Gestione e monitoraggio della supply chain: metodi, KPI e strumenti 

La gestione supply chain riguarda il controllo e il coordinamento di tutte le attività che portano un prodotto dalla materia prima al cliente finale.

Entriamo in un sistema che attraversa fornitori, stabilimenti, magazzini e trasporti, dove ogni passaggio genera dati: tempi, volumi, costi, scarti. Quando queste informazioni restano separate, la filiera perde coerenza. I problemi emergono solo quando diventano evidenti, sotto forma di ritardi nelle consegne, costi che crescono o rallentamenti nella produzione.

Quando invece i dati vengono raccolti e messi in relazione, iniziano a restituire una fotografia precisa del processo. La supply chain smette di essere una sequenza di attività e diventa un sistema leggibile, su cui è possibile intervenire in modo mirato.

In questo scenario, la gestione della supply chain diventa un punto di equilibrio tra efficienza operativa, sostenibilità e capacità di risposta al mercato, dove il dato entra nelle decisioni e orienta le scelte.

In questo articolo analizziamo come monitorare la supply chain aziendale, quali KPI utilizzare per valutarne le performance, come impostare un sistema di analisi e monitoraggio continuo e quali strumenti digitali permettono di rendere la filiera più leggibile e controllabile.

Cos’è la gestione della supply chain

La gestione della supply chain è il coordinamento strutturato di tutte le attività che compongono la filiera, dall’approvvigionamento fino alla consegna finale.

Non si limita alla logistica o al trasporto. Include la selezione dei fornitori, la pianificazione della produzione, la gestione delle scorte e il controllo dei flussi informativi. È un sistema che collega decisioni strategiche e attività operative, dove ogni scelta ha un impatto diretto su tempi, costi e qualità del servizio.

Le fasi della supply chain

Una supply chain si sviluppa attraverso passaggi precisi, ognuno con una funzione chiara:

  • approvvigionamento delle materie prime
  • trasformazione nei siti produttivi
  • gestione del magazzino
  • distribuzione e trasporto
  • consegna al cliente finale

In ciascuna fase si generano dati concreti: quantità movimentate, tempi di attraversamento, livelli di scorta, costi associati. Se questi dati restano isolati, il processo perde continuità. Se vengono collegati, iniziano a descrivere come funziona davvero la filiera.

Perché la gestione della supply chain è centrale oggi

La gestione della supply chain è centrale perché è il punto in cui si concentrano efficienza operativa, controllo dei costi e trasparenza verso il mercato.

Le aziende oggi devono rispondere a richieste sempre più precise: tempi di consegna affidabili, tracciabilità dei prodotti, informazioni sugli impatti ambientali lungo la filiera.

Questo sposta la supply chain da funzione operativa a struttura di governo, dove diventa necessario leggere i dati in modo continuo e prendere decisioni basate su informazioni aggiornate.

Mappatura della supply chain: da dove iniziare

Per mappare la supply chain bisogna partire da una rappresentazione completa degli attori e dei flussi che la compongono.

Non basta sapere chi sono i fornitori o dove si trovano i magazzini. Serve costruire una visione che colleghi ogni nodo della filiera ai passaggi operativi e informativi che lo attraversano.

Identificare attori e flussi

Il primo passo è rendere visibili tutti gli elementi della supply chain: fornitori diretti e indiretti, stabilimenti produttivi, hub logistici, partner di trasporto.

A questa mappa si affianca una seconda dimensione, spesso trascurata: quella dei flussi. Non solo materiali, ma anche ordini, documenti, dati tecnici e informazioni di avanzamento.

Quando questi flussi non sono allineati, si creano discontinuità che rallentano l’intero processo.

Individuare i punti critici

Una volta costruita la mappa, emergono con chiarezza le aree più fragili della filiera.

Si tratta spesso di nodi specifici: fornitori unici, passaggi con tempi incerti, attività manuali o prive di tracciabilità.

Questi elementi non sono anomalie isolate, ma segnali di un sistema che non è ancora completamente sotto controllo. Intervenire qui significa agire sui punti che generano più instabilità.

I principali KPI della supply chain

I KPI della supply chain servono a trasformare le attività operative in indicatori numerici che permettono di valutare performance e criticità.

Senza KPI, la gestione resta descrittiva. Con i KPI, diventa misurabile.

KPI operativi

Gli indicatori operativi descrivono il ritmo della supply chain. Tra i principali:

  • lead time di approvvigionamento
  • tempo medio di consegna
  • livello di servizio (on-time delivery)
  • rotazione del magazzino

Questi KPI permettono di capire se il sistema scorre in modo continuo o se incontra attriti che rallentano il processo.

KPI economici e ambientali

Accanto alla dimensione operativa, si inseriscono indicatori che collegano la supply chain ai risultati economici e agli impatti ambientali.

Parliamo di costi logistici, consumo energetico, emissioni lungo la filiera.

Questi dati permettono di leggere la supply chain non solo come un sistema operativo, ma come un elemento che incide direttamente su marginalità e obiettivi ESG.

Come fare analisi e monitoraggio continuo

Per monitorare la supply chain in modo continuo è necessario raccogliere dati affidabili e analizzarli nel tempo per individuare variazioni e anomalie.

Il monitoraggio non è un’attività occasionale, ma un processo strutturato che accompagna l’intera operatività. La qualità del dato è il primo elemento su cui lavorare.

Se le informazioni provengono da sistemi diversi e non sono allineate, il rischio è costruire analisi distorte. Per questo è necessario definire standard condivisi, responsabilità chiare e aggiornamento continuo. Un dato incompleto o non aggiornato non rallenta solo l’analisi, ma compromette le decisioni.

Una volta organizzati, i dati permettono di leggere l’andamento della supply chain nel tempo. Non si tratta di osservare un singolo valore, ma di individuare variazioni: tempi che si allungano, costi che crescono, consumi che cambiano.

Questi segnali anticipano criticità più ampie. Intercettarli permette di intervenire prima che diventino problemi strutturali.

Strategie di ottimizzazione della supply chain

Ottimizzare la supply chain significa intervenire sui processi per ridurre inefficienze e migliorare il coordinamento tra le diverse fasi.

Non esiste un’unica azione risolutiva, ma un insieme di interventi progressivi che agiscono su livelli diversi. Il primo riguarda la riduzione delle inefficienze più evidenti, come trasporti non ottimizzati, scorte eccessive e tempi di attesa tra una fase e l’altra. Intervenire su questi elementi permette di ottenere risultati immediati, perché agisce su ciò che è già visibile.

Il secondo livello è più strutturale e riguarda l’integrazione tra funzioni.

Spesso le informazioni restano separate tra acquisti, produzione e logistica, generando disallineamenti che si traducono in inefficienze operative. Integrare i dati significa costruire una visione unica della supply chain, su cui tutte le funzioni possono basarsi per prendere decisioni coerenti.

Strumenti digitali per il supply chain management

Gli strumenti digitali permettono di raccogliere, organizzare e analizzare i dati della supply chain, rendendo il sistema più leggibile e controllabile.

Non sostituiscono i processi, ma li rendono visibili e interpretabili. Le piattaforme digitali consentono di visualizzare in tempo reale lo stato della supply chain, mettendo in evidenza volumi, tempi, anomalie e performance. Questo permette di passare da una gestione reattiva, basata su problemi già emersi, a una gestione più consapevole.

Quando il sistema è strutturato, diventa possibile introdurre anche elementi di automazione e controllo operativo.

Un ritardo, una deviazione nei consumi o una variazione nei volumi possono generare segnalazioni o attivare azioni correttive immediate. Il dato non resta fermo, ma entra nel processo decisionale, in linea con un modello che integra sostenibilità e trasformazione digitale.

Questo approccio diventa ancora più efficace quando si estende alla valutazione dei rischi e delle performance lungo tutta la filiera. In questa prospettiva, strumenti come Supply-Check permettono di ottenere una prima fotografia del livello di preparazione dell’azienda nella gestione della supply chain.

Attraverso un questionario rapido, è possibile valutare il proprio posizionamento, ottenere un Risk Score sulla compliance normativa e ricevere un primo riscontro con indicazioni operative.

FAQ sulla gestione della supply chain

Cos’è la gestione della supply chain?

È il coordinamento di tutte le attività che portano un prodotto dalla materia prima al cliente finale, includendo flussi fisici e informativi.

Perché è importante monitorare la supply chain?

Per individuare inefficienze, ridurre costi, migliorare la puntualità delle consegne e rispondere alle richieste di trasparenza del mercato.

Quali KPI usare per la supply chain?

Indicatori operativi come lead time e puntualità, insieme a KPI economici e ambientali legati a costi, consumi ed emissioni.

Da dove partire per migliorare la supply chain?

Dalla mappatura dei processi e dall’identificazione dei punti critici, su cui costruire analisi e interventi mirati.

Qual è il ruolo degli strumenti digitali?

Permettono di raccogliere dati in modo continuo, visualizzarli e attivare azioni correttive, rendendo la supply chain più controllabile.

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Definizione e caratteristiche della ISO 50001

Cos’è la ISO 50001: la norma e la certificazione

Lo stretto legame tra sostenibilità energetica e ambientale ha stimolato, nel tempo, le aziende ad intraprendere azioni volte all’efficienza energetica, con benefici che vanno ben oltre la decarbonizzazione e il contrasto ai cambiamenti climatici.
L’efficienza energetica, infatti, è in grado di sostenere la crescita delle aziende in un mercato internazionale sempre più competitivo.
L’implementazione di un Sistema di Gestione Energia, oltre a generare vantaggi competitivi, migliora l’immagine aziendale e i rapporti con stakeholders, clienti, consumatori e istituzioni; consente di ridurre i consumi energetici e le emissioni di CO2, grazie alle azioni correttive suggerite.
Di seguito approfondiamo le caratteristiche del Sistema di Gestione Energia ed i benefici che la certificazione ISO 50001 apporta alle aziende e all’ambiente.

Sistemi di Gestione: cosa sono

Il Sistema di Gestione è un insieme di azioni programmate e coordinate, procedure operative, sistemi di documentazione e registrazione, definito in una norma riconosciuta a livello internazionale. Esistono diversi Sistemi di Gestione, a seconda del settore in cui questi sono sviluppati; a ciascuno di essi si applica una specifica norma tecnica volontaria.
L’obiettivo principale è attuare azioni che consentano all’azienda di tenere sotto controllo i propri processi e le proprie attività, con un miglioramento delle prestazioni.
I Sistemi di Gestione più diffusi sono:

  • Sistemi di Gestione sulla Salute e la Sicurezza: ISO 45001;
  • Sistemi di Gestione della Qualità: ISO 90001;
  • Sistemi di Gestione Ambientale: ISO 14001;
  • Sistemi di Gestione Energetica: ISO 50001.

Ciò che accomuna i Sistemi di Gestione è il Ciclo di Deming (Plan – Do – Check – Act), composto da 4 fasi:

  1. pianificazione degli obiettivi da raggiungere;
  2. realizzazione delle azioni pianificate;
  3. verifica dei risultati tramite misurazione, monitoraggio e audit;
  4. correzione o modifica eventuali dei risultati raggiunti, in linea con gli obiettivi prefissati.

Sistema di Gestione Energia ISO 50001: di cosa si tratta?

Il Sistema di Gestione Energia ISO 50001 fornisce strategie di gestione per aumentare e migliorare l’efficienza energetica, favorendo un uso dell’energia più consapevole e razionale, eliminando sprechi e riducendo i consumi.
L’obiettivo di questo sistema è guidare l’organizzazione – azienda, impresa, pubblica amministrazione – in un processo che permetta di gestire e migliorare in modo continuo il consumo dell’energia, garantendo una riduzione dei costi.

Secondo dati ufficiali ISO, le organizzazioni con ISO 50001 beneficiano nel breve termine di un miglioramento delle prestazioni energetiche del 10% e in alcuni casi anche maggiore: un risultato ottenibile attraverso la ridefinizione della cultura energetica dell’azienda, coinvolgendo tutto il personale.

Il Sistema di Gestione dell’Energia rappresenta un potente strumento nelle mani delle aziende, grazie a risultati concreti e duraturi nel tempo.
Attraverso il sistema di monitoraggio è possibile misurare real time i consumi energetici, rilevare eventuali criticità degli impianti e intervenire tempestivamente.

Le Grandi Imprese che implementano la ISO 50001 sono esonerate dall’obbligo di diagnosi energetica, a condizione che il Sistema di Gestione Energia includa un audit energetico realizzato in conformità con i criteri presenti nell’allegato 2 del D. lgs. 102/2014.

Adottare un Sistema di Gestione Energia aiuta, inoltre, a soddisfare alcuni obiettivi del Global Sustainable Development delle Nazioni Unite: energia pulita e accessibile, città e comunità sostenibili, consumo e produzione responsabili, lotta contro il cambiamento climatico.

Norma ISO 50001: cos’è e a che serve

La norma ISO 50001 è uno standard riconosciuto a livello internazionale che definisce i requisiti per un Sistema di Gestione Energia – SGE; una norma volontaria destinata a tutti i tipi di aziende, di qualsiasi dimensione, settore e posizione geografica.

Introdotta nel 2011, poi aggiornata nel 2018, si è diffusa in modo crescente nel mercato, divenendo un’opportunità per stimolare innovazioni di processo, prodotti e servizi offerti dall’organizzazione, migliorandone la competitività. I benefici derivanti dall’implementazione della ISO 50001 sono considerevoli:

  • ottimizzazione dei consumi energetici;
  • supporto alle imprese pubbliche e private affinché le risorse energetiche e aziendali siano sfruttate nel miglior modo possibile;
  • promozione e semplificazione della gestione di energia al fine di ridurre emissioni di CO2 e altre sostanze inquinanti, che contribuiscono al cambiamento climatico;
  • sostegno all’applicazione di nuove tecnologie nel settore dell’efficienza energetica;
  • integrazione con altri sistemi di gestione, tra cui sicurezza, ambiente, salute e qualità.

Certificazione ISO 50001: quali vantaggi riserva alle aziende

La certificazione ISO 50001 è il riconoscimento dell’impegno dell’azienda nell’adozione di una gestione efficiente dell’energia, una garanzia di affidabilità e credibilità per i clienti.
Riserva alle aziende vantaggi in termini di risparmio, efficienza energetica e sostenibilità ambientale. Vediamoli nel dettaglio:

  • miglioramento dell’immagine aziendale: dimostrazione del proprio impegno per la salvaguardia ambientale
  • maggiore competitività sul mercato: sempre più clienti prediligono e adottano strategie legate alla sostenibilità
  • inizio di un percorso virtuoso verso la sostenibilità ambientale: allineamento agli obiettivi Ue per il 2030 per la riduzione delle emissioni di CO2
  • ampliamento del portfolio clienti: la richiesta di prodotti e servizi sostenibili è in crescente aumento
  • rispetto dei requisiti normativi: grazie alla certificazione ISO 50001 è possibile accedere ai TEE – Titoli di Efficienza Energetica.

La lotta ai cambiamenti climatici è una priorità concreta, una leva dello sviluppo economico. Con la certificazione ISO 50001 la tua azienda diventa un esempio di sostenibilità sociale, culturale e ambientale; noi ti accompagniamo in questo percorso, preparando la tua azienda all’implementazione della norma ISO 50001.

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ISO 14064 tutto ciò che bisogna sapere

Carbon footprint Iso 14064: rendicontare le emissioni di gas serra

Le imprese che scelgono di conseguire la certificazione carbon footprint, calcolando e comunicando al pubblico l’entità delle proprie emissioni di gas serra, riescono ad ottenere numerosi vantaggi. L’impegno ambientale infatti viene premiato dai consumatori e non solo; vediamo quindi come sviluppare l’inventario delle emissioni GHG e perché è importante.

Carbon Footprint Organizzazione: contrastare i cambiamenti climatici con l’inventario delle emissioni GHG

Sono molte le aziende che scelgono di calcolare la propria impronta di carbonio, al fine di rendicontare le emissioni di gas ad effetto serra e fornire informazioni dettagliate a stakeholders e consumatori attenti alle performance ambientali delle imprese.

Con la Carbon Footprint un’azienda – ma anche un gruppo societario, un singolo cantiere o un sito produttivo – può quantificare la totalità delle emissioni di GHG (gas ad effetto serra) secondo un approccio di tipo inventariale. Cosa significa?

Che se per misurare l’impronta di carbonio di un prodotto viene analizzato l’intero ciclo di vita del bene, nel caso delle organizzazioni si procede con la redazione di un inventario delle emissioni di GHG, tenendo conto di quelle dirette, indirette da consumo energetico e altre emissioni indirette.

Quindi, l’azienda che vuole definire la propria impronta di carbonio e certificarsi, deve seguire quanto definito dalla norma tecnica internazionale ISO 14064 e predisporre:

  • l’inventario dei GHG (Greenhouse Gases – gas ad effetto serra);
  • la procedura di gestione relativa ai dati acquisiti;
  • il report dei GHG da destinare al pubblico.

CFO e ISO 14064: una norma internazionale per sviluppare, progettare e rendicontare

La norma ISO 14064:2019 specifica i principi e i requisiti utili alla quantificazione e alla rendicontazione delle emissioni di gas serra di un’organizzazione. Questa norma aiuta a sviluppare l’inventario delle emissioni di GHG, a gestire i progetti volti alla riduzione/eliminazione delle emissioni e a rendicontare e validare quanto rilevato.

La norma ISO 14064 si compone di tre parti, che possono essere usate anche separatamente:

La prima è dedicata ai principi e ai requisiti utili alla progettazione e allo sviluppo degli inventari di gas serra, incluso i parametri utili alla definizione dei confini di emissione dei gas serra.

La seconda parte è dedicata ai progetti volti a ridurre/eliminare le emissioni di gas serra dell’organizzazione.
Qui ci sono i dettagli utili a definire il progetto, monitorare, quantificare e rendicontare i dati.

La terza parte è dedicata alla verifica di quanto rilevato in merito alle emissioni di GHG.

Certificazione Carbon Footprint: quali vantaggi per le aziende?

L’identificazione delle proprie emissioni di gas serra consente all’azienda che intende conseguire la certificazione carbon footprint di ottenere diversi vantaggi.

Sul piano operativo l’organizzazione ha la possibilità di identificare le sorgenti massive e l’intensità delle emissioni di gas serra relative alle attività aziendali e fare la propria parte per il bene dell’ambiente.

L’inventario delle emissioni di GHG sviluppato diviene, inoltre:

  • un utile baseline per monitorare – da qui in avanti – il miglioramento delle performance ambientali dell’azienda;
  • uno strumento efficace per identificare e gestire i rischi relativi ai gas serra;
  • un dato utile a definire le politiche e le prossime strategie di gestione.

Sul piano comunicativo l’azienda ha la possibilità di coinvolgere e informare stakeholders interni ed esterni circa le performance ambientali dell’organizzazione. Ciò contribuisce a:

  1. Sostenere la Corporate Social Responsability (CSR)
  2. Migliorare la green reputation
  3. Stuzzicare l’interesse dei consumatori e della PA

Certificazione carbon footprint: il nostro processo virtuoso

L’impegno ambientale delle organizzazioni viene premiato. In che modo?

I consumatori – che sono sempre più attenti alla sostenibilità ambientale – tendono a preferire i prodotti e/o servizi delle aziende che hanno un approccio green. La pubblica amministrazione, così come gli enti locali, privilegiano le organizzazioni e le imprese dotate di certificazioni ambientali riservando loro l’accesso facilitato a bandi e gare d’appalti.

È per tutte queste ragioni che il nostro team ha scelto di accompagnare le organizzazioni interessate alla certificazione carbon footprint, in ciò che è stato più volte definito “un processo virtuoso”.

Di cosa si tratta? Del percorso recentemente descritto dai nostri ingegneri, ospiti degli ultimi webinar organizzati da Alma Laboris Business School.

First step: la parola d’ordine di questa prima fase è: consapevolezza. Aiutiamo l’azienda a calcolare l’impronta di carbonio nel rispetto delle norme ISO di riferimento. Gestione, conoscenza e monitoraggio.

Second step: prima di ogni intervento c’è un progetto, una struttura. È in questo momento che il rinnovamento e l’ottimizzazione delle prestazioni ambientali, dei consumi e delle emissioni di gas serra viene strutturato, tenendo conto di tutte le implementazioni e le azioni possibili.

Third step: mettiamo a disposizione del sito produttivo e dell’organizzazione interessata, un software di monitoraggio per agevolare la consultazione futura dei dati e la definizione delle prossime strategie aziendali.

Vuoi conseguire la certificazione Carbon Footprint? Approfitta della prima consulenza gratuita. Contattaci.

Carbon footprint prodotti alimentari

Carbon footprint alimenti: gli obiettivi delle etichette sostenibili

Limitare le emissioni provenienti dal settore alimentare è un’intervento necessario per poter contribuire al raggiungimento degli obiettivi fissati dal Green Deal. La relazione tra sostenibilità e salute spinge alla promozione della consapevolezza nei confronti dei consumatori. Nell’ambito della Farm to Fork Strategy la Commissione europea ha proposto un sistema di etichettatura nutrizionale obbligatorio armonizzato; un’etichetta trasparente, da cui far emergere i dettagli inerenti al processo produttivo e distributivo alimentare. Le etichette sostenibili evidenziano la carbon footprint degli alimenti. Vediamo di cosa si tratta e quali sono le posizioni dei Paesi Ue.

Etichette sostenibili: cosa sono

L’obiettivo delle etichette sostenibili è favorire la transizione verso modelli più green, considerando le emissioni di CO2, gli impatti sulla biodiversità e l’uso di pesticidi.
Le etichette sostenibili consentono ai consumatori di poter decidere se acquistare o meno un prodotto o sceglierne uno piuttosto che un altro.
L’etichetta è prodotta sulla base di specifici standard e considera diversi fattori ambientali. È utile ai consumatori perché:

  • permette di poter scegliere i prodotti alimentari venduti nei supermercati in base al loro impatto ambientale;
  • fornisce informazioni più complete;
  • rappresenta uno strumento efficace in grado di ridurre le emissioni di CO2 legate al settore alimentare;
  • influenza le decisioni dei consumatori, spingendoli verso l’acquisto di cibi meno inquinanti.

Greenwashing ed etichette sostenibili

La Commissione europea lavora da tempo su provvedimenti che possano cambiare le abitudini alimentari dei consumatori. Insieme alle autorità nazionali di tutela dei consumatori ha pubblicato i risultati di un’indagine effettuata sul mercato online; lo scopo era individuare le violazioni del diritto Ue per quanto riguarda la tutela dei consumatori.

L’indagine si è focalizzata sul greenwashing; sono state analizzate le affermazioni ecologiche utilizzate dai produttori ed è emerso che nel 42% dei casi sono risultate false, ingannevoli o potenzialmente scorrette.
L’idea di creare un’etichetta sostenibile unica nasce per rendere maggiormente consapevoli le scelte di acquisto dei consumatori e per annullare ogni tentativo di greenwashing, includendo criteri ambientali e nutrizionali.

Carbon footprint alimenti: da cosa dipende

Circa un terzo delle emissioni di gas serra è legato al settore alimentare, ecco perché le scelte dei piatti che i consumatori decidono di portare in tavola incidono notevolmente sul riscaldamento globale. Le etichette sostenibili non intendono imporre decisioni o restrizioni, cercano piuttosto di sensibilizzare e indirizzare le persone a compiere scelte che possano contribuire a diminuire l’impatto climatico e al contempo migliorare la propria alimentazione.

É importante evidenziare che la carbon footprint degli alimenti dipende da diversi fattori, quindi la responsabilità delle azioni sostenibili nel settore alimentare deve interessare tutti gli attori della filiera, non solo i consumatori:

  • produzione agricola (tradizionale o biologica);
  • tipologia di produzione (regionale, stagionale);
  • tipo di imballaggio;
  • tipologia di prodotto (fresco o congelato);
  • consumo di risorse naturali (acqua, suolo ed energia);
  • trasporto (veicoli o km 0).

Nutri Score ed Eco Score: in cosa consistono

Con l’etichetta nazionale a semaforo Nutri Score l’Ue ha voluto sperimentare un sistema molto simile a quello progettato per segnalare l’efficienza energetica degli elettrodomestici; uno strumento che Gran Bretagna, Francia e successivamente Belgio e Germania, hanno adottato senza problemi.
L’immagine di un semaforo assegna un colore ad ogni alimento in base al livello di zuccheri, grassi e sale contenuti in ognuno di essi. I cibi con semaforo verde sono preferiti rispetto a quelli con semaforo rosso.

Alcune organizzazioni appartenenti al settore alimentare francese hanno lanciato un sistema indipendente denominato Eco Score, nato successivamente al Nutri Score.

Lo scopo è promuovere la consapevolezza sull’impatto ambientale generato dalle abitudini alimentari dei consumatori. L’Eco Score tiene conto del ciclo di vita del prodotto, (produzione, trasporto, imballaggi) rispetto a quanto accade nell’etichetta a semaforo alimentare che invece considera gli aspetti nutrizionali.

Nutri Score: il pensiero dell’Italia

Il modello di etichettatura Nutri Score è universalmente riconosciuto da nutrizionisti e scienziati. Nonostante ciò, in Italia vi sono stati diversi ostacoli nella sua applicazione in quanto le indicazioni a semaforo sono state definite penalizzanti per la dieta mediterranea e per i prodotti made in Italy. Questo ha fatto sì che venisse introdotto il NutrInform Battery.

Nutrinform Battery: definizione e obiettivi del sistema a batteria italiano

Il NutrInform Battery è stato introdotto ufficialmente in Italia a dicembre 2020, in alternativa al Nutri Score. Si tratta di un sistema totalmente italiano proposto dalla Commissione europea e promosso dai Ministeri dello Sviluppo Economico, delle Politiche Agricole, della Salute e degli Esteri; è stato realizzato in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, il Consiglio per la Ricerca Economica e Alimentare e i rappresentanti delle associazioni di categoria dell’intera filiera agroalimentare e dei consumatori.

Il periodo sperimentale in cui è stato applicato il sistema a batteria ha fatto emergere quanto sia stato utile nel facilitare la comprensione da parte dei consumatori in merito all’apporto energetico e nutritivo degli alimenti. L’etichetta è pensata come una batteria in cui sono rappresentati i valori relativi ad una singola porzione di cibo consumata; sono indicate le percentuali di energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale presenti in ogni singola porzione, rispetto alla quantità raccomandata quotidianamente.

Gli obiettivi del sistema a batteria sono:

  • combattere le patologie legate alle cattive abitudini alimentari;
  • spingere i consumatori a ridurre l’impatto ambientale derivante dai cibi consumati;
  • valutare quanto incide ogni alimento all’interno della dieta alimentare.

Misura la carbon footprint alimenti e riduci l’impatto ambientale

La produzione alimentare responsabile consente di ridurre l’impatto ambientale e facilita le scelte di consumo. Ogni prodotto ha un’impronta di carbonio più o meno elevata, che dipende dalle emissioni di CO2 generate durante tutto il ciclo di produzione.

Le emissioni di gas serra nel settore alimentare derivano dall’utilizzo delle risorse naturali, dai materiali usati per il packaging e dai macchinari necessari per la produzione, il confezionamento e il trasporto.
Misurare la carbon footprint degli alimenti ti permette di ottenere importanti vantaggi, sia economici sia ambientali.

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Tassonomia UE e finanza sostenibile per la carbon neutrality

Tassonomia UE finanza sostenibile: misure per la carbon neutrality

Il settore finanziario europeo è al centro dello sviluppo economico ed ecologico dell’Europa nel lungo periodo. Affinché le decisioni di investimento siano sostenibili, la Commissione europea ha adottato un pacchetto su finanza sostenibile e tassonomia.
La bozza è stata approvata dalla Commissione Ue il 21 aprile 2021, ma l’adozione del pacchetto è avvenuta il 4 giugno 2021 in tutte le lingue ufficiali.
Cosa riguarda il pacchetto e qual è l’obiettivo delle misure proposte dall’Ue?

Pacchetto tassonomia Ue e finanza sostenibile: cos’è

La tassonomia è la classificazione delle attività economiche che l’Unione europea ha etichettato come sostenibili dal punto di vista ambientale. Rappresenta lo strumento che guida le scelte degli investitori e delle imprese, sulla base di una crescita economica che non impatta negativamente sul clima.

L’Unione europea intende contribuire al miglioramento del flusso di denaro verso le attività sostenibili in tutta l’Ue.
Soprattutto, migliora l’affidabilità e la comparabilità delle informazioni in tema di sostenibilità, prevenendo il fenomeno del greenwashing.

Le misure dell’Unione europea, inoltre, forniscono i criteri per l’assegnazione dei fondi del Green Deal europeo. Il Green Deal è un insieme di iniziative politiche proposte dalla Commissione europea con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica in Europa entro il 2050.

Cosa contiene il pacchetto Ue

L’Ue lavora continuamente alla costruzione di un sistema finanziario sostenibile, per condurre l’Europa verso la transizione alla carbon neutrality.
Il pacchetto di misure proposte dall’Unione europea si compone di:

  • un atto delegato relativo agli aspetti climatici della tassonomia Ue: presenta l’insieme dei criteri tecnici utili alla definizione delle attività che contribuiscono in modo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento ad essi; si tratta dei primi due dei sei obiettivi ambientali della tassonomia Ue;
  • una proposta per la Direttiva sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale (CSRD) che potrebbe modificare l’attuale obbligo sulla DNF. L’obbligo di reporting riguarderebbe anche le grandi società non quotate e le PMI quotate in mercati regolamentati, escluse le microimprese; in base a quanto previsto dall’art. 8 del Regolamento Ue 2020/852 la divulgazione delle informazioni avverrà in allineamento alla tassonomia;
  • sei atti delegati di modifica sui doveri fiduciari, sugli investimenti e sulla consulenza assicurativa per garantire che le società finanziarie (tra cui consulenti, assicuratori e gestori patrimoniali) includano la sostenibilità nelle procedure e nella consulenza in materia di investimenti ai clienti. Questi provvedimenti, una volta esaminati dal Parlamento europeo e del Consiglio dovrebbero essere applicati a partire da ottobre 2022.

​A partire dal 1° gennaio 2022 tutte le dichiarazioni non finanziarie (DNF) che si riferiscono all’esercizio 2021 devono riportare informazioni in merito alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici.

Tassonomia Ue sul clima e strategia per la finanza sostenibile

L’atto delegato sugli aspetti climatici della tassonomia Ue (misura proposta nel pacchetto dell’Unione europea) fa seguito alla strategia sulla finanza sostenibile del 2018. Questa ha attuato un piano globale per una crescita sostenibile ed inclusiva; promuove gli investimenti del settore privato in progetti green, migliorando la trasparenza e contenendo i rischi di un ecologismo di facciata.

La misura proposta nel pacchetto del 2021 riveste molta importanza perché fornisce ad imprese ed investitori i criteri in grado di determinare in che modo le attività economiche contribuiscono alla tutela dell’ecosistema senza arrecare danni all’ambiente.
Il documento è sottoposto a continue evoluzioni, alla luce degli sviluppi e del progresso tecnologico.

Green Deal, PNRR e principio DNSH

L’accesso ai finanziamenti del RRF (Recovery and Resilience Facility) è possibile solo se i PNRR (Piani nazionali di ripresa e resilienza) includono misure che concorrono alla transizione ecologica per il 37% delle risorse e non violano il principio DNSH (Do Not Significant Harm), cioè non arrecare un danno significativo all’ambiente.
Il principio DNSH si basa su quanto specificato nel Regolamento Ue 2020/852 tassonomia per la finanza sostenibile.
Il dispositivo RRF sostiene gli investimenti e le riforme che contribuiscono ad attuare l’accordo di Parigi e a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, come indicato nel Green deal europeo.

Tassonomia per la finanza sostenibile: gli obiettivi ambientali

Il regolamento Ue 2020/852 sulla tassonomia per la finanza sostenibile prevede sei obiettivi ambientali:

  • adattamento ai cambiamenti climatici: adottare misure adeguate che permettano di prevenire o ridurre al minimo i danni che può causare il climate change;
  • mitigazione ai cambiamenti climatici: prevenire o diminuire le emissioni di CO2 in atmosfera (aumentando la quota di energie rinnovabili, creare un sistema di mobilità più sostenibile, etc.);
  • uso sostenibile o protezione delle risorse idriche e marine;
  • applicazione dell’economia circolare, prevenzione, riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti;
  • prevenzione e riduzione dell’inquinamento;
  • protezione e ripristino delle biodiversità e degli ecosistemi.

Per verificare se una misura inserita nel PNRR è eco sostenibile deve essere riconducibile ad un’attività economica presente della Comunità europea (NACE) della tassonomia.

In caso contrario la valutazione si basa sulla coerenza con il quadro giuridico comunitario, sul rispetto delle BAT (Best Available Technique) cioè le condizioni adottate nei cicli di produzione, che garantiscono protezione ambientale, e la verifica dei criteri di sostenibilità previsti per i sei obiettivi ambientali.

Percorriamo insieme la strada verso la carbon neutrality

Misurare, quantificare e ridurre sono tre passi fondamentali per rendere sostenibile il tuo business.
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