CAM criteri ambientali minimi edilizia: il decreto 2025 e l’impatto sulle gare pubbliche

I CAM criteri ambientali minimi edilizia sono stati aggiornati dal nuovo decreto 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 dicembre 2025 ed entrato in vigore dal 2 febbraio 2026, con impatti diretti sulle gare pubbliche e sulla progettazione.

L’intervento normativo supera l’impianto del D.M. 256/2022 e punta a rendere i CAM uno strumento operativo più chiaro, coerente con il nuovo Codice dei contratti pubblici e con il Regolamento europeo sui prodotti da costruzione. Per progettisti, imprese e produttori di materiali, questo significa nuove responsabilità e nuove richieste in fase di gara.

In questo articolo analizziamo cosa cambia con il decreto CAM edilizia 2025, quali sono le principali novità introdotte e quali impatti operativi producono sulle gare pubbliche, sulla progettazione e sulla gestione dei materiali.

CAM criteri ambientali minimi edilizia: cosa sono e perché incidono sugli appalti pubblici

I CAM edilizia sono i criteri ambientali minimi definiti dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica per guidare la progettazione, l’affidamento e l’esecuzione degli interventi edilizi pubblici. Rappresentano lo strumento attraverso cui la sostenibilità ambientale viene tradotta in requisiti tecnici obbligatori, da integrare nei documenti di gara e nei progetti.

Con l’entrata in vigore del nuovo Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 36/2023), i CAM assumono un ruolo centrale: la loro applicazione diventa vincolante per tutte le stazioni appaltanti nelle categorie di appalto per cui sono stati adottati.

Questo significa che non possono essere trattati come allegati opzionali, ma devono essere recepiti in modo strutturato nelle specifiche tecniche, nei capitolati e, quando previsto, nei criteri di valutazione dell’offerta.

Gli obiettivi dei CAM nel settore dell’edilizia

I CAM edilizia non introducono principi astratti, ma perseguono obiettivi operativi che incidono direttamente sulle scelte progettuali e costruttive. L’obiettivo di fondo è ridurre l’impatto ambientale delle opere pubbliche lungo l’intero ciclo di vita, superando una visione limitata alla sola fase di costruzione.

In particolare, i CAM mirano a:

  • ridurre le emissioni e i consumi di risorse, considerando produzione dei materiali, uso dell’edificio e fine vita;
  • promuovere l’economia circolare, favorendo il riuso, il riciclo e il recupero dei materiali da costruzione;
  • migliorare l’efficienza energetica e idrica degli edifici e delle opere;
  • aumentare la trasparenza dei dati ambientali, rendendo verificabili le prestazioni dichiarate;
  • orientare la progettazione verso soluzioni più durabili, manutenibili e adattabili nel tempo.

Questi obiettivi trovano applicazione concreta attraverso requisiti tecnici, mezzi di prova e documentazione obbligatoria, che devono essere coerenti lungo tutte le fasi dell’appalto.

Per progettisti, imprese e produttori di materiali, i CAM diventano quindi un riferimento operativo che incide non solo sul progetto, ma anche sulla capacità di dimostrare la conformità in fase di gara e di verifica.

Cosa cambia con il decreto CAM edilizia 2025

Il decreto CAM edilizia 2025 segna un passaggio netto rispetto alla versione precedente.
Non si limita ad aggiornare singoli requisiti, ma ridefinisce il modo in cui la sostenibilità entra nella progettazione e nelle gare pubbliche, rendendo il quadro più strutturato e operativo.

L’obiettivo è duplice: allineare i CAM al nuovo Codice dei contratti pubblici e rafforzare la coerenza con il Regolamento europeo sui prodotti da costruzione, riducendo margini di ambiguità interpretativa.

La progettazione diventa il centro delle scelte ambientali

Una delle principali novità riguarda il ruolo della progettazione, che viene riconosciuta come fase decisiva per contenere gli impatti ambientali dell’opera.

Il decreto valorizza:

  • l’analisi del ciclo di vita (LCA);
  • il Life Cycle Costing (LCC).

Questi strumenti consentono di confrontare soluzioni alternative non solo sul piano tecnico, ma anche in termini di impatti ambientali e costi lungo l’intera vita utile dell’edificio, secondo gli standard EN 15978 ed EN 15804. L’LCA non è più un esercizio accessorio, ma un elemento chiave per motivare le scelte progettuali.

Nuovi requisiti e maggiore attenzione ai materiali

Il decreto amplia il perimetro dei prodotti da costruzione coinvolti e introduce requisiti più puntuali sulle loro prestazioni ambientali.

L’attenzione si concentra su:

  • caratteristiche ambientali dei materiali;
  • coerenza delle informazioni fornite;
  • tracciabilità dei dati lungo la filiera.

Questo rafforzamento rende sempre più rilevante la disponibilità di dati ambientali solidi e verificabili a supporto delle scelte progettuali.

Risparmio idrico e resilienza climatica

Tra le novità più significative rientrano le specifiche tecniche dedicate a:

  • riduzione dei consumi idrici;
  • riuso delle acque meteoriche;
  • gestione dei fenomeni di umidità e degrado degli edifici.

Si tratta di temi centrali per l’adattamento ai cambiamenti climatici e per la durabilità delle opere nel tempo.

BIM e gestione strutturata delle informazioni

Il decreto rafforza il collegamento tra CAM e Building Information Modeling.
Il BIM diventa uno strumento funzionale per:

  • organizzare le informazioni ambientali;
  • rendere tracciabili materiali e componenti;
  • supportare le attività di verifica e controllo.

La digitalizzazione non è fine a sé stessa, ma serve a rendere più leggibile e coerente l’applicazione dei criteri ambientali.

Competenze e validazione delle informazioni ambientali

Il nuovo decreto attribuisce maggiore importanza alle competenze professionali e alla qualità delle informazioni ambientali.

Vengono valorizzati:

  • requisiti di competenza per progettisti e personale coinvolto;
  • certificazioni rilasciate da organismi accreditati;
  • validazione delle dichiarazioni ambientali secondo le norme UNI EN ISO 14021, 14024 e 14025.

In questo contesto, le EPD assumono un ruolo sempre più rilevante come supporto agli studi LCA di edificio.

Meccanismi premiali e qualità progettuale

Restano centrali i meccanismi premiali per i progetti che adottano protocolli di sostenibilità riconosciuti, come LEED, BREEAM o ITACA. Il decreto conferma così la volontà di premiare approcci progettuali che vanno oltre il rispetto minimo dei requisiti, valorizzando qualità, metodo e coerenza complessiva.

Quando si applicano i nuovi CAM edilizia 2025 e cosa comportano per le imprese

L’entrata in vigore del decreto CAM edilizia 2025 introduce una nuova linea temporale che incide direttamente sulla validità dei progetti e sulla partecipazione alle gare. Comprendere quando si applicano i nuovi criteri è essenziale per evitare errori formali e valutare correttamente il livello di adeguamento richiesto.

Le date da considerare

I nuovi CAM edilizia si applicano alle procedure avviate a partire dal 2 febbraio 2026, data di entrata in vigore del decreto.

In particolare:

  • per servizi di progettazione e direzione lavori, contano i bandi, gli avvisi o gli inviti pubblicati o inviati dal 2 febbraio 2026;
  • per lavori e appalti integrati, rileva la data di validazione del progetto posto a base di gara.

Il regime transitorio

Il decreto prevede un regime transitorio per evitare l’interruzione di procedure già avviate.
Continuano ad applicarsi i CAM precedenti se:

  • il progetto è stato validato prima del 2 febbraio 2026;
  • la gara viene avviata entro tre mesi dalla validazione.

La variabile decisiva non è quindi solo la data del bando, ma quando il progetto è stato formalmente validato.

Cosa succede alle imprese non allineate ai nuovi CAM

Per le imprese che operano nella filiera edilizia, il nuovo quadro normativo rende la conformità ai CAM un requisito di accesso, non un elemento opzionale.

Le principali criticità riguardano:

  • esclusione dalle gare per mancanza di requisiti o documentazione non conforme;
  • difficoltà nel dimostrare la conformità dei materiali utilizzati;
  • incoerenze tra progetto, offerta tecnica e documentazione ambientale.

Le aree più esposte a rischio

In molti casi, le non conformità non dipendono da scelte tecniche errate, ma da carenze organizzative, come:

  • dati ambientali incompleti o non aggiornati;
  • documentazione frammentata tra più soggetti;
  • assenza di un quadro chiaro di responsabilità interne.

Il nuovo decreto rende più evidente che la sostenibilità non riguarda solo il progetto, ma anche la capacità dell’impresa di dimostrare in modo ordinato e verificabile quanto dichiarato.

Come Tecno può supportare la tua azienda nel rispondere ai requisiti del decreto CAM edilizia 2025

Il decreto CAM edilizia 2025 richiede alle imprese un approccio strutturato e coerente: progettazione, materiali, dati ambientali e competenze devono essere allineati e dimostrabili in modo puntuale. Non esiste uno strumento unico che consenta di soddisfare tutti i requisiti CAM, che restano legati a specifiche tecniche, analisi e mezzi di prova.

Tecno supporta le aziende nell’interpretazione dei requisiti CAM e nella comprensione degli impatti sulle gare pubbliche, aiutandole a distinguere tra:

  • requisiti obbligatori di conformità;
  • criteri premianti che incidono sul punteggio dell’offerta.

ESG-Value e i criteri premianti ESG previsti dal decreto CAM edilizia 2025

All’interno del decreto CAM edilizia 2025 sono previsti criteri premianti specifici legati alla valutazione dei rischi non finanziari o ESG dell’operatore economico.

In particolare:

  • Capitolo 2.6 – Criteri premianti per la progettazione, paragrafo 2.6.4 – Valutazione dei rischi non finanziari o ESG;
  • Capitolo 3.2 – Criteri premianti per l’esecuzione dei lavori, paragrafo 3.2.5 – Valutazione dei rischi non finanziari o ESG.

Questi criteri attribuiscono un punteggio aggiuntivo all’operatore economico che dimostri, attraverso un’attestazione di conformità, il proprio livello di esposizione ai rischi ESG (ambientali, sociali, di governance, sicurezza e business ethics).

La verifica avviene tramite:

  • un’attestazione rilasciata da un organismo di valutazione della conformità accreditato secondo la norma UNI CEI EN ISO/IEC 17029;
  • un esito espresso in forma di parere, punteggio numerico o loro combinazione, con carattere anche predittivo.

In questo contesto si inserisce ESG-Value, il sistema di rating ESG accreditato ACCREDIA, che abbiamo progettato per rispondere ai requisiti di questi specifici criteri premianti. ESG-Value consente di strutturare e valutare in modo verificabile i rischi non finanziari dell’operatore economico, fornendo un’evidenza coerente con quanto richiesto dal decreto CAM.

ESG-Value non sostituisce gli adempimenti tecnici previsti dai CAM (come LCA, EPD o requisiti sui materiali), ma rappresenta un elemento distintivo che può incidere sul punteggio finale dell’offerta quando la stazione appaltante prevede criteri premianti ESG.

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Illustrazione isometrica su sfondo blu con un edificio sostenibile al centro, circondato da una dichiarazione EPD, un indicatore dei crediti LEED e documenti tecnici con simboli ambientali. L’immagine rappresenta il collegamento tra certificazione EPD, materiali da costruzione e punteggio LEED nei progetti edilizi sostenibili.

Crediti LEED: come la Dichiarazione EPD accelera la certificazione degli edifici

I crediti LEED premiano le scelte progettuali che migliorano le performance ambientali di un edificio. In questo percorso, la dichiarazione EPD non è il punto di arrivo, ma uno strumento tecnico che aiuta progettisti, imprese e produttori a documentare l’impatto ambientale dei materiali selezionati.

La differenza è importante: l’EPD non “dà punti” in modo automatico. I prodotti dotati di EPD contribuiscono al raggiungimento dei crediti nella categoria Materiali e Risorse, perché rendono disponibili dati ambientali verificati e confrontabili. LEED, infatti, assegna il punteggio al progetto edificio, non al singolo prodotto. USGBC indica che i progetti LEED passano attraverso un processo di verifica e revisione gestito da GBCI, con punti che determinano i livelli Certified, Silver, Gold e Platinum.

In questo articolo vediamo come la dichiarazione EPD può supportare la certificazione LEED, perché un’EPD specifica di prodotto pesa più di una EPD di settore e in che modo questo documento entra nella scorecard del progetto.

EPD e LEED: qual è il rapporto

Il rapporto tra EPD e LEED nasce dalla necessità di rendere leggibili gli impatti ambientali dei materiali da costruzione.

La Environmental Product Declaration, o Dichiarazione Ambientale di Prodotto, è un documento verificato che comunica le performance ambientali di un prodotto lungo il suo ciclo di vita. Nel sistema LEED, questi dati diventano utili perché permettono al team di progetto di documentare le scelte sui materiali.

Come l’EPD entra nella scorecard LEED

Nel sistema LEED, l’EPD non assegna direttamente punti al prodotto. I prodotti dotati di EPD contribuiscono al raggiungimento dei crediti nella categoria Materiali e Risorse, perché mettono a disposizione informazioni ambientali verificabili e confrontabili.

Il meccanismo è progettuale: il team LEED raccoglie la documentazione dei materiali selezionati e costruisce la scorecard del progetto edificio. È qui che la dichiarazione EPD diventa rilevante.

Per un progettista, questo significa che l’EPD non va letta come una certificazione del prodotto, ma come uno strumento tecnico che supporta il percorso verso la certificazione LEED.

Perché LEED richiede dati ambientali verificati

LEED basa la valutazione su dati verificabili e standardizzati. Per questo le EPD devono essere conformi a standard riconosciuti, come ISO 14025 ed EN 15804, e devono essere sottoposte a verifica indipendente.

Questo approccio permette di confrontare materiali diversi su basi coerenti, evitando dichiarazioni ambientali generiche o non documentate.

La validità internazionale del sistema è garantita anche dal ruolo di GBCI (Green Business Certification Inc.), l’ente che revisiona i progetti LEED a livello globale e verifica la conformità della documentazione caricata nei crediti.

Perché l’EPD è lo strumento e il LEED è il fine

L’EPD è il documento che descrive il prodotto. Il LEED è il sistema che valuta l’edificio.

Per un progettista, questo significa che l’EPD non va letta come una certificazione dell’edificio, ma come una prova documentale utile per costruire il fascicolo LEED. Il prodotto con EPD entra nella logica della scorecard perché contribuisce a dimostrare che il progetto utilizza materiali con informazioni ambientali trasparenti.

La sequenza corretta è questa:

  • il produttore realizza una dichiarazione EPD;
  • il progettista seleziona il prodotto;
  • il team LEED raccoglie la documentazione;
  • il prodotto contribuisce al credito nella categoria Materiali e Risorse;
  • il progetto accumula punti verso la certificazione LEED.

È qui che il “pezzo di carta” diventa utile: non come punteggio isolato, ma come documento che sostiene una scelta progettuale.

EPD di prodotto ed EPD di settore: perché non pesano allo stesso modo.

EPD di prodotto ed EPD di settore: perché non pesano allo stesso modo

Non tutte le EPD hanno lo stesso valore nella lettura LEED.

Una EPD di prodotto è riferita a uno specifico prodotto o a una linea di prodotti di un determinato produttore. Una EPD di settore, invece, rappresenta una media costruita su più aziende o su una categoria produttiva.

Questa differenza ha un impatto diretto sul calcolo. GBCI chiarisce che, nei calcoli del credito, una EPD generica di settore conta come mezzo prodotto, mentre una EPD specifica di prodotto conta come un prodotto intero.

Per un progettista, questo cambia la selezione dei materiali. Due prodotti con EPD specifica possono pesare più di quattro prodotti coperti solo da una media di settore. Per un produttore, invece, il messaggio è ancora più chiaro: affidarsi solo alla media di categoria può ridurre la visibilità del proprio prodotto nei progetti LEED.

Cosa cambia per i progettisti

Per i progettisti, la presenza di una EPD facilita la fase di scelta, confronto e documentazione dei materiali.

In un progetto LEED, il tempo dedicato alla raccolta dei documenti può diventare un collo di bottiglia. Avere prodotti con EPD già disponibile permette di ridurre incertezze, verifiche successive e scambi con i fornitori.

Il vantaggio operativo non sta solo nel dato ambientale, ma nella sua tracciabilità. Una EPD verificata permette di sapere quale prodotto è stato valutato, con quale metodo e secondo quale perimetro.

Questo aiuta il progettista a costruire una documentazione più ordinata e a ridurre il rischio di inserire materiali che, in fase di revisione, non risultano validi per il credito.

Il ruolo di GBCI nella validità internazionale

La forza dell’EPD nei progetti LEED dipende anche dal riconoscimento internazionale del sistema.

GBCI, Green Business Certification Inc., è l’ente che verifica le performance di sostenibilità rispetto a standard riconosciuti a livello globale. Questo rende la documentazione EPD rilevante non solo per progetti in Italia, ma anche per cantieri e committenze internazionali.

Per un produttore italiano, una EPD ben costruita può quindi aprire un canale verso progettisti, developer e studi tecnici che lavorano su edifici certificati LEED in mercati diversi.

Perché i database contano nella scelta dei materiali

Una EPD non serve solo a rispondere a una richiesta tecnica. Serve anche a farsi trovare.

I progettisti cercano materiali e documentazione ambientale in database specializzati. Il Transparency Catalog consente, ad esempio, di filtrare prodotti e documenti collegati ai crediti dei rating system, inclusi EPD e materiali. Anche database come mindful Materials raccolgono informazioni su prodotti e documenti di sostenibilità, rendendoli accessibili ai professionisti del settore.

Per questo, realizzare una EPD senza curarne la distribuzione rischia di limitarne il valore. Il documento deve essere disponibile, aggiornato e facilmente recuperabile da chi lavora alla selezione dei materiali.

Come trasformare una EPD in un contributo ai crediti LEED

Per trasformare una EPD in un contributo utile ai crediti LEED, serve un processo ordinato.

Il primo passaggio è verificare che la dichiarazione sia conforme agli standard richiesti dal credito applicabile. USGBC indica, per le EPD, il riferimento a standard come ISO 14025, EN 15804 o ISO 21930, con almeno un perimetro cradle to gate.

Il secondo passaggio riguarda la corrispondenza tra il prodotto dichiarato nella EPD e il prodotto effettivamente specificato nel progetto. Se il documento non coincide con il materiale installato, il rischio è perdere validità in fase di revisione.

Il terzo passaggio è la raccolta ordinata della documentazione: EPD, schede tecniche, dati del produttore, riferimenti al programma di verifica. Questo consente al team LEED di inserire il prodotto nel calcolo del credito senza ricostruire le informazioni a posteriori.

Perché alle aziende conviene una EPD specifica

Per le aziende produttrici di materiali, una EPD specifica è più forte di una EPD di settore perché racconta il prodotto reale, non una media.

Questo permette di valorizzare investimenti su processi produttivi, energia, materie prime e riduzione degli impatti. Se un’azienda ha performance migliori rispetto alla media del settore, una EPD generica rischia di nasconderle.

Una EPD specifica, invece, rende il prodotto più leggibile per chi progetta edifici certificati LEED. Aiuta il progettista a selezionarlo, documentarlo e inserirlo nella scorecard del progetto.

In sintesi

I crediti LEED non vengono assegnati al singolo prodotto, ma al progetto edificio. Tuttavia, i prodotti dotati di dichiarazione EPD possono contribuire al raggiungimento dei crediti nella categoria Materiali e Risorse, perché offrono dati ambientali verificati e utilizzabili nella documentazione LEED.

Per i progettisti, l’EPD è una scorciatoia documentale affidabile: rende più semplice selezionare materiali, costruire il fascicolo tecnico e ridurre il rischio di documenti non validi in fase di revisione.

Per le aziende produttrici, invece, l’EPD specifica di prodotto è uno strumento di posizionamento tecnico. Vale più di una media di settore, aumenta la visibilità nei database usati dai progettisti e rende il prodotto più adatto ai progetti orientati alla certificazione LEED.

Gestione e monitoraggio della supply chain: metodi, KPI e strumenti 

La gestione supply chain riguarda il controllo e il coordinamento di tutte le attività che portano un prodotto dalla materia prima al cliente finale.

Entriamo in un sistema che attraversa fornitori, stabilimenti, magazzini e trasporti, dove ogni passaggio genera dati: tempi, volumi, costi, scarti. Quando queste informazioni restano separate, la filiera perde coerenza. I problemi emergono solo quando diventano evidenti, sotto forma di ritardi nelle consegne, costi che crescono o rallentamenti nella produzione.

Quando invece i dati vengono raccolti e messi in relazione, iniziano a restituire una fotografia precisa del processo. La supply chain smette di essere una sequenza di attività e diventa un sistema leggibile, su cui è possibile intervenire in modo mirato.

In questo scenario, la gestione della supply chain diventa un punto di equilibrio tra efficienza operativa, sostenibilità e capacità di risposta al mercato, dove il dato entra nelle decisioni e orienta le scelte.

In questo articolo analizziamo come monitorare la supply chain aziendale, quali KPI utilizzare per valutarne le performance, come impostare un sistema di analisi e monitoraggio continuo e quali strumenti digitali permettono di rendere la filiera più leggibile e controllabile.

Cos’è la gestione della supply chain

La gestione della supply chain è il coordinamento strutturato di tutte le attività che compongono la filiera, dall’approvvigionamento fino alla consegna finale.

Non si limita alla logistica o al trasporto. Include la selezione dei fornitori, la pianificazione della produzione, la gestione delle scorte e il controllo dei flussi informativi. È un sistema che collega decisioni strategiche e attività operative, dove ogni scelta ha un impatto diretto su tempi, costi e qualità del servizio.

Le fasi della supply chain

Una supply chain si sviluppa attraverso passaggi precisi, ognuno con una funzione chiara:

  • approvvigionamento delle materie prime
  • trasformazione nei siti produttivi
  • gestione del magazzino
  • distribuzione e trasporto
  • consegna al cliente finale

In ciascuna fase si generano dati concreti: quantità movimentate, tempi di attraversamento, livelli di scorta, costi associati. Se questi dati restano isolati, il processo perde continuità. Se vengono collegati, iniziano a descrivere come funziona davvero la filiera.

Perché la gestione della supply chain è centrale oggi

La gestione della supply chain è centrale perché è il punto in cui si concentrano efficienza operativa, controllo dei costi e trasparenza verso il mercato.

Le aziende oggi devono rispondere a richieste sempre più precise: tempi di consegna affidabili, tracciabilità dei prodotti, informazioni sugli impatti ambientali lungo la filiera.

Questo sposta la supply chain da funzione operativa a struttura di governo, dove diventa necessario leggere i dati in modo continuo e prendere decisioni basate su informazioni aggiornate.

Mappatura della supply chain: da dove iniziare

Per mappare la supply chain bisogna partire da una rappresentazione completa degli attori e dei flussi che la compongono.

Non basta sapere chi sono i fornitori o dove si trovano i magazzini. Serve costruire una visione che colleghi ogni nodo della filiera ai passaggi operativi e informativi che lo attraversano.

Identificare attori e flussi

Il primo passo è rendere visibili tutti gli elementi della supply chain: fornitori diretti e indiretti, stabilimenti produttivi, hub logistici, partner di trasporto.

A questa mappa si affianca una seconda dimensione, spesso trascurata: quella dei flussi. Non solo materiali, ma anche ordini, documenti, dati tecnici e informazioni di avanzamento.

Quando questi flussi non sono allineati, si creano discontinuità che rallentano l’intero processo.

Individuare i punti critici

Una volta costruita la mappa, emergono con chiarezza le aree più fragili della filiera.

Si tratta spesso di nodi specifici: fornitori unici, passaggi con tempi incerti, attività manuali o prive di tracciabilità.

Questi elementi non sono anomalie isolate, ma segnali di un sistema che non è ancora completamente sotto controllo. Intervenire qui significa agire sui punti che generano più instabilità.

I principali KPI della supply chain

I KPI della supply chain servono a trasformare le attività operative in indicatori numerici che permettono di valutare performance e criticità.

Senza KPI, la gestione resta descrittiva. Con i KPI, diventa misurabile.

KPI operativi

Gli indicatori operativi descrivono il ritmo della supply chain. Tra i principali:

  • lead time di approvvigionamento
  • tempo medio di consegna
  • livello di servizio (on-time delivery)
  • rotazione del magazzino

Questi KPI permettono di capire se il sistema scorre in modo continuo o se incontra attriti che rallentano il processo.

KPI economici e ambientali

Accanto alla dimensione operativa, si inseriscono indicatori che collegano la supply chain ai risultati economici e agli impatti ambientali.

Parliamo di costi logistici, consumo energetico, emissioni lungo la filiera.

Questi dati permettono di leggere la supply chain non solo come un sistema operativo, ma come un elemento che incide direttamente su marginalità e obiettivi ESG.

Come fare analisi e monitoraggio continuo

Per monitorare la supply chain in modo continuo è necessario raccogliere dati affidabili e analizzarli nel tempo per individuare variazioni e anomalie.

Il monitoraggio non è un’attività occasionale, ma un processo strutturato che accompagna l’intera operatività. La qualità del dato è il primo elemento su cui lavorare.

Se le informazioni provengono da sistemi diversi e non sono allineate, il rischio è costruire analisi distorte. Per questo è necessario definire standard condivisi, responsabilità chiare e aggiornamento continuo. Un dato incompleto o non aggiornato non rallenta solo l’analisi, ma compromette le decisioni.

Una volta organizzati, i dati permettono di leggere l’andamento della supply chain nel tempo. Non si tratta di osservare un singolo valore, ma di individuare variazioni: tempi che si allungano, costi che crescono, consumi che cambiano.

Questi segnali anticipano criticità più ampie. Intercettarli permette di intervenire prima che diventino problemi strutturali.

Strategie di ottimizzazione della supply chain

Ottimizzare la supply chain significa intervenire sui processi per ridurre inefficienze e migliorare il coordinamento tra le diverse fasi.

Non esiste un’unica azione risolutiva, ma un insieme di interventi progressivi che agiscono su livelli diversi. Il primo riguarda la riduzione delle inefficienze più evidenti, come trasporti non ottimizzati, scorte eccessive e tempi di attesa tra una fase e l’altra. Intervenire su questi elementi permette di ottenere risultati immediati, perché agisce su ciò che è già visibile.

Il secondo livello è più strutturale e riguarda l’integrazione tra funzioni.

Spesso le informazioni restano separate tra acquisti, produzione e logistica, generando disallineamenti che si traducono in inefficienze operative. Integrare i dati significa costruire una visione unica della supply chain, su cui tutte le funzioni possono basarsi per prendere decisioni coerenti.

Strumenti digitali per il supply chain management

Gli strumenti digitali permettono di raccogliere, organizzare e analizzare i dati della supply chain, rendendo il sistema più leggibile e controllabile.

Non sostituiscono i processi, ma li rendono visibili e interpretabili. Le piattaforme digitali consentono di visualizzare in tempo reale lo stato della supply chain, mettendo in evidenza volumi, tempi, anomalie e performance. Questo permette di passare da una gestione reattiva, basata su problemi già emersi, a una gestione più consapevole.

Quando il sistema è strutturato, diventa possibile introdurre anche elementi di automazione e controllo operativo.

Un ritardo, una deviazione nei consumi o una variazione nei volumi possono generare segnalazioni o attivare azioni correttive immediate. Il dato non resta fermo, ma entra nel processo decisionale, in linea con un modello che integra sostenibilità e trasformazione digitale.

Questo approccio diventa ancora più efficace quando si estende alla valutazione dei rischi e delle performance lungo tutta la filiera. In questa prospettiva, strumenti come Supply-Check permettono di ottenere una prima fotografia del livello di preparazione dell’azienda nella gestione della supply chain.

Attraverso un questionario rapido, è possibile valutare il proprio posizionamento, ottenere un Risk Score sulla compliance normativa e ricevere un primo riscontro con indicazioni operative.

FAQ sulla gestione della supply chain

Cos’è la gestione della supply chain?
È il coordinamento di tutte le attività che portano un prodotto dalla materia prima al cliente finale, includendo flussi fisici e informativi.

Perché è importante monitorare la supply chain?
Per individuare inefficienze, ridurre costi, migliorare la puntualità delle consegne e rispondere alle richieste di trasparenza del mercato.

Quali KPI usare per la supply chain?
Indicatori operativi come lead time e puntualità, insieme a KPI economici e ambientali legati a costi, consumi ed emissioni.

Da dove partire per migliorare la supply chain?
Dalla mappatura dei processi e dall’identificazione dei punti critici, su cui costruire analisi e interventi mirati.

Qual è il ruolo degli strumenti digitali?
Permettono di raccogliere dati in modo continuo, visualizzarli e attivare azioni correttive, rendendo la supply chain più controllabile.

Illustrazione di un impianto industriale con camino che emette CO2, accanto a edifici e infrastrutture energetiche, a rappresentare le emissioni aziendali e il loro impatto ambientale.

SBTi ed emissioni residue: cosa fare oltre la riduzione della CO2

SBTi above and beyond indica tutte quelle azioni che un’azienda può attivare oltre la riduzione diretta delle proprie emissioni, quando una parte non è più eliminabile nel breve periodo. In altre parole, è il modo con cui si gestiscono le emissioni residue senza confonderle con il percorso di decarbonizzazione.

Anche le aziende che lavorano in modo strutturato sulla riduzione delle emissioni di CO2 si trovano infatti davanti a una quota che non riescono a eliminare completamente. Questo accade per limiti tecnologici, per la natura di alcuni processi produttivi o per la complessità delle filiere.

È proprio in questo spazio che emerge una domanda concreta: emissioni residue, cosa fare quando non si possono evitare del tutto?

Negli ultimi anni, la Science Based Targets initiative ha chiarito una sequenza precisa: prima si lavora sulla riduzione interna, poi si affronta ciò che resta. Questo passaggio è fondamentale, perché evita di usare strumenti come il carbon offset o la compensazione di carbonio come scorciatoie.

In questo articolo vedremo cosa sono le emissioni residue, quali strumenti esistono per gestirle e come si distinguono approcci come Beyond Value Chain Mitigation, rimozione del carbonio e compensazione. Approfondiremo anche perché la BVCM non sostituisce la decarbonizzazione, ma si inserisce come azione aggiuntiva, e come collegare questi strumenti ai piani di mitigazione per costruire un percorso coerente.

Se vuoi approfondire, puoi leggere l’articolo “SBTi e piano di decarbonizzazione: definizioni e vantaggi per le aziende”.

Perché la riduzione delle emissioni di CO2 resta il punto di partenza?

La riduzione delle emissioni è il cuore del percorso SBTi e rappresenta il passaggio da cui tutto parte.

Quando un’azienda decide di intraprendere questo tipo di percorso, il primo lavoro riguarda ciò che accade al suo interno: il modo in cui produce, l’energia che utilizza, il rapporto con i fornitori. Intervenire su questi elementi significa ridurre davvero le emissioni, non semplicemente spostarle o compensarle.

La Science Based Targets initiative è molto chiara su questo punto: strumenti come il carbon offset o la compensazione di carbonio non contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi. In altre parole, non basta “bilanciare” le emissioni per poter dire di averle ridotte.

Questo passaggio può sembrare scontato, ma nella pratica non lo è. Molte aziende tendono a guardare subito alle soluzioni più rapide, mentre il vero lavoro richiede tempo e riguarda scelte operative, investimenti e cambiamenti nei processi.

Emissioni residue: cosa fare quando non puoi eliminarle?

Le emissioni residue sono la parte che rimane dopo aver fatto tutto il possibile per ridurre l’impatto.

Non si tratta di un errore o di un fallimento del percorso, ma di una condizione che riguarda la maggior parte delle aziende. Ci sono attività che, almeno oggi, non possono essere completamente decarbonizzate: alcuni processi industriali, alcune tecnologie, alcune fasi della filiera.

A questo punto, il tema non è più “come ridurre”, ma come gestire ciò che resta.

È qui che entrano in gioco strumenti diversi, che non hanno lo stesso ruolo e non possono essere usati nello stesso modo. Tra questi, la Beyond Value Chain Mitigation rappresenta uno degli approcci più rilevanti per affrontare le emissioni residue senza perdere coerenza con il percorso complessivo.

Beyond value chain mitigation: cosa significa davvero

La Beyond Value Chain Mitigation riguarda tutte quelle azioni che un’azienda può attivare al di fuori del proprio perimetro diretto per contribuire alla riduzione o alla rimozione della CO2.

Si tratta, ad esempio, di sostenere progetti di energia rinnovabile, iniziative di riforestazione o soluzioni tecnologiche che permettono di catturare anidride carbonica dall’atmosfera. Sono interventi che non cambiano direttamente le emissioni dell’azienda, ma che generano un impatto più ampio.

SBTi above and beyond: il punto da non fraintendere

Il concetto di SBTi above and beyond serve proprio a chiarire questo passaggio. Le azioni di BVCM sono aggiuntive, non sostitutive.

Questo significa che:

  • non servono per raggiungere i target
  • non sostituiscono la riduzione interna
  • si attivano dopo aver lavorato sulle emissioni dirette

È un punto fondamentale, perché spesso questi strumenti vengono interpretati come alternative più semplici alla decarbonizzazione. In realtà, funzionano solo se si inseriscono in un percorso già avviato.

BVCM vs offsetting: qual è la differenza reale?

Quando si parla di gestione delle emissioni residue, uno dei passaggi più delicati riguarda la distinzione tra BVCM vs offsetting.

La compensazione di carbonio, o carbon offset, si basa su un’idea piuttosto intuitiva: se emetto CO2, posso finanziare un progetto che la riduce altrove per bilanciare il mio impatto.

La Beyond Value Chain Mitigation, invece, non ragiona in termini di compensazione, ma di contributo. Non si tratta di “pareggiare i conti”, ma di sostenere azioni che generano benefici climatici oltre il perimetro aziendale.

Questa differenza può sembrare sottile, ma ha conseguenze importanti. Una strategia costruita solo sulla compensazione rischia di essere fragile, soprattutto se non è accompagnata da una reale riduzione delle emissioni. Al contrario, un approccio che distingue chiaramente i due livelli mantiene il percorso più coerente e più credibile.

Quando ha senso acquistare crediti di carbonio?

Acquistare crediti di carbonio può avere un ruolo, ma solo all’interno di un percorso già strutturato.

I crediti sono uno strumento che permette di sostenere progetti esterni e rientra nella logica della compensazione di carbonio. Tuttavia, il loro utilizzo ha senso solo quando l’azienda ha già lavorato sulla riduzione delle emissioni di CO2 e ha identificato con chiarezza la quota residua.

Un altro aspetto importante riguarda la qualità dei progetti. Non tutti i crediti sono uguali e non tutti garantiscono lo stesso livello di affidabilità. In un contesto in cui la comunicazione ambientale deve essere sempre più chiara e verificabile, utilizzare crediti senza una base solida può creare più problemi che benefici.

Qual è il ruolo della rimozione del carbonio?

La rimozione del carbonio rappresenta un approccio diverso rispetto alla compensazione tradizionale.

In questo caso non si tratta di evitare emissioni future, ma di intervenire sulla CO2 già presente in atmosfera, attraverso soluzioni naturali o tecnologiche. È un ambito in crescita, che molte aziende stanno iniziando a esplorare, soprattutto in ottica di lungo periodo.

Allo stesso tempo, è importante considerare che si tratta di uno strumento ancora limitato, sia per disponibilità che per costi. Per questo oggi viene utilizzato soprattutto in contesti più avanzati, come complemento di strategie già mature.

Come collegare SBTi, piani di mitigazione e gestione del residuo?

Un percorso efficace tiene insieme due livelli che devono dialogare tra loro.

Da una parte ci sono i piani di mitigazione, che guidano la riduzione delle emissioni di CO2 nel tempo. Dall’altra c’è la gestione delle emissioni residue, che introduce strumenti come Beyond Value Chain Mitigation, carbon offset e rimozione del carbonio.

Separare questi due piani porta a strategie poco coerenti. Al contrario, integrarli consente di costruire un percorso più solido, in cui ogni scelta ha un ruolo preciso.

In questo senso, un approccio Sustaintech aiuta a mettere ordine: partire dai dati, leggerli in modo continuo e collegarli alle decisioni operative, così da trasformare un tema complesso in un processo gestibile.

In sintesi

La gestione delle emissioni residue non è un’alternativa alla decarbonizzazione, ma il passaggio che completa il percorso quando la riduzione arriva al suo limite operativo.

Il punto centrale da tenere fermo è la sequenza: prima la riduzione delle emissioni di CO2, poi la gestione di ciò che resta. Invertire questo ordine porta a strategie deboli, difficili da sostenere nel tempo e poco coerenti con le indicazioni della Science Based Targets initiative.

Una volta definita la quota residua, entrano in gioco strumenti diversi, che vanno letti per ciò che sono:

  • il carbon offset e la compensazione di carbonio permettono di bilanciare una parte delle emissioni
  • la rimozione del carbonio interviene direttamente sulla CO2 già presente in atmosfera
  • la Beyond Value Chain Mitigation amplia il raggio d’azione dell’azienda, contribuendo a riduzioni esterne

Tra questi, la BVCM ha un ruolo preciso: si colloca come azione “above and beyond”, quindi aggiuntiva. Non contribuisce al raggiungimento dei target SBTi e non sostituisce la riduzione interna, ma rafforza il percorso nel suo insieme.

Per questo, il vero nodo non è scegliere uno strumento al posto di un altro, ma costruire una struttura coerente, in cui ogni elemento ha una funzione chiara: la riduzione abbassa le emissioni, la gestione del residuo le completa, e la BVCM estende l’impatto oltre il perimetro aziendale.

È questo equilibrio che permette di passare da una somma di azioni a un percorso leggibile, credibile e sostenibile nel tempo.

Illustrazione su sfondo blu con due persone che analizzano dati su un laptop e documenti, attorno a una piattaforma digitale circolare da cui cresce una pianta, simbolo di sostenibilità e gestione ESG.

ISO 14001:2026: cosa cambia davvero e come prepararsi alla nuova revisione

La nuova ISO 14001:2026 introduce aggiornamenti che rafforzano il ruolo della gestione ambientale nelle strategie aziendali, rendendola più integrata con rischi, dati e decisioni operative.

Pubblicata il 15 aprile 2026, questa revisione rappresenta il primo aggiornamento significativo dello standard in oltre un decennio. Si tratta di un’evoluzione mirata: interviene su alcuni punti chiave e li rende più centrali nel funzionamento dell’organizzazione.

In un contesto in cui normative, supply chain e stakeholder richiedono maggiore controllo sugli impatti ambientali, la ISO 14001 non è più solo uno strumento di conformità, ma un riferimento per strutturare processi e responsabilità.

ISO 14001:2026: cosa cambia nello standard

La nuova versione introduce un rafforzamento di elementi già presenti, con un focus più ampio sul contesto ambientale e sulla gestione strutturata dei rischi.

Le aziende sono chiamate a considerare non solo gli impatti diretti, ma anche un insieme più articolato di fattori, tra cui cambiamento climatico, biodiversità e disponibilità di risorse naturali. Questo amplia il perimetro dell’analisi e richiede una lettura più completa del contesto operativo.

Allo stesso tempo, lo standard riorganizza i requisiti legati a rischi e opportunità, rendendo più esplicito il legame tra gestione ambientale e pianificazione aziendale. L’analisi non resta confinata a un livello tecnico, ma entra nei processi decisionali.

Un elemento rilevante è l’introduzione della nuova clausola dedicata alla gestione delle modifiche. Le aziende devono dimostrare di saper gestire cambiamenti organizzativi, produttivi o normativi valutandone gli impatti ambientali prima della loro implementazione.

Dalla conformità alla gestione strategica

La ISO 14001:2026 rafforza il passaggio da un approccio orientato alla conformità a uno più integrato nella gestione aziendale.

La gestione ambientale viene sempre più collegata a governance, performance e strategia. Non si tratta solo di rispettare requisiti, ma di utilizzare il sistema per prendere decisioni più consapevoli.

Il ruolo della leadership diventa più centrale, così come la capacità di utilizzare i dati per monitorare le performance e orientare il miglioramento. Questo rende lo standard più allineato alle richieste di reporting ESG e alle aspettative degli stakeholder.

Allo stesso tempo, si amplia la responsabilità lungo il ciclo di vita e la supply chain, richiedendo alle aziende di considerare anche gli impatti esterni ai propri confini operativi.

Cosa devono fare le aziende ora

La pubblicazione della nuova versione apre un periodo di transizione di tre anni. Entro maggio 2029, le aziende certificate dovranno aggiornare i propri sistemi per mantenere valida la certificazione.

Questo orizzonte temporale può sembrare ampio, ma nella pratica non lo è. L’esperienza delle precedenti revisioni ISO mostra che chi rimanda tende a concentrare gli adeguamenti negli ultimi mesi, trovandosi a gestire audit ravvicinati, aggiornamenti documentali urgenti e interventi organizzativi difficili da coordinare.

Avviare subito il percorso consente invece di distribuire le attività nel tempo e affrontare il cambiamento in modo più strutturato, senza impatti sulle operazioni quotidiane.

Per le aziende già certificate

Per le organizzazioni già certificate secondo la versione 2015, il primo passo è una gap analysis del sistema esistente. Questo permette di capire con precisione:

  • quali requisiti sono già soddisfatti
  • dove sono necessari adeguamenti
  • quali processi devono essere aggiornati o formalizzati

A partire da questa analisi, è possibile definire un piano di transizione graduale, che tenga conto delle priorità aziendali e delle tempistiche operative.

In molti casi, gli interventi non riguardano solo la documentazione, ma anche:

  • l’aggiornamento dell’analisi del contesto
  • la revisione della gestione dei rischi ambientali
  • l’integrazione con altri sistemi di gestione e con le strategie ESG

Per le aziende non ancora certificate

Per le aziende che non hanno ancora un sistema di gestione ambientale, questa revisione rappresenta un punto di ingresso particolarmente favorevole.

Partire direttamente con la ISO 14001:2026 consente di costruire un sistema già allineato ai requisiti più aggiornati, evitando una doppia transizione nel breve periodo.

Inoltre, l’adozione dello standard in questa fase permette di:

  • strutturare fin da subito processi coerenti con le nuove richieste normative
  • integrare la gestione ambientale con obiettivi strategici e ESG
  • costruire una base solida per affrontare le evoluzioni normative dei prossimi anni

In entrambi i casi, il punto non è solo adeguarsi allo standard, ma utilizzare questo passaggio per rendere il sistema di gestione più efficace e aderente al contesto aziendale.

Perché conviene muoversi subito

Adeguare un sistema di gestione ambientale richiede tempo e coordinamento. Non si tratta solo di aggiornare documenti, ma di intervenire su processi, responsabilità e strumenti.

Muoversi subito permette di distribuire le attività nel tempo, ridurre il rischio di interventi urgenti e allineare il sistema alle nuove richieste normative ed ESG.

Rimandare, al contrario, significa concentrare gli sforzi in un periodo limitato, con maggiore complessità operativa.

ISO 14001:2026 nel contesto delle nuove normative europee

L’aggiornamento dello standard si inserisce in un contesto più ampio, in cui diverse normative stanno ridefinendo il ruolo della sostenibilità nelle imprese.

Tra queste:

  • il regolamento sugli imballaggi (PPWR)
  • il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP)
  • gli obblighi di reporting ESG

In questo scenario, la ISO 14001 diventa un punto di connessione tra operatività e compliance, aiutando le aziende a strutturare processi e dati in modo coerente.

In sintesi

La ISO 14001:2026 rappresenta un’evoluzione che rafforza il ruolo della gestione ambientale all’interno dell’organizzazione.

Non introduce cambiamenti radicali, ma rende più esplicito il legame tra contesto, rischi, governance e performance.

Per le aziende, questo aggiornamento è un’occasione per rivedere il proprio sistema e renderlo più coerente con le richieste normative e con le aspettative del mercato.

Compila il form sottostante per analizzare il tuo sistema di gestione rispetto alla nuova ISO 14001:2026 e impostare un percorso di adeguamento coerente con le nuove richieste.