengono utilizzati come riferimento, che ruolo hanno norme come UNI EN ISO 14001, UNI CEI EN ISO 50001 e BS 8001, e come strumenti come il Circular Check possono aiutare le aziende a costruire un percorso più strutturato.
Perché valutare la circolarità di un’azienda?
Valutare la circolarità significa capire come un’azienda utilizza risorse, energia e materiali lungo i propri processi.
L’economia circolare non riguarda solo il riciclo dei rifiuti. Coinvolge il modo in cui vengono progettati i prodotti, la durata dei materiali, la gestione energetica, la relazione con i fornitori e la capacità di ridurre sprechi e inefficienze.
Senza una valutazione iniziale, è difficile capire da dove partire e quali aree abbiano il maggiore impatto. Una fotografia chiara della situazione consente invece di individuare priorità, definire obiettivi realistici e costruire interventi coerenti con il contesto aziendale.
In molti casi, questo passaggio diventa utile anche per rispondere a richieste esterne sempre più frequenti, soprattutto nelle filiere internazionali, dove temi come tracciabilità, gestione ambientale ed efficienza energetica entrano nei processi di qualifica e nella valutazione fornitori ISO 14001.
Quali standard aiutano a misurare la circolarità?
La valutazione della circolarità si basa spesso su standard che aiutano le aziende a strutturare processi e criteri di monitoraggio.
Tra i riferimenti più utilizzati ci sono la UNI EN ISO 14001, la UNI CEI EN ISO 50001 e la BS 8001, norme che affrontano aspetti diversi ma complementari della gestione ambientale ed energetica.
UNI EN ISO 14001: il riferimento per la gestione ambientale
La UNI EN ISO 14001 è lo standard internazionale più diffuso per la gestione ambientale.
La norma aiuta le aziende a costruire un sistema capace di monitorare impatti, consumi, rischi ambientali e processi di miglioramento continuo. All’interno di un percorso di economia circolare, questo significa avere strumenti più chiari per leggere il rapporto tra attività aziendali e utilizzo delle risorse.
La certificazione ISO 14001 viene spesso utilizzata anche come elemento di qualifica nelle supply chain, perché consente di dimostrare un approccio strutturato alla gestione ambientale. Per questo motivo entra sempre più spesso nei processi di valutazione fornitori ISO 14001, soprattutto nei settori industriali e manifatturieri.
UNI CEI EN ISO 50001: il ruolo della gestione energetica
La UNI CEI EN ISO 50001 si concentra invece sulla gestione dell’energia e sull’efficienza dei consumi.
In un modello circolare, l’energia rappresenta una componente centrale. Ridurre gli sprechi energetici significa non solo contenere costi ed emissioni, ma anche migliorare l’efficienza complessiva dei processi.
La certificazione ISO 50001 aiuta le aziende a monitorare i consumi in modo continuo, individuare anomalie e definire obiettivi di miglioramento energetico. Questo approccio rende più semplice collegare la gestione dell’energia alle strategie ESG e ai percorsi di economia circolare.
BS 8001: il framework dedicato all’economia circolare
La BS 8001 è uno dei primi framework sviluppati specificamente per supportare le organizzazioni nei percorsi di economia circolare.
A differenza delle ISO, non si tratta di uno standard certificabile, ma di una guida che aiuta le aziende a ripensare modelli produttivi, utilizzo delle risorse e relazioni lungo la filiera.
La BS 8001 introduce principi legati a:
- riutilizzo dei materiali
- progettazione circolare
- riduzione degli sprechi
- collaborazione lungo la supply chain
Per molte organizzazioni rappresenta un punto di riferimento utile per integrare la circolarità nelle decisioni strategiche e non limitarla a singole iniziative operative.
Circular check: come funziona lo strumento di valutazione?
Il Circular Check aiuta le aziende a ottenere una prima valutazione del proprio livello di maturità circolare attraverso un approccio semplice e strutturato.
Lo strumento permette di raccogliere informazioni su diversi aspetti dell’organizzazione, tra cui gestione delle risorse, processi energetici, utilizzo dei materiali e approccio ambientale. A partire da queste informazioni, l’azienda può ottenere una visione più chiara delle aree già sviluppate e di quelle che richiedono maggiore attenzione.
Uno degli elementi più utili del Circular Check è la capacità di trasformare un tema spesso percepito come astratto in un insieme di elementi leggibili e confrontabili. Questo rende più semplice collegare la circolarità a decisioni operative, investimenti e obiettivi di miglioramento.
Perché integrare standard ISO e strumenti di assessment?
Integrare standard e strumenti di valutazione consente di costruire un approccio più coerente e continuo nel tempo.
Le norme come UNI EN ISO 14001 e UNI CEI EN ISO 50001 aiutano a strutturare processi e responsabilità, mentre strumenti come il Circular Check permettono di leggere il livello di maturità dell’organizzazione e individuare aree di sviluppo.
Questo collegamento diventa particolarmente utile quando l’azienda vuole:
- migliorare il dialogo con clienti e stakeholder
- rafforzare i percorsi ESG
- costruire strategie di economia circolare più concrete
- prepararsi a richieste normative e di filiera sempre più strutturate
La circolarità, infatti, non dipende da un singolo progetto, ma dalla capacità di collegare dati, processi e decisioni in modo coerente.
In sintesi
Valutare la circolarità di un’azienda significa andare oltre singole iniziative ambientali e costruire una lettura più ampia del modo in cui vengono utilizzate risorse, energia e materiali.
Standard come UNI EN ISO 14001, UNI CEI EN ISO 50001 e BS 8001 offrono riferimenti utili per organizzare questo percorso, mentre strumenti come il Circular Check aiutano a trasformare la circolarità in un processo più leggibile e misurabile.
Il punto centrale non è ottenere un punteggio o una certificazione isolata, ma capire dove si trova l’azienda, quali aree possono essere migliorate e come collegare questi aspetti alle strategie operative e ESG nel tempo.
Crediti LEED: come la Dichiarazione EPD accelera la certificazione degli edifici
I crediti LEED premiano le scelte progettuali che migliorano le performance ambientali di un edificio. In questo percorso, la dichiarazione EPD non è il punto di arrivo, ma uno strumento tecnico che aiuta progettisti, imprese e produttori a documentare l’impatto ambientale dei materiali selezionati.
La differenza è importante: l’EPD non “dà punti” in modo automatico. I prodotti dotati di EPD contribuiscono al raggiungimento dei crediti nella categoria Materiali e Risorse, perché rendono disponibili dati ambientali verificati e confrontabili. LEED, infatti, assegna il punteggio al progetto edificio, non al singolo prodotto. USGBC indica che i progetti LEED passano attraverso un processo di verifica e revisione gestito da GBCI, con punti che determinano i livelli Certified, Silver, Gold e Platinum.
In questo articolo vediamo come la dichiarazione EPD può supportare la certificazione LEED, perché un’EPD specifica di prodotto pesa più di una EPD di settore e in che modo questo documento entra nella scorecard del progetto.
EPD e LEED: qual è il rapporto
Il rapporto tra EPD e LEED nasce dalla necessità di rendere leggibili gli impatti ambientali dei materiali da costruzione.
La Environmental Product Declaration, o Dichiarazione Ambientale di Prodotto, è un documento verificato che comunica le performance ambientali di un prodotto lungo il suo ciclo di vita. Nel sistema LEED, questi dati diventano utili perché permettono al team di progetto di documentare le scelte sui materiali.
Come l’EPD entra nella scorecard LEED
Nel sistema LEED, l’EPD non assegna direttamente punti al prodotto. I prodotti dotati di EPD contribuiscono al raggiungimento dei crediti nella categoria Materiali e Risorse, perché mettono a disposizione informazioni ambientali verificabili e confrontabili.
Il meccanismo è progettuale: il team LEED raccoglie la documentazione dei materiali selezionati e costruisce la scorecard del progetto edificio. È qui che la dichiarazione EPD diventa rilevante.
Per un progettista, questo significa che l’EPD non va letta come una certificazione del prodotto, ma come uno strumento tecnico che supporta il percorso verso la certificazione LEED.
Perché LEED richiede dati ambientali verificati
LEED basa la valutazione su dati verificabili e standardizzati. Per questo le EPD devono essere conformi a standard riconosciuti, come ISO 14025 ed EN 15804, e devono essere sottoposte a verifica indipendente.
Questo approccio permette di confrontare materiali diversi su basi coerenti, evitando dichiarazioni ambientali generiche o non documentate.
La validità internazionale del sistema è garantita anche dal ruolo di GBCI (Green Business Certification Inc.), l’ente che revisiona i progetti LEED a livello globale e verifica la conformità della documentazione caricata nei crediti.
Perché l’EPD è lo strumento e il LEED è il fine
L’EPD è il documento che descrive il prodotto. Il LEED è il sistema che valuta l’edificio.
Per un progettista, questo significa che l’EPD non va letta come una certificazione dell’edificio, ma come una prova documentale utile per costruire il fascicolo LEED. Il prodotto con EPD entra nella logica della scorecard perché contribuisce a dimostrare che il progetto utilizza materiali con informazioni ambientali trasparenti.
La sequenza corretta è questa:
- il produttore realizza una dichiarazione EPD;
- il progettista seleziona il prodotto;
- il team LEED raccoglie la documentazione;
- il prodotto contribuisce al credito nella categoria Materiali e Risorse;
- il progetto accumula punti verso la certificazione LEED.
È qui che il “pezzo di carta” diventa utile: non come punteggio isolato, ma come documento che sostiene una scelta progettuale.
EPD di prodotto ed EPD di settore: perché non pesano allo stesso modo.
EPD di prodotto ed EPD di settore: perché non pesano allo stesso modo
Non tutte le EPD hanno lo stesso valore nella lettura LEED.
Una EPD di prodotto è riferita a uno specifico prodotto o a una linea di prodotti di un determinato produttore. Una EPD di settore, invece, rappresenta una media costruita su più aziende o su una categoria produttiva.
Questa differenza ha un impatto diretto sul calcolo. GBCI chiarisce che, nei calcoli del credito, una EPD generica di settore conta come mezzo prodotto, mentre una EPD specifica di prodotto conta come un prodotto intero.
Per un progettista, questo cambia la selezione dei materiali. Due prodotti con EPD specifica possono pesare più di quattro prodotti coperti solo da una media di settore. Per un produttore, invece, il messaggio è ancora più chiaro: affidarsi solo alla media di categoria può ridurre la visibilità del proprio prodotto nei progetti LEED.
Cosa cambia per i progettisti
Per i progettisti, la presenza di una EPD facilita la fase di scelta, confronto e documentazione dei materiali.
In un progetto LEED, il tempo dedicato alla raccolta dei documenti può diventare un collo di bottiglia. Avere prodotti con EPD già disponibile permette di ridurre incertezze, verifiche successive e scambi con i fornitori.
Il vantaggio operativo non sta solo nel dato ambientale, ma nella sua tracciabilità. Una EPD verificata permette di sapere quale prodotto è stato valutato, con quale metodo e secondo quale perimetro.
Questo aiuta il progettista a costruire una documentazione più ordinata e a ridurre il rischio di inserire materiali che, in fase di revisione, non risultano validi per il credito.
Il ruolo di GBCI nella validità internazionale
La forza dell’EPD nei progetti LEED dipende anche dal riconoscimento internazionale del sistema.
GBCI, Green Business Certification Inc., è l’ente che verifica le performance di sostenibilità rispetto a standard riconosciuti a livello globale. Questo rende la documentazione EPD rilevante non solo per progetti in Italia, ma anche per cantieri e committenze internazionali.
Per un produttore italiano, una EPD ben costruita può quindi aprire un canale verso progettisti, developer e studi tecnici che lavorano su edifici certificati LEED in mercati diversi.
Perché i database contano nella scelta dei materiali
Una EPD non serve solo a rispondere a una richiesta tecnica. Serve anche a farsi trovare.
I progettisti cercano materiali e documentazione ambientale in database specializzati. Il Transparency Catalog consente, ad esempio, di filtrare prodotti e documenti collegati ai crediti dei rating system, inclusi EPD e materiali. Anche database come mindful Materials raccolgono informazioni su prodotti e documenti di sostenibilità, rendendoli accessibili ai professionisti del settore.
Per questo, realizzare una EPD senza curarne la distribuzione rischia di limitarne il valore. Il documento deve essere disponibile, aggiornato e facilmente recuperabile da chi lavora alla selezione dei materiali.
Come trasformare una EPD in un contributo ai crediti LEED
Per trasformare una EPD in un contributo utile ai crediti LEED, serve un processo ordinato.
Il primo passaggio è verificare che la dichiarazione sia conforme agli standard richiesti dal credito applicabile. USGBC indica, per le EPD, il riferimento a standard come ISO 14025, EN 15804 o ISO 21930, con almeno un perimetro cradle to gate.
Il secondo passaggio riguarda la corrispondenza tra il prodotto dichiarato nella EPD e il prodotto effettivamente specificato nel progetto. Se il documento non coincide con il materiale installato, il rischio è perdere validità in fase di revisione.
Il terzo passaggio è la raccolta ordinata della documentazione: EPD, schede tecniche, dati del produttore, riferimenti al programma di verifica. Questo consente al team LEED di inserire il prodotto nel calcolo del credito senza ricostruire le informazioni a posteriori.
Perché alle aziende conviene una EPD specifica
Per le aziende produttrici di materiali, una EPD specifica è più forte di una EPD di settore perché racconta il prodotto reale, non una media.
Questo permette di valorizzare investimenti su processi produttivi, energia, materie prime e riduzione degli impatti. Se un’azienda ha performance migliori rispetto alla media del settore, una EPD generica rischia di nasconderle.
Una EPD specifica, invece, rende il prodotto più leggibile per chi progetta edifici certificati LEED. Aiuta il progettista a selezionarlo, documentarlo e inserirlo nella scorecard del progetto.
In sintesi
I crediti LEED non vengono assegnati al singolo prodotto, ma al progetto edificio. Tuttavia, i prodotti dotati di dichiarazione EPD possono contribuire al raggiungimento dei crediti nella categoria Materiali e Risorse, perché offrono dati ambientali verificati e utilizzabili nella documentazione LEED.
Per i progettisti, l’EPD è una scorciatoia documentale affidabile: rende più semplice selezionare materiali, costruire il fascicolo tecnico e ridurre il rischio di documenti non validi in fase di revisione.
Per le aziende produttrici, invece, l’EPD specifica di prodotto è uno strumento di posizionamento tecnico. Vale più di una media di settore, aumenta la visibilità nei database usati dai progettisti e rende il prodotto più adatto ai progetti orientati alla certificazione LEED.
Gestione e monitoraggio della supply chain: metodi, KPI e strumenti
La gestione supply chain riguarda il controllo e il coordinamento di tutte le attività che portano un prodotto dalla materia prima al cliente finale.
Entriamo in un sistema che attraversa fornitori, stabilimenti, magazzini e trasporti, dove ogni passaggio genera dati: tempi, volumi, costi, scarti. Quando queste informazioni restano separate, la filiera perde coerenza. I problemi emergono solo quando diventano evidenti, sotto forma di ritardi nelle consegne, costi che crescono o rallentamenti nella produzione.
Quando invece i dati vengono raccolti e messi in relazione, iniziano a restituire una fotografia precisa del processo. La supply chain smette di essere una sequenza di attività e diventa un sistema leggibile, su cui è possibile intervenire in modo mirato.
In questo scenario, la gestione della supply chain diventa un punto di equilibrio tra efficienza operativa, sostenibilità e capacità di risposta al mercato, dove il dato entra nelle decisioni e orienta le scelte.
In questo articolo analizziamo come monitorare la supply chain aziendale, quali KPI utilizzare per valutarne le performance, come impostare un sistema di analisi e monitoraggio continuo e quali strumenti digitali permettono di rendere la filiera più leggibile e controllabile.
Cos’è la gestione della supply chain
La gestione della supply chain è il coordinamento strutturato di tutte le attività che compongono la filiera, dall’approvvigionamento fino alla consegna finale.
Non si limita alla logistica o al trasporto. Include la selezione dei fornitori, la pianificazione della produzione, la gestione delle scorte e il controllo dei flussi informativi. È un sistema che collega decisioni strategiche e attività operative, dove ogni scelta ha un impatto diretto su tempi, costi e qualità del servizio.
Le fasi della supply chain
Una supply chain si sviluppa attraverso passaggi precisi, ognuno con una funzione chiara:
- approvvigionamento delle materie prime
- trasformazione nei siti produttivi
- gestione del magazzino
- distribuzione e trasporto
- consegna al cliente finale
In ciascuna fase si generano dati concreti: quantità movimentate, tempi di attraversamento, livelli di scorta, costi associati. Se questi dati restano isolati, il processo perde continuità. Se vengono collegati, iniziano a descrivere come funziona davvero la filiera.
Perché la gestione della supply chain è centrale oggi
La gestione della supply chain è centrale perché è il punto in cui si concentrano efficienza operativa, controllo dei costi e trasparenza verso il mercato.
Le aziende oggi devono rispondere a richieste sempre più precise: tempi di consegna affidabili, tracciabilità dei prodotti, informazioni sugli impatti ambientali lungo la filiera.
Questo sposta la supply chain da funzione operativa a struttura di governo, dove diventa necessario leggere i dati in modo continuo e prendere decisioni basate su informazioni aggiornate.
Mappatura della supply chain: da dove iniziare
Per mappare la supply chain bisogna partire da una rappresentazione completa degli attori e dei flussi che la compongono.
Non basta sapere chi sono i fornitori o dove si trovano i magazzini. Serve costruire una visione che colleghi ogni nodo della filiera ai passaggi operativi e informativi che lo attraversano.
Identificare attori e flussi
Il primo passo è rendere visibili tutti gli elementi della supply chain: fornitori diretti e indiretti, stabilimenti produttivi, hub logistici, partner di trasporto.
A questa mappa si affianca una seconda dimensione, spesso trascurata: quella dei flussi. Non solo materiali, ma anche ordini, documenti, dati tecnici e informazioni di avanzamento.
Quando questi flussi non sono allineati, si creano discontinuità che rallentano l’intero processo.
Individuare i punti critici
Una volta costruita la mappa, emergono con chiarezza le aree più fragili della filiera.
Si tratta spesso di nodi specifici: fornitori unici, passaggi con tempi incerti, attività manuali o prive di tracciabilità.
Questi elementi non sono anomalie isolate, ma segnali di un sistema che non è ancora completamente sotto controllo. Intervenire qui significa agire sui punti che generano più instabilità.
I principali KPI della supply chain
I KPI della supply chain servono a trasformare le attività operative in indicatori numerici che permettono di valutare performance e criticità.
Senza KPI, la gestione resta descrittiva. Con i KPI, diventa misurabile.
KPI operativi
Gli indicatori operativi descrivono il ritmo della supply chain. Tra i principali:
- lead time di approvvigionamento
- tempo medio di consegna
- livello di servizio (on-time delivery)
- rotazione del magazzino
Questi KPI permettono di capire se il sistema scorre in modo continuo o se incontra attriti che rallentano il processo.
KPI economici e ambientali
Accanto alla dimensione operativa, si inseriscono indicatori che collegano la supply chain ai risultati economici e agli impatti ambientali.
Parliamo di costi logistici, consumo energetico, emissioni lungo la filiera.
Questi dati permettono di leggere la supply chain non solo come un sistema operativo, ma come un elemento che incide direttamente su marginalità e obiettivi ESG.
Come fare analisi e monitoraggio continuo
Per monitorare la supply chain in modo continuo è necessario raccogliere dati affidabili e analizzarli nel tempo per individuare variazioni e anomalie.
Il monitoraggio non è un’attività occasionale, ma un processo strutturato che accompagna l’intera operatività. La qualità del dato è il primo elemento su cui lavorare.
Se le informazioni provengono da sistemi diversi e non sono allineate, il rischio è costruire analisi distorte. Per questo è necessario definire standard condivisi, responsabilità chiare e aggiornamento continuo. Un dato incompleto o non aggiornato non rallenta solo l’analisi, ma compromette le decisioni.
Una volta organizzati, i dati permettono di leggere l’andamento della supply chain nel tempo. Non si tratta di osservare un singolo valore, ma di individuare variazioni: tempi che si allungano, costi che crescono, consumi che cambiano.
Questi segnali anticipano criticità più ampie. Intercettarli permette di intervenire prima che diventino problemi strutturali.
Strategie di ottimizzazione della supply chain
Ottimizzare la supply chain significa intervenire sui processi per ridurre inefficienze e migliorare il coordinamento tra le diverse fasi.
Non esiste un’unica azione risolutiva, ma un insieme di interventi progressivi che agiscono su livelli diversi. Il primo riguarda la riduzione delle inefficienze più evidenti, come trasporti non ottimizzati, scorte eccessive e tempi di attesa tra una fase e l’altra. Intervenire su questi elementi permette di ottenere risultati immediati, perché agisce su ciò che è già visibile.
Il secondo livello è più strutturale e riguarda l’integrazione tra funzioni.
Spesso le informazioni restano separate tra acquisti, produzione e logistica, generando disallineamenti che si traducono in inefficienze operative. Integrare i dati significa costruire una visione unica della supply chain, su cui tutte le funzioni possono basarsi per prendere decisioni coerenti.
Strumenti digitali per il supply chain management
Gli strumenti digitali permettono di raccogliere, organizzare e analizzare i dati della supply chain, rendendo il sistema più leggibile e controllabile.
Non sostituiscono i processi, ma li rendono visibili e interpretabili. Le piattaforme digitali consentono di visualizzare in tempo reale lo stato della supply chain, mettendo in evidenza volumi, tempi, anomalie e performance. Questo permette di passare da una gestione reattiva, basata su problemi già emersi, a una gestione più consapevole.
Quando il sistema è strutturato, diventa possibile introdurre anche elementi di automazione e controllo operativo.
Un ritardo, una deviazione nei consumi o una variazione nei volumi possono generare segnalazioni o attivare azioni correttive immediate. Il dato non resta fermo, ma entra nel processo decisionale, in linea con un modello che integra sostenibilità e trasformazione digitale.
Questo approccio diventa ancora più efficace quando si estende alla valutazione dei rischi e delle performance lungo tutta la filiera. In questa prospettiva, strumenti come Supply-Check permettono di ottenere una prima fotografia del livello di preparazione dell’azienda nella gestione della supply chain.
Attraverso un questionario rapido, è possibile valutare il proprio posizionamento, ottenere un Risk Score sulla compliance normativa e ricevere un primo riscontro con indicazioni operative.
FAQ sulla gestione della supply chain
Cos’è la gestione della supply chain?
È il coordinamento di tutte le attività che portano un prodotto dalla materia prima al cliente finale, includendo flussi fisici e informativi.
Perché è importante monitorare la supply chain?
Per individuare inefficienze, ridurre costi, migliorare la puntualità delle consegne e rispondere alle richieste di trasparenza del mercato.
Quali KPI usare per la supply chain?
Indicatori operativi come lead time e puntualità, insieme a KPI economici e ambientali legati a costi, consumi ed emissioni.
Da dove partire per migliorare la supply chain?
Dalla mappatura dei processi e dall’identificazione dei punti critici, su cui costruire analisi e interventi mirati.
Qual è il ruolo degli strumenti digitali?
Permettono di raccogliere dati in modo continuo, visualizzarli e attivare azioni correttive, rendendo la supply chain più controllabile.
SBTi ed emissioni residue: cosa fare oltre la riduzione della CO2
SBTi above and beyond indica tutte quelle azioni che un’azienda può attivare oltre la riduzione diretta delle proprie emissioni, quando una parte non è più eliminabile nel breve periodo. In altre parole, è il modo con cui si gestiscono le emissioni residue senza confonderle con il percorso di decarbonizzazione.
Anche le aziende che lavorano in modo strutturato sulla riduzione delle emissioni di CO2 si trovano infatti davanti a una quota che non riescono a eliminare completamente. Questo accade per limiti tecnologici, per la natura di alcuni processi produttivi o per la complessità delle filiere.
È proprio in questo spazio che emerge una domanda concreta: emissioni residue, cosa fare quando non si possono evitare del tutto?
Negli ultimi anni, la Science Based Targets initiative ha chiarito una sequenza precisa: prima si lavora sulla riduzione interna, poi si affronta ciò che resta. Questo passaggio è fondamentale, perché evita di usare strumenti come il carbon offset o la compensazione di carbonio come scorciatoie.
In questo articolo vedremo cosa sono le emissioni residue, quali strumenti esistono per gestirle e come si distinguono approcci come Beyond Value Chain Mitigation, rimozione del carbonio e compensazione. Approfondiremo anche perché la BVCM non sostituisce la decarbonizzazione, ma si inserisce come azione aggiuntiva, e come collegare questi strumenti ai piani di mitigazione per costruire un percorso coerente.
Se vuoi approfondire, puoi leggere l’articolo “SBTi e piano di decarbonizzazione: definizioni e vantaggi per le aziende”.
Perché la riduzione delle emissioni di CO2 resta il punto di partenza?
La riduzione delle emissioni è il cuore del percorso SBTi e rappresenta il passaggio da cui tutto parte.
Quando un’azienda decide di intraprendere questo tipo di percorso, il primo lavoro riguarda ciò che accade al suo interno: il modo in cui produce, l’energia che utilizza, il rapporto con i fornitori. Intervenire su questi elementi significa ridurre davvero le emissioni, non semplicemente spostarle o compensarle.
La Science Based Targets initiative è molto chiara su questo punto: strumenti come il carbon offset o la compensazione di carbonio non contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi. In altre parole, non basta “bilanciare” le emissioni per poter dire di averle ridotte.
Questo passaggio può sembrare scontato, ma nella pratica non lo è. Molte aziende tendono a guardare subito alle soluzioni più rapide, mentre il vero lavoro richiede tempo e riguarda scelte operative, investimenti e cambiamenti nei processi.
Emissioni residue: cosa fare quando non puoi eliminarle?
Le emissioni residue sono la parte che rimane dopo aver fatto tutto il possibile per ridurre l’impatto.
Non si tratta di un errore o di un fallimento del percorso, ma di una condizione che riguarda la maggior parte delle aziende. Ci sono attività che, almeno oggi, non possono essere completamente decarbonizzate: alcuni processi industriali, alcune tecnologie, alcune fasi della filiera.
A questo punto, il tema non è più “come ridurre”, ma come gestire ciò che resta.
È qui che entrano in gioco strumenti diversi, che non hanno lo stesso ruolo e non possono essere usati nello stesso modo. Tra questi, la Beyond Value Chain Mitigation rappresenta uno degli approcci più rilevanti per affrontare le emissioni residue senza perdere coerenza con il percorso complessivo.
Beyond value chain mitigation: cosa significa davvero
La Beyond Value Chain Mitigation riguarda tutte quelle azioni che un’azienda può attivare al di fuori del proprio perimetro diretto per contribuire alla riduzione o alla rimozione della CO2.
Si tratta, ad esempio, di sostenere progetti di energia rinnovabile, iniziative di riforestazione o soluzioni tecnologiche che permettono di catturare anidride carbonica dall’atmosfera. Sono interventi che non cambiano direttamente le emissioni dell’azienda, ma che generano un impatto più ampio.
SBTi above and beyond: il punto da non fraintendere
Il concetto di SBTi above and beyond serve proprio a chiarire questo passaggio. Le azioni di BVCM sono aggiuntive, non sostitutive.
Questo significa che:
- non servono per raggiungere i target
- non sostituiscono la riduzione interna
- si attivano dopo aver lavorato sulle emissioni dirette
È un punto fondamentale, perché spesso questi strumenti vengono interpretati come alternative più semplici alla decarbonizzazione. In realtà, funzionano solo se si inseriscono in un percorso già avviato.
BVCM vs offsetting: qual è la differenza reale?
Quando si parla di gestione delle emissioni residue, uno dei passaggi più delicati riguarda la distinzione tra BVCM vs offsetting.
La compensazione di carbonio, o carbon offset, si basa su un’idea piuttosto intuitiva: se emetto CO2, posso finanziare un progetto che la riduce altrove per bilanciare il mio impatto.
La Beyond Value Chain Mitigation, invece, non ragiona in termini di compensazione, ma di contributo. Non si tratta di “pareggiare i conti”, ma di sostenere azioni che generano benefici climatici oltre il perimetro aziendale.
Questa differenza può sembrare sottile, ma ha conseguenze importanti. Una strategia costruita solo sulla compensazione rischia di essere fragile, soprattutto se non è accompagnata da una reale riduzione delle emissioni. Al contrario, un approccio che distingue chiaramente i due livelli mantiene il percorso più coerente e più credibile.
Quando ha senso acquistare crediti di carbonio?
Acquistare crediti di carbonio può avere un ruolo, ma solo all’interno di un percorso già strutturato.
I crediti sono uno strumento che permette di sostenere progetti esterni e rientra nella logica della compensazione di carbonio. Tuttavia, il loro utilizzo ha senso solo quando l’azienda ha già lavorato sulla riduzione delle emissioni di CO2 e ha identificato con chiarezza la quota residua.
Un altro aspetto importante riguarda la qualità dei progetti. Non tutti i crediti sono uguali e non tutti garantiscono lo stesso livello di affidabilità. In un contesto in cui la comunicazione ambientale deve essere sempre più chiara e verificabile, utilizzare crediti senza una base solida può creare più problemi che benefici.
Qual è il ruolo della rimozione del carbonio?
La rimozione del carbonio rappresenta un approccio diverso rispetto alla compensazione tradizionale.
In questo caso non si tratta di evitare emissioni future, ma di intervenire sulla CO2 già presente in atmosfera, attraverso soluzioni naturali o tecnologiche. È un ambito in crescita, che molte aziende stanno iniziando a esplorare, soprattutto in ottica di lungo periodo.
Allo stesso tempo, è importante considerare che si tratta di uno strumento ancora limitato, sia per disponibilità che per costi. Per questo oggi viene utilizzato soprattutto in contesti più avanzati, come complemento di strategie già mature.
Come collegare SBTi, piani di mitigazione e gestione del residuo?
Un percorso efficace tiene insieme due livelli che devono dialogare tra loro.
Da una parte ci sono i piani di mitigazione, che guidano la riduzione delle emissioni di CO2 nel tempo. Dall’altra c’è la gestione delle emissioni residue, che introduce strumenti come Beyond Value Chain Mitigation, carbon offset e rimozione del carbonio.
Separare questi due piani porta a strategie poco coerenti. Al contrario, integrarli consente di costruire un percorso più solido, in cui ogni scelta ha un ruolo preciso.
In questo senso, un approccio Sustaintech aiuta a mettere ordine: partire dai dati, leggerli in modo continuo e collegarli alle decisioni operative, così da trasformare un tema complesso in un processo gestibile.
In sintesi
La gestione delle emissioni residue non è un’alternativa alla decarbonizzazione, ma il passaggio che completa il percorso quando la riduzione arriva al suo limite operativo.
Il punto centrale da tenere fermo è la sequenza: prima la riduzione delle emissioni di CO2, poi la gestione di ciò che resta. Invertire questo ordine porta a strategie deboli, difficili da sostenere nel tempo e poco coerenti con le indicazioni della Science Based Targets initiative.
Una volta definita la quota residua, entrano in gioco strumenti diversi, che vanno letti per ciò che sono:
- il carbon offset e la compensazione di carbonio permettono di bilanciare una parte delle emissioni
- la rimozione del carbonio interviene direttamente sulla CO2 già presente in atmosfera
- la Beyond Value Chain Mitigation amplia il raggio d’azione dell’azienda, contribuendo a riduzioni esterne
Tra questi, la BVCM ha un ruolo preciso: si colloca come azione “above and beyond”, quindi aggiuntiva. Non contribuisce al raggiungimento dei target SBTi e non sostituisce la riduzione interna, ma rafforza il percorso nel suo insieme.
Per questo, il vero nodo non è scegliere uno strumento al posto di un altro, ma costruire una struttura coerente, in cui ogni elemento ha una funzione chiara: la riduzione abbassa le emissioni, la gestione del residuo le completa, e la BVCM estende l’impatto oltre il perimetro aziendale.
È questo equilibrio che permette di passare da una somma di azioni a un percorso leggibile, credibile e sostenibile nel tempo.
ISO 14001:2026: cosa cambia davvero e come prepararsi alla nuova revisione
La nuova ISO 14001:2026 introduce aggiornamenti che rafforzano il ruolo della gestione ambientale nelle strategie aziendali, rendendola più integrata con rischi, dati e decisioni operative.
Pubblicata il 15 aprile 2026, questa revisione rappresenta il primo aggiornamento significativo dello standard in oltre un decennio. Si tratta di un’evoluzione mirata: interviene su alcuni punti chiave e li rende più centrali nel funzionamento dell’organizzazione.
In un contesto in cui normative, supply chain e stakeholder richiedono maggiore controllo sugli impatti ambientali, la ISO 14001 non è più solo uno strumento di conformità, ma un riferimento per strutturare processi e responsabilità.
ISO 14001:2026: cosa cambia nello standard
La nuova versione introduce un rafforzamento di elementi già presenti, con un focus più ampio sul contesto ambientale e sulla gestione strutturata dei rischi.
Le aziende sono chiamate a considerare non solo gli impatti diretti, ma anche un insieme più articolato di fattori, tra cui cambiamento climatico, biodiversità e disponibilità di risorse naturali. Questo amplia il perimetro dell’analisi e richiede una lettura più completa del contesto operativo.
Allo stesso tempo, lo standard riorganizza i requisiti legati a rischi e opportunità, rendendo più esplicito il legame tra gestione ambientale e pianificazione aziendale. L’analisi non resta confinata a un livello tecnico, ma entra nei processi decisionali.
Un elemento rilevante è l’introduzione della nuova clausola dedicata alla gestione delle modifiche. Le aziende devono dimostrare di saper gestire cambiamenti organizzativi, produttivi o normativi valutandone gli impatti ambientali prima della loro implementazione.
Dalla conformità alla gestione strategica
La ISO 14001:2026 rafforza il passaggio da un approccio orientato alla conformità a uno più integrato nella gestione aziendale.
La gestione ambientale viene sempre più collegata a governance, performance e strategia. Non si tratta solo di rispettare requisiti, ma di utilizzare il sistema per prendere decisioni più consapevoli.
Il ruolo della leadership diventa più centrale, così come la capacità di utilizzare i dati per monitorare le performance e orientare il miglioramento. Questo rende lo standard più allineato alle richieste di reporting ESG e alle aspettative degli stakeholder.
Allo stesso tempo, si amplia la responsabilità lungo il ciclo di vita e la supply chain, richiedendo alle aziende di considerare anche gli impatti esterni ai propri confini operativi.
Cosa devono fare le aziende ora
La pubblicazione della nuova versione apre un periodo di transizione di tre anni. Entro maggio 2029, le aziende certificate dovranno aggiornare i propri sistemi per mantenere valida la certificazione.
Questo orizzonte temporale può sembrare ampio, ma nella pratica non lo è. L’esperienza delle precedenti revisioni ISO mostra che chi rimanda tende a concentrare gli adeguamenti negli ultimi mesi, trovandosi a gestire audit ravvicinati, aggiornamenti documentali urgenti e interventi organizzativi difficili da coordinare.
Avviare subito il percorso consente invece di distribuire le attività nel tempo e affrontare il cambiamento in modo più strutturato, senza impatti sulle operazioni quotidiane.
Per le aziende già certificate
Per le organizzazioni già certificate secondo la versione 2015, il primo passo è una gap analysis del sistema esistente. Questo permette di capire con precisione:
- quali requisiti sono già soddisfatti
- dove sono necessari adeguamenti
- quali processi devono essere aggiornati o formalizzati
A partire da questa analisi, è possibile definire un piano di transizione graduale, che tenga conto delle priorità aziendali e delle tempistiche operative.
In molti casi, gli interventi non riguardano solo la documentazione, ma anche:
- l’aggiornamento dell’analisi del contesto
- la revisione della gestione dei rischi ambientali
- l’integrazione con altri sistemi di gestione e con le strategie ESG
Per le aziende non ancora certificate
Per le aziende che non hanno ancora un sistema di gestione ambientale, questa revisione rappresenta un punto di ingresso particolarmente favorevole.
Partire direttamente con la ISO 14001:2026 consente di costruire un sistema già allineato ai requisiti più aggiornati, evitando una doppia transizione nel breve periodo.
Inoltre, l’adozione dello standard in questa fase permette di:
- strutturare fin da subito processi coerenti con le nuove richieste normative
- integrare la gestione ambientale con obiettivi strategici e ESG
- costruire una base solida per affrontare le evoluzioni normative dei prossimi anni
In entrambi i casi, il punto non è solo adeguarsi allo standard, ma utilizzare questo passaggio per rendere il sistema di gestione più efficace e aderente al contesto aziendale.
Perché conviene muoversi subito
Adeguare un sistema di gestione ambientale richiede tempo e coordinamento. Non si tratta solo di aggiornare documenti, ma di intervenire su processi, responsabilità e strumenti.
Muoversi subito permette di distribuire le attività nel tempo, ridurre il rischio di interventi urgenti e allineare il sistema alle nuove richieste normative ed ESG.
Rimandare, al contrario, significa concentrare gli sforzi in un periodo limitato, con maggiore complessità operativa.
ISO 14001:2026 nel contesto delle nuove normative europee
L’aggiornamento dello standard si inserisce in un contesto più ampio, in cui diverse normative stanno ridefinendo il ruolo della sostenibilità nelle imprese.
Tra queste:
- il regolamento sugli imballaggi (PPWR)
- il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP)
- gli obblighi di reporting ESG
In questo scenario, la ISO 14001 diventa un punto di connessione tra operatività e compliance, aiutando le aziende a strutturare processi e dati in modo coerente.
In sintesi
La ISO 14001:2026 rappresenta un’evoluzione che rafforza il ruolo della gestione ambientale all’interno dell’organizzazione.
Non introduce cambiamenti radicali, ma rende più esplicito il legame tra contesto, rischi, governance e performance.
Per le aziende, questo aggiornamento è un’occasione per rivedere il proprio sistema e renderlo più coerente con le richieste normative e con le aspettative del mercato.
Compila il form sottostante per analizzare il tuo sistema di gestione rispetto alla nuova ISO 14001:2026 e impostare un percorso di adeguamento coerente con le nuove richieste.
Green claims nel marketing green: regole, rischi e come evitarli
I green claims sono dichiarazioni ambientali che devono rispettare regole precise: devono essere chiari, verificabili e supportati da dati, altrimenti espongono le aziende a rischi normativi e reputazionali.
All’interno delle strategie di marketing green, la comunicazione ambientale ha assunto un ruolo sempre più centrale. Non si limita più ai documenti tecnici, ma si estende a tutti i punti di contatto con il mercato, dove ogni messaggio contribuisce a costruire la percezione del brand e del suo impegno ambientale.
In questo contesto, i green claims rappresentano il passaggio più delicato. È qui che dati complessi vengono tradotti in contenuti accessibili, ed è proprio in questa traduzione che possono emergere ambiguità o semplificazioni eccessive.
Con il rafforzamento del quadro normativo europeo, in particolare con la Direttiva (UE) 2024/825, non è più sufficiente comunicare un impegno ambientale: è necessario dimostrarlo in modo chiaro, coerente e verificabile.
In questo articolo analizziamo cosa sono i green claims, quali regole devono rispettare e come costruire una comunicazione ambientale solida, evitando errori che oggi non sono più solo comunicativi, ma anche normativi.
Se vuoi approfondire il tema delle pratiche scorrette e dei rischi legati a una comunicazione non trasparente, ti lasciamo qui un approfondimento dedicato 👉🏼 Greenwashing: come evitarlo e comunicare in modo trasparente l’impegno ambientale aziendale
Cos’è un green claim e cosa impone la normativa UE
Un green claim è una dichiarazione ambientale, testuale o visiva, che comunica un impatto positivo o ridotto di un prodotto, di un servizio o di un’organizzazione.
Con l’introduzione della Direttiva (UE) 2024/825, queste dichiarazioni devono rispettare criteri più stringenti. Non è più sufficiente comunicare un beneficio ambientale in modo generico: ogni affermazione deve essere specifica, supportata da dati e comprensibile per il destinatario.
Claim testuali e claim visivi: una responsabilità unica
La normativa considera parte del claim non solo il testo, ma l’intero sistema comunicativo in cui quel messaggio prende forma.
Rientrano quindi nella valutazione:
- le frasi e gli slogan
- le immagini e le fotografie
- i simboli e le certificazioni
- i colori e le scelte grafiche
Questo significa che un claim non è mai isolato. Il pubblico interpreta insieme parole e immagini, costruendo una percezione complessiva.
Il rischio nasce quando gli elementi visivi amplificano il messaggio oltre ciò che è realmente dimostrabile. Un prodotto con un miglioramento limitato può essere percepito come sostenibile nel suo complesso se inserito in un contesto visivo “green”.
Per questo motivo, la normativa richiede coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene mostrato.
Le formulazioni da evitare
Uno dei punti centrali riguarda l’utilizzo di espressioni generiche.
Claim come “eco-friendly”, “100% sostenibile”, “green” o “a impatto zero” risultano critici quando non sono accompagnati da informazioni precise.
Il problema non è la parola in sé, ma l’assenza di contesto. Non è chiaro a cosa si riferisce il beneficio, in quale misura è stato ottenuto e su quali dati si basa.
Una comunicazione corretta richiede invece di rendere il messaggio specifico e verificabile, evitando formulazioni che possono essere interpretate in modo troppo ampio.
Quali rischi comporta una comunicazione non conforme
Una comunicazione ambientale non conforme espone le aziende a rischi normativi e reputazionali sempre più rilevanti.
Sul piano normativo, le dichiarazioni ambientali rientrano tra le pratiche soggette a controllo da parte delle autorità. In caso di comunicazioni fuorvianti o non supportate da evidenze, le aziende possono incorrere in sanzioni economiche, sospensione delle campagne e obblighi di modifica dei contenuti.
Accanto a questo, esiste un rischio più profondo, legato alla percezione del brand. Una comunicazione poco chiara o incoerente può compromettere la fiducia di clienti, partner e stakeholder, incidendo nel tempo sulla credibilità dell’azienda.
Il danno reputazionale è spesso più difficile da recuperare rispetto a quello economico, perché influisce sulla relazione con il mercato nel lungo periodo.
Come verificare se un green claim è conforme
Verificare un green claim significa assicurarsi che il messaggio sia coerente, fondato su dati e correttamente interpretato nel contesto in cui viene comunicato.
La verifica non riguarda solo il contenuto testuale, ma anche il modo in cui il messaggio viene costruito. Un’informazione può essere tecnicamente corretta, ma risultare fuorviante se accompagnata da elementi visivi che ne amplificano il significato.
Per questo motivo, la valutazione deve considerare:
- il dato su cui si basa il claim
- la sua formulazione
- gli elementi visivi che lo accompagnano
- il canale su cui viene diffuso
Strumenti come LCA, carbon footprint o dichiarazioni ambientali di prodotto rappresentano la base per costruire claim fondati. Tuttavia, la verifica della comunicazione richiede un passaggio ulteriore: assicurarsi che il messaggio sia chiaro, accessibile e non ambiguo.
Quando i contenuti aumentano e si distribuiscono su più canali, la verifica manuale diventa complessa e il rischio è perdere coerenza nel tempo.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella gestione dei green claims
L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui le aziende gestiscono la comunicazione, soprattutto quando i contenuti aumentano e si distribuiscono su più canali.
Nel caso dei green claims, questo cambiamento è particolarmente rilevante. La verifica non riguarda più singoli messaggi isolati, ma sistemi complessi che includono testi, immagini, simboli e contesto normativo.
L’AI consente di analizzare questi elementi in modo più rapido e strutturato, individuando incoerenze, ambiguità e pattern ricorrenti che difficilmente emergono con una revisione manuale. Non si limita a controllare la correttezza formale del messaggio, ma aiuta a valutare se ciò che viene comunicato è coerente con i dati e interpretabile correttamente dal pubblico.
In un contesto normativo in evoluzione, questo tipo di supporto diventa sempre più rilevante. L’obiettivo non è automatizzare la comunicazione, ma ridurre il margine di errore e aumentare la qualità complessiva dei messaggi ambientali.
Green Claims Check: come Tecno analizza e migliora i tuoi claim ambientali
All’interno di questo approccio, Green Claims Check è il tool sviluppato da Tecno per analizzare e verificare i green claims prima della loro pubblicazione.
Il suo funzionamento si basa su un’analisi integrata che considera sia i contenuti testuali sia gli elementi visivi, valutandone la coerenza rispetto ai dati disponibili e al quadro normativo.
Grazie all’intelligenza artificiale, il tool consente di effettuare una valutazione rapida delle comunicazioni ambientali, offrendo un primo livello di analisi che permette di individuare eventuali criticità in pochi secondi.
In particolare, consente di:
- analizzare claim testuali e visivi in modo automatico
- ottenere un’indicazione immediata del livello di rischio
- individuare possibili ambiguità nella comunicazione
- ricevere suggerimenti pratici per migliorare il messaggio
Il valore principale è nella prevenzione. Intervenire prima della pubblicazione consente di evitare errori e costruire una comunicazione più coerente, mantenendo allineati dati, contenuti e rappresentazione visiva.
In sintesi
I green claims rappresentano uno degli elementi più delicati della comunicazione ambientale, perché trasformano dati tecnici in messaggi destinati al mercato.
Il quadro normativo europeo richiede oggi maggiore precisione e trasparenza, rendendo necessario un approccio strutturato alla costruzione e alla verifica dei messaggi.
Una comunicazione efficace nasce dalla capacità di mantenere equilibrio tra chiarezza, accuratezza e coerenza, evitando semplificazioni che possono trasformarsi in rischi.
FAQ sui green claims
Cosa si intende per green claim?
Un green claim è qualsiasi dichiarazione, testuale o visiva, che comunica un impatto ambientale positivo o ridotto di un prodotto, servizio o organizzazione. Include non solo le frasi, ma anche immagini, simboli e scelte grafiche che contribuiscono a costruire la percezione di sostenibilità.
I claim visivi sono regolati come quelli testuali?
Sì. La normativa europea considera parte della comunicazione ambientale anche immagini, colori e simboli. Questo significa che un messaggio può risultare fuorviante anche senza testo, se gli elementi visivi suggeriscono un impatto ambientale non supportato da dati.
Quali sono i rischi di un green claim non conforme?
I rischi sono sia normativi sia reputazionali. Le aziende possono incorrere in sanzioni, sospensione delle campagne e interventi delle autorità, ma anche perdere credibilità nei confronti di clienti e stakeholder.
Come verificare se un green claim è corretto?
Un claim è corretto quando è specifico, supportato da dati verificabili e coerente con il contesto in cui viene comunicato. La verifica deve includere sia il contenuto testuale sia gli elementi visivi che lo accompagnano.
Perché i claim generici sono rischiosi?
Perché non permettono una verifica concreta. Espressioni come “green” o “eco-friendly” risultano ambigue se non indicano chiaramente a cosa si riferisce il beneficio, in quale misura è stato ottenuto e su quali dati si basa.