ISO 14001:2026: cosa cambia davvero e come prepararsi alla nuova revisione

La nuova ISO 14001:2026 introduce aggiornamenti che rafforzano il ruolo della gestione ambientale nelle strategie aziendali, rendendola più integrata con rischi, dati e decisioni operative.

Pubblicata il 15 aprile 2026, questa revisione rappresenta il primo aggiornamento significativo dello standard in oltre un decennio. Si tratta di un’evoluzione mirata: interviene su alcuni punti chiave e li rende più centrali nel funzionamento dell’organizzazione.

In un contesto in cui normative, supply chain e stakeholder richiedono maggiore controllo sugli impatti ambientali, la ISO 14001 non è più solo uno strumento di conformità, ma un riferimento per strutturare processi e responsabilità.

ISO 14001:2026: cosa cambia nello standard

La nuova versione introduce un rafforzamento di elementi già presenti, con un focus più ampio sul contesto ambientale e sulla gestione strutturata dei rischi.

Le aziende sono chiamate a considerare non solo gli impatti diretti, ma anche un insieme più articolato di fattori, tra cui cambiamento climatico, biodiversità e disponibilità di risorse naturali. Questo amplia il perimetro dell’analisi e richiede una lettura più completa del contesto operativo.

Allo stesso tempo, lo standard riorganizza i requisiti legati a rischi e opportunità, rendendo più esplicito il legame tra gestione ambientale e pianificazione aziendale. L’analisi non resta confinata a un livello tecnico, ma entra nei processi decisionali.

Un elemento rilevante è l’introduzione della nuova clausola dedicata alla gestione delle modifiche. Le aziende devono dimostrare di saper gestire cambiamenti organizzativi, produttivi o normativi valutandone gli impatti ambientali prima della loro implementazione.

Dalla conformità alla gestione strategica

La ISO 14001:2026 rafforza il passaggio da un approccio orientato alla conformità a uno più integrato nella gestione aziendale.

La gestione ambientale viene sempre più collegata a governance, performance e strategia. Non si tratta solo di rispettare requisiti, ma di utilizzare il sistema per prendere decisioni più consapevoli.

Il ruolo della leadership diventa più centrale, così come la capacità di utilizzare i dati per monitorare le performance e orientare il miglioramento. Questo rende lo standard più allineato alle richieste di reporting ESG e alle aspettative degli stakeholder.

Allo stesso tempo, si amplia la responsabilità lungo il ciclo di vita e la supply chain, richiedendo alle aziende di considerare anche gli impatti esterni ai propri confini operativi.

Cosa devono fare le aziende ora

La pubblicazione della nuova versione apre un periodo di transizione di tre anni. Entro maggio 2029, le aziende certificate dovranno aggiornare i propri sistemi per mantenere valida la certificazione.

Questo orizzonte temporale può sembrare ampio, ma nella pratica non lo è. L’esperienza delle precedenti revisioni ISO mostra che chi rimanda tende a concentrare gli adeguamenti negli ultimi mesi, trovandosi a gestire audit ravvicinati, aggiornamenti documentali urgenti e interventi organizzativi difficili da coordinare.

Avviare subito il percorso consente invece di distribuire le attività nel tempo e affrontare il cambiamento in modo più strutturato, senza impatti sulle operazioni quotidiane.

Per le aziende già certificate

Per le organizzazioni già certificate secondo la versione 2015, il primo passo è una gap analysis del sistema esistente. Questo permette di capire con precisione:

  • quali requisiti sono già soddisfatti
  • dove sono necessari adeguamenti
  • quali processi devono essere aggiornati o formalizzati

A partire da questa analisi, è possibile definire un piano di transizione graduale, che tenga conto delle priorità aziendali e delle tempistiche operative.

In molti casi, gli interventi non riguardano solo la documentazione, ma anche:

  • l’aggiornamento dell’analisi del contesto
  • la revisione della gestione dei rischi ambientali
  • l’integrazione con altri sistemi di gestione e con le strategie ESG

Per le aziende non ancora certificate

Per le aziende che non hanno ancora un sistema di gestione ambientale, questa revisione rappresenta un punto di ingresso particolarmente favorevole.

Partire direttamente con la ISO 14001:2026 consente di costruire un sistema già allineato ai requisiti più aggiornati, evitando una doppia transizione nel breve periodo.

Inoltre, l’adozione dello standard in questa fase permette di:

  • strutturare fin da subito processi coerenti con le nuove richieste normative
  • integrare la gestione ambientale con obiettivi strategici e ESG
  • costruire una base solida per affrontare le evoluzioni normative dei prossimi anni

In entrambi i casi, il punto non è solo adeguarsi allo standard, ma utilizzare questo passaggio per rendere il sistema di gestione più efficace e aderente al contesto aziendale.

Perché conviene muoversi subito

Adeguare un sistema di gestione ambientale richiede tempo e coordinamento. Non si tratta solo di aggiornare documenti, ma di intervenire su processi, responsabilità e strumenti.

Muoversi subito permette di distribuire le attività nel tempo, ridurre il rischio di interventi urgenti e allineare il sistema alle nuove richieste normative ed ESG.

Rimandare, al contrario, significa concentrare gli sforzi in un periodo limitato, con maggiore complessità operativa.

ISO 14001:2026 nel contesto delle nuove normative europee

L’aggiornamento dello standard si inserisce in un contesto più ampio, in cui diverse normative stanno ridefinendo il ruolo della sostenibilità nelle imprese.

Tra queste:

  • il regolamento sugli imballaggi (PPWR)
  • il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP)
  • gli obblighi di reporting ESG

In questo scenario, la ISO 14001 diventa un punto di connessione tra operatività e compliance, aiutando le aziende a strutturare processi e dati in modo coerente.

In sintesi

La ISO 14001:2026 rappresenta un’evoluzione che rafforza il ruolo della gestione ambientale all’interno dell’organizzazione.

Non introduce cambiamenti radicali, ma rende più esplicito il legame tra contesto, rischi, governance e performance.

Per le aziende, questo aggiornamento è un’occasione per rivedere il proprio sistema e renderlo più coerente con le richieste normative e con le aspettative del mercato.

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Green claims nel marketing green: regole, rischi e come evitarli 

I green claims sono dichiarazioni ambientali che devono rispettare regole precise: devono essere chiari, verificabili e supportati da dati, altrimenti espongono le aziende a rischi normativi e reputazionali.

All’interno delle strategie di marketing green, la comunicazione ambientale ha assunto un ruolo sempre più centrale. Non si limita più ai documenti tecnici, ma si estende a tutti i punti di contatto con il mercato, dove ogni messaggio contribuisce a costruire la percezione del brand e del suo impegno ambientale.

In questo contesto, i green claims rappresentano il passaggio più delicato. È qui che dati complessi vengono tradotti in contenuti accessibili, ed è proprio in questa traduzione che possono emergere ambiguità o semplificazioni eccessive.

Con il rafforzamento del quadro normativo europeo, in particolare con la Direttiva (UE) 2024/825, non è più sufficiente comunicare un impegno ambientale: è necessario dimostrarlo in modo chiaro, coerente e verificabile.

In questo articolo analizziamo cosa sono i green claims, quali regole devono rispettare e come costruire una comunicazione ambientale solida, evitando errori che oggi non sono più solo comunicativi, ma anche normativi.

Se vuoi approfondire il tema delle pratiche scorrette e dei rischi legati a una comunicazione non trasparente, ti lasciamo qui un approfondimento dedicato 👉🏼 Greenwashing: come evitarlo e comunicare in modo trasparente l’impegno ambientale aziendale

Cos’è un green claim e cosa impone la normativa UE

Un green claim è una dichiarazione ambientale, testuale o visiva, che comunica un impatto positivo o ridotto di un prodotto, di un servizio o di un’organizzazione.

Con l’introduzione della Direttiva (UE) 2024/825, queste dichiarazioni devono rispettare criteri più stringenti. Non è più sufficiente comunicare un beneficio ambientale in modo generico: ogni affermazione deve essere specifica, supportata da dati e comprensibile per il destinatario.

Claim testuali e claim visivi: una responsabilità unica

La normativa considera parte del claim non solo il testo, ma l’intero sistema comunicativo in cui quel messaggio prende forma.

Rientrano quindi nella valutazione:

  • le frasi e gli slogan
  • le immagini e le fotografie
  • i simboli e le certificazioni
  • i colori e le scelte grafiche

Questo significa che un claim non è mai isolato. Il pubblico interpreta insieme parole e immagini, costruendo una percezione complessiva.

Il rischio nasce quando gli elementi visivi amplificano il messaggio oltre ciò che è realmente dimostrabile. Un prodotto con un miglioramento limitato può essere percepito come sostenibile nel suo complesso se inserito in un contesto visivo “green”.

Per questo motivo, la normativa richiede coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene mostrato.

Le formulazioni da evitare

Uno dei punti centrali riguarda l’utilizzo di espressioni generiche.

Claim come “eco-friendly”, “100% sostenibile”, “green” o “a impatto zero” risultano critici quando non sono accompagnati da informazioni precise.

Il problema non è la parola in sé, ma l’assenza di contesto. Non è chiaro a cosa si riferisce il beneficio, in quale misura è stato ottenuto e su quali dati si basa.

Una comunicazione corretta richiede invece di rendere il messaggio specifico e verificabile, evitando formulazioni che possono essere interpretate in modo troppo ampio.

Quali rischi comporta una comunicazione non conforme

Una comunicazione ambientale non conforme espone le aziende a rischi normativi e reputazionali sempre più rilevanti.

Sul piano normativo, le dichiarazioni ambientali rientrano tra le pratiche soggette a controllo da parte delle autorità. In caso di comunicazioni fuorvianti o non supportate da evidenze, le aziende possono incorrere in sanzioni economiche, sospensione delle campagne e obblighi di modifica dei contenuti.

Accanto a questo, esiste un rischio più profondo, legato alla percezione del brand. Una comunicazione poco chiara o incoerente può compromettere la fiducia di clienti, partner e stakeholder, incidendo nel tempo sulla credibilità dell’azienda.

Il danno reputazionale è spesso più difficile da recuperare rispetto a quello economico, perché influisce sulla relazione con il mercato nel lungo periodo.

Come verificare se un green claim è conforme

Verificare un green claim significa assicurarsi che il messaggio sia coerente, fondato su dati e correttamente interpretato nel contesto in cui viene comunicato.

La verifica non riguarda solo il contenuto testuale, ma anche il modo in cui il messaggio viene costruito. Un’informazione può essere tecnicamente corretta, ma risultare fuorviante se accompagnata da elementi visivi che ne amplificano il significato.

Per questo motivo, la valutazione deve considerare:

  • il dato su cui si basa il claim
  • la sua formulazione
  • gli elementi visivi che lo accompagnano
  • il canale su cui viene diffuso

Strumenti come LCA, carbon footprint o dichiarazioni ambientali di prodotto rappresentano la base per costruire claim fondati. Tuttavia, la verifica della comunicazione richiede un passaggio ulteriore: assicurarsi che il messaggio sia chiaro, accessibile e non ambiguo.

Quando i contenuti aumentano e si distribuiscono su più canali, la verifica manuale diventa complessa e il rischio è perdere coerenza nel tempo.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella gestione dei green claims

L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui le aziende gestiscono la comunicazione, soprattutto quando i contenuti aumentano e si distribuiscono su più canali.

Nel caso dei green claims, questo cambiamento è particolarmente rilevante. La verifica non riguarda più singoli messaggi isolati, ma sistemi complessi che includono testi, immagini, simboli e contesto normativo.

L’AI consente di analizzare questi elementi in modo più rapido e strutturato, individuando incoerenze, ambiguità e pattern ricorrenti che difficilmente emergono con una revisione manuale. Non si limita a controllare la correttezza formale del messaggio, ma aiuta a valutare se ciò che viene comunicato è coerente con i dati e interpretabile correttamente dal pubblico.

In un contesto normativo in evoluzione, questo tipo di supporto diventa sempre più rilevante. L’obiettivo non è automatizzare la comunicazione, ma ridurre il margine di errore e aumentare la qualità complessiva dei messaggi ambientali.

Green Claims Check: come Tecno analizza e migliora i tuoi claim ambientali

All’interno di questo approccio, Green Claims Check è il tool sviluppato da Tecno per analizzare e verificare i green claims prima della loro pubblicazione.

Il suo funzionamento si basa su un’analisi integrata che considera sia i contenuti testuali sia gli elementi visivi, valutandone la coerenza rispetto ai dati disponibili e al quadro normativo.

Grazie all’intelligenza artificiale, il tool consente di effettuare una valutazione rapida delle comunicazioni ambientali, offrendo un primo livello di analisi che permette di individuare eventuali criticità in pochi secondi.

In particolare, consente di:

  • analizzare claim testuali e visivi in modo automatico
  • ottenere un’indicazione immediata del livello di rischio
  • individuare possibili ambiguità nella comunicazione
  • ricevere suggerimenti pratici per migliorare il messaggio

Il valore principale è nella prevenzione. Intervenire prima della pubblicazione consente di evitare errori e costruire una comunicazione più coerente, mantenendo allineati dati, contenuti e rappresentazione visiva.

In sintesi

I green claims rappresentano uno degli elementi più delicati della comunicazione ambientale, perché trasformano dati tecnici in messaggi destinati al mercato.

Il quadro normativo europeo richiede oggi maggiore precisione e trasparenza, rendendo necessario un approccio strutturato alla costruzione e alla verifica dei messaggi.

Una comunicazione efficace nasce dalla capacità di mantenere equilibrio tra chiarezza, accuratezza e coerenza, evitando semplificazioni che possono trasformarsi in rischi.

FAQ sui green claims

Cosa si intende per green claim?
Un green claim è qualsiasi dichiarazione, testuale o visiva, che comunica un impatto ambientale positivo o ridotto di un prodotto, servizio o organizzazione. Include non solo le frasi, ma anche immagini, simboli e scelte grafiche che contribuiscono a costruire la percezione di sostenibilità.

I claim visivi sono regolati come quelli testuali?
Sì. La normativa europea considera parte della comunicazione ambientale anche immagini, colori e simboli. Questo significa che un messaggio può risultare fuorviante anche senza testo, se gli elementi visivi suggeriscono un impatto ambientale non supportato da dati.

Quali sono i rischi di un green claim non conforme?
I rischi sono sia normativi sia reputazionali. Le aziende possono incorrere in sanzioni, sospensione delle campagne e interventi delle autorità, ma anche perdere credibilità nei confronti di clienti e stakeholder.

Come verificare se un green claim è corretto?
Un claim è corretto quando è specifico, supportato da dati verificabili e coerente con il contesto in cui viene comunicato. La verifica deve includere sia il contenuto testuale sia gli elementi visivi che lo accompagnano.

Perché i claim generici sono rischiosi?
Perché non permettono una verifica concreta. Espressioni come “green” o “eco-friendly” risultano ambigue se non indicano chiaramente a cosa si riferisce il beneficio, in quale misura è stato ottenuto e su quali dati si basa.

Accesso al credito e valutazione bancaria: l’impatto delle linee guida EBA sulle imprese

Accesso al credito bancario per PMI: linee guida EBA e valutazione del merito creditizio

Accesso al credito e valutazione bancaria sono oggi due dimensioni sempre più interconnesse nel sistema finanziario europeo. Il modo in cui le banche analizzano la solidità delle imprese si sta evolvendo, includendo fattori che incidono sulla capacità dell’azienda di mantenere stabilità economica e continuità operativa nel tempo.

L’entrata in vigore delle linee guida dell’European Banking Authority sui rischi ESG rappresenta un passaggio rilevante di questa evoluzione. Gli istituti di credito sono chiamati a integrare tali fattori nei propri modelli di gestione del rischio, ampliando la valutazione oltre i risultati economico-finanziari di breve periodo e includendo elementi legati alla resilienza operativa, alla struttura organizzativa e alla capacità di affrontare scenari complessi.

Perché i fattori ESG sono diventati una variabile di rischio finanziario

Fino a pochi anni fa, la valutazione bancaria si concentrava prevalentemente sui risultati storici e sulla solidità economico-finanziaria di breve periodo. Oggi, le linee guida EBA spingono le banche a leggere l’impresa come un sistema esposto a rischi che maturano nel tempo, inclusi quelli ambientali, sociali e di governance.

La valutazione del rischio d’impresa si fonda sulla capacità di stimare la continuità aziendale nel medio e lungo periodo. In questo contesto, i fattori ESG assumono rilevanza perché intercettano aree di vulnerabilità che non emergono immediatamente dall’analisi dei bilanci, ma che possono incidere in modo significativo sulla capacità dell’azienda di mantenere equilibrio economico e finanziario.

I rischi ambientali sono legati alla disponibilità delle risorse, all’esposizione a eventi climatici e alla dipendenza da contesti territoriali specifici. I fattori sociali influenzano la stabilità della forza lavoro, le relazioni con i fornitori e il rapporto con le comunità locali. La governance determina la qualità delle decisioni, il presidio dei controlli interni e la capacità di gestire situazioni di incertezza.

Per le banche, questi elementi concorrono a definire il profilo di rischio complessivo dell’impresa e la sua affidabilità nel tempo.

Il ruolo delle linee guida EBA nella valutazione delle imprese

Le linee guida dell’European Banking Authority richiedono agli istituti di credito di integrare i rischi ESG all’interno dei sistemi di gestione del rischio e dei processi decisionali strategici. Questo obbligo si riflette direttamente sul modo in cui le imprese vengono analizzate e confrontate all’interno dei portafogli creditizi.

Come i rischi ESG entrano nei processi bancari

Dal punto di vista operativo, i fattori ESG vengono incorporati in snodi centrali della governance bancaria, tra cui:

  • i processi ICAAP e ILAAP, utilizzati per valutare l’adeguatezza patrimoniale e la tenuta della liquidità in scenari ordinari e avversi;
  • gli stress test climatici e ambientali, che simulano l’impatto di eventi fisici e di transizione sulla stabilità del sistema creditizio;
  • i modelli di valutazione del merito creditizio, nei quali i fattori ESG contribuiscono a definire il livello di rischio associato all’impresa.

L’integrazione di questi elementi amplia la prospettiva temporale dell’analisi bancaria e rafforza l’attenzione verso la capacità dell’impresa di adattarsi a cambiamenti normativi, di mercato e ambientali.

Finanza sostenibile e fattori ESG: l’impatto sull’accesso al credito bancario

L’inclusione dei fattori ESG nei modelli di valutazione bancaria produce effetti concreti sulle decisioni di credito. Tali effetti dipendono dalla qualità delle informazioni disponibili e dal livello di strutturazione con cui l’impresa governa questi dati.

Nella lettura effettuata dagli istituti di credito assumono particolare rilevanza:

  • la disponibilità di dati ESG coerenti, aggiornati e riconducibili a processi interni definiti;
  • la capacità dell’impresa di collegare i fattori ESG alle proprie attività operative e strategiche;
  • la presenza di responsabilità chiare a livello di governance;
  • la coerenza tra le informazioni ESG, il settore di appartenenza e il contesto territoriale in cui l’azienda opera.

Un quadro informativo strutturato riduce l’incertezza nella valutazione e contribuisce a rafforzare la leggibilità complessiva dell’impresa, con ricadute dirette sulle condizioni di accesso al credito e sul costo del capitale.

Perché il bilancio economico non esaurisce più la valutazione d’impresa

Il bilancio economico-finanziario resta uno strumento centrale nell’analisi bancaria, ma viene sempre più affiancato da una valutazione che considera fattori non immediatamente visibili nei dati contabili. Le banche osservano l’impresa come un sistema complesso, esposto a rischi che si manifestano nel tempo e che richiedono una lettura più ampia rispetto ai risultati storici.

Nella valutazione complessiva entrano in gioco, tra le altre:

  • l’esposizione a rischi ambientali legati a clima, risorse e territorio;
  • la struttura dei processi decisionali e dei controlli interni;
  • la capacità di presidiare obblighi normativi presenti e futuri;
  • la stabilità delle relazioni con dipendenti, fornitori e comunità locali.

Questi elementi contribuiscono a delineare la capacità dell’impresa di affrontare scenari complessi e di mantenere continuità operativa nel medio periodo.

Il rischio di una valutazione ESG costruita dall’esterno

Quando un’impresa non presenta un quadro ESG strutturato e riconducibile a processi di governo interni, la valutazione del profilo di rischio viene comunque elaborata all’interno dei modelli bancari. In assenza di dati forniti dall’azienda, la banca ricorre a informazioni indirette e a criteri prudenziali, necessari per collocare l’impresa all’interno di una classe di rischio coerente con i propri sistemi di gestione.

Questa modalità di valutazione riduce la possibilità di cogliere le specificità dell’azienda e limita la capacità dell’impresa di orientare la lettura dei propri fattori di rischio, che vengono interpretati attraverso schemi standardizzati.

Cosa accade in assenza di dati ESG governati dall’impresa

In questi casi, la banca può basarsi su:

  • dati medi di settore;
  • informazioni pubbliche non sempre aggiornate;
  • assunzioni cautelative legate al contesto normativo e territoriale.

Il risultato è una lettura che può non riflettere le specificità dell’azienda e che incide sulle condizioni di accesso al credito e sulla struttura delle garanzie richieste.

Performance economica, valutazione del merito creditizio e capacità di tenuta nel tempo

Nel contesto attuale, i fattori ambientali, sociali e di governance assumono un ruolo sempre più rilevante nella relazione tra imprese e sistema bancario. L’integrazione dei rischi ESG nei modelli di valutazione del credito sposta l’attenzione dalla sola performance economico-finanziaria a una lettura più ampia della capacità dell’impresa di mantenere stabilità e continuità operativa nel tempo.

Strutturare le informazioni ESG, ricondurle a processi di governo interni e renderle coerenti con le logiche di analisi del sistema finanziario consente all’azienda di presidiare una componente centrale della valutazione del rischio. In assenza di un quadro informativo governato, la lettura bancaria tende a basarsi su assunzioni prudenziali e criteri standardizzati, con effetti diretti sulle condizioni di accesso al credito e sul costo del capitale.

In questo scenario, l’ESG non rappresenta un ambito separato rispetto alle dinamiche finanziarie, ma una dimensione che contribuisce a definire l’affidabilità complessiva dell’impresa nel medio e lungo periodo. Comprendere come questi elementi vengono analizzati e utilizzati nei processi bancari è un passaggio necessario per governarli in modo consapevole e mantenere controllo sulla propria rappresentazione finanziaria.

Noi possiamo aiutarti per la raccolta, l’analisi e la strutturazione dei dati ESG utili alla valutazione del merito creditizio. Ti basta compilare il form per ricevere il supporto dei nostri esperti ESG.

FAQ su valutazione bancaria e fattori ESG

Le linee guida EBA sull’ESG riguardano solo le banche o anche le imprese?

Le linee guida EBA sono rivolte alle banche, ma producono effetti diretti sulle imprese perché influenzano i criteri con cui vengono valutate all’interno dei modelli di rischio creditizio. Le aziende diventano quindi parte indiretta del perimetro di applicazione, in quanto oggetto della valutazione.

In che modo i fattori ESG incidono concretamente sull’accesso al credito?

I fattori ESG contribuiscono a definire il profilo di rischio complessivo dell’impresa. La qualità, la coerenza e la disponibilità delle informazioni incidono sulla percezione del rischio da parte della banca, con effetti sulle condizioni di finanziamento, sulle garanzie richieste e sul costo del capitale.

Le PMI non obbligate alla rendicontazione devono comunque preoccuparsi di questi aspetti?

Anche in assenza di obblighi normativi formali, le PMI sono coinvolte nei processi di valutazione bancaria. Le banche applicano criteri ESG attraverso modelli interni e benchmark settoriali, indipendentemente dalla dimensione dell’impresa, soprattutto in fase di concessione o revisione del credito.

Cosa succede se un’azienda non fornisce dati ESG strutturati?

In assenza di dati governati dall’impresa, la banca costruisce la valutazione utilizzando informazioni indirette, medie di settore e assunzioni prudenziali. Questo approccio riduce la possibilità di rappresentare le specificità aziendali e può portare a una lettura più cautelativa del profilo di rischio.

Qual è il primo passo per allinearsi alle aspettative del sistema bancario?

Il primo passo consiste nel comprendere quali informazioni vengono considerate rilevanti dal sistema finanziario e nel valutare il livello di strutturazione dei dati disponibili. Da qui è possibile avviare un percorso di organizzazione e governo delle informazioni, coerente con i processi decisionali dell’impresa.

Illustrazione di laboratorio con strumenti scientifici e analisi dati, che rappresenta la misurazione delle emissioni e la definizione di obiettivi science Based Targets Initiative

SBTi e piano di decarbonizzazione: definizioni e vantaggi per le aziende

Science Based Targets Initiative rappresenta oggi uno dei riferimenti più rilevanti per le aziende che vogliono costruire un percorso di riduzione delle emissioni fondato su dati solidi, criteri condivisi e obiettivi coerenti con il quadro climatico internazionale. La crescente attenzione alle emissioni lungo le filiere produttive sta cambiando il modo in cui le imprese si posizionano sul mercato, introducendo richieste sempre più puntuali da parte di clienti, investitori e partner industriali.

In questo contesto, la decarbonizzazione aziendale prende forma come un processo strutturato che parte dalla misurazione delle emissioni, passa per la definizione di priorità e target, e arriva alla costruzione di un piano operativo che coinvolge produzione, energia e supply chain. La cornice SBTi consente di organizzare questo percorso in modo coerente, rendendo i dati leggibili e le scelte aziendali confrontabili nel tempo.

In questo articolo vedremo cos’è la Science Based Targets Initiative, come calcolare le emissioni scope 1, 2 e 3, quali vantaggi può portare un piano di decarbonizzazione, la differenza tra SBTi e net zero e come impostare le prime fasi del lavoro in azienda.

Per approfondire il percorso completo e capire come strutturare un progetto conforme, puoi consultare la nostra guida dedicata agli SBTi.

Cos’è la Science Based Targets Initiative e perché è importante per le aziende

La Science Based Targets Initiative è un framework che guida le aziende nella definizione di obiettivi di riduzione delle emissioni basati su criteri scientifici.

SBTi traduce gli obiettivi dell’Accordo di Parigi in parametri operativi per le imprese, definendo regole chiare su come costruire target di riduzione coerenti con il contenimento dell’aumento della temperatura globale. Questo significa che gli obiettivi non vengono scelti in modo discrezionale, ma derivano da una metodologia che collega le emissioni aziendali al contesto climatico globale.

Per le aziende, questo passaggio introduce un cambio di prospettiva. I dati sulle emissioni diventano un elemento strutturale della gestione, utile per orientare investimenti, scelte produttive e relazioni di filiera. In molti settori, la presenza di target coerenti con SBTi sta diventando un requisito richiesto dai clienti, soprattutto quando si parla di emissioni indirette legate allo Scope 3.

Come calcolare le emissioni aziendali scope 1, 2 e 3

La definizione delle emissioni scope 1, 2 e 3 rappresenta il punto di partenza per qualsiasi piano di decarbonizzazione.

Questa classificazione consente di distinguere le fonti emissive e di collegarle alle attività aziendali, costruendo una base informativa su cui impostare obiettivi e azioni. Le emissioni Scope 1 riguardano le fonti dirette controllate dall’impresa, le Scope 2 l’energia acquistata, mentre le Scope 3 includono le emissioni indirette lungo la catena del valore.

Emissioni scope 1, 2, 3: definizione e implicazioni operative

La distinzione tra scope non ha solo una funzione descrittiva, ma orienta in modo concreto le scelte aziendali. Le emissioni Scope 1 e Scope 2 sono direttamente collegate ai processi interni e consentono di intervenire su impianti, tecnologie e consumi energetici con azioni mirate. In questi ambiti, l’azienda ha una capacità di controllo più immediata e può collegare in modo diretto le decisioni operative ai risultati ottenuti.

Le emissioni Scope 3 introducono invece una dimensione più ampia, che coinvolge fornitori, trasporti, utilizzo dei prodotti e gestione del fine vita. Qui il lavoro richiede un approccio strutturato, basato sulla raccolta di dati lungo la filiera e sulla costruzione di modelli di stima coerenti. La lettura delle emissioni attraverso gli scope consente quindi di individuare le priorità e di distinguere tra interventi interni e azioni che richiedono un coordinamento esterno.

Come costruire una baseline emissiva affidabile

La baseline emissiva rappresenta il riferimento iniziale da cui misurare i progressi nel tempo e deve essere costruita con attenzione. Il primo passaggio consiste nella definizione del perimetro dell’analisi, chiarendo quali attività, siti e processi rientrano nella misurazione. A partire da questo perimetro, vengono raccolti i dati relativi ai consumi energetici, ai carburanti, ai materiali e ai flussi logistici.

Questi dati vengono poi convertiti in emissioni attraverso fattori riconosciuti, che permettono di esprimere le diverse attività in termini di CO₂ equivalente. La qualità della baseline dipende dalla coerenza tra dati, perimetro e metodologia adottata. Una base informativa solida consente di costruire obiettivi credibili e di monitorare nel tempo l’efficacia delle azioni intraprese.

Perché lo Scope 3 rappresenta la sfida principale

Per molte aziende, la quota più significativa delle emissioni si concentra nello Scope 3. Questa categoria include una varietà di attività che si estendono oltre i confini diretti dell’impresa e che richiedono un lavoro più articolato per essere misurate. La complessità deriva dalla necessità di raccogliere dati da fornitori, partner logistici e altri soggetti coinvolti nella catena del valore.

Affrontare lo Scope 3 significa quindi costruire una capacità di lettura più ampia, che tenga insieme informazioni diverse e che consenta di individuare le aree a maggiore impatto. Questo passaggio è centrale anche nei percorsi SBTi, perché molte aziende sono chiamate a definire target specifici proprio su questa componente.

Quali vantaggi porta un piano di decarbonizzazione

Un piano di decarbonizzazione consente di collegare la riduzione delle emissioni alla gestione operativa dell’azienda.

Quando il percorso è costruito su dati affidabili, l’impresa acquisisce una maggiore capacità di controllo sui propri processi e sui consumi energetici. Questo si traduce in una gestione più consapevole delle risorse e nella possibilità di individuare interventi mirati che incidono anche sui costi operativi.

I benefici si estendono anche al rapporto con il mercato. Le aziende che presentano dati strutturati e obiettivi chiari riescono a dialogare con maggiore efficacia con clienti e investitori, rispondendo a richieste sempre più puntuali sulle emissioni e sui piani di riduzione. In questo senso, il piano di decarbonizzazione diventa uno strumento che rafforza la posizione dell’impresa all’interno delle filiere e ne migliora la credibilità complessiva.

Approfondisci come funzionano in questo articolo: Sustainability Linked Loan e SBTi: come accedere ai finanziamenti ESG.

Differenza tra SBTi e obiettivi net zero

La differenza tra SBTi e net zero riguarda il modo in cui vengono costruiti e gestiti gli obiettivi di riduzione delle emissioni.

SBTi definisce un percorso strutturato, con target intermedi validati e criteri precisi che guidano l’azienda nel tempo. Il concetto di net zero indica invece una condizione finale, in cui le emissioni residue vengono ridotte o compensate.

Perché il net zero richiede un percorso strutturato

Il raggiungimento del net zero richiede una sequenza di passaggi che partono dalla misurazione delle emissioni e arrivano alla loro progressiva riduzione. Senza una baseline chiara e senza obiettivi intermedi, il rischio è costruire impegni difficili da sostenere e poco leggibili per il mercato. SBTi fornisce un metodo che consente di dare forma a questo percorso, collegando dati, obiettivi e azioni in modo coerente.

Come iniziare con la decarbonizzazione in azienda

Avviare un percorso di decarbonizzazione significa partire dai dati e costruire una strategia coerente con il modello operativo dell’azienda.

Il lavoro si sviluppa attraverso fasi progressive che includono la raccolta delle emissioni, la definizione della baseline, l’individuazione delle leve di riduzione e la costruzione di target coerenti con i criteri SBTi. Questo processo richiede una lettura integrata dei dati aziendali, in cui produzione, energia e organizzazione vengono analizzati come un sistema unico.

Un approccio di questo tipo consente di trasformare le informazioni in uno strumento operativo, utile per supportare decisioni e monitorare nel tempo l’evoluzione delle performance ambientali .

FAQ sulla Science Based Targets Initiative

Cos’è la Science Based Targets Initiative?
È un framework che guida le aziende nella definizione di obiettivi di riduzione delle emissioni basati su criteri scientifici.

Cosa sono le emissioni scope 1, 2 e 3?
Sono categorie che classificano le emissioni dirette e indirette generate dalle attività aziendali.

Quali vantaggi offre SBTi alle aziende?
Supporta la gestione dei dati, il dialogo con il mercato e la partecipazione alle filiere.

Qual è la differenza tra SBTi e net zero?
SBTi definisce il percorso, il net zero rappresenta l’obiettivo finale.

Come iniziare un piano di decarbonizzazione?
Partendo dalla raccolta dei dati e dalla costruzione di una baseline emissiva.

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