ISO 14001:2026: cosa cambia davvero e come prepararsi alla nuova revisione
La nuova ISO 14001:2026 introduce aggiornamenti che rafforzano il ruolo della gestione ambientale nelle strategie aziendali, rendendola più integrata con rischi, dati e decisioni operative.
Pubblicata il 15 aprile 2026, questa revisione rappresenta il primo aggiornamento significativo dello standard in oltre un decennio. Si tratta di un’evoluzione mirata: interviene su alcuni punti chiave e li rende più centrali nel funzionamento dell’organizzazione.
In un contesto in cui normative, supply chain e stakeholder richiedono maggiore controllo sugli impatti ambientali, la ISO 14001 non è più solo uno strumento di conformità, ma un riferimento per strutturare processi e responsabilità.
ISO 14001:2026: cosa cambia nello standard
La nuova versione introduce un rafforzamento di elementi già presenti, con un focus più ampio sul contesto ambientale e sulla gestione strutturata dei rischi.
Le aziende sono chiamate a considerare non solo gli impatti diretti, ma anche un insieme più articolato di fattori, tra cui cambiamento climatico, biodiversità e disponibilità di risorse naturali. Questo amplia il perimetro dell’analisi e richiede una lettura più completa del contesto operativo.
Allo stesso tempo, lo standard riorganizza i requisiti legati a rischi e opportunità, rendendo più esplicito il legame tra gestione ambientale e pianificazione aziendale. L’analisi non resta confinata a un livello tecnico, ma entra nei processi decisionali.
Un elemento rilevante è l’introduzione della nuova clausola dedicata alla gestione delle modifiche. Le aziende devono dimostrare di saper gestire cambiamenti organizzativi, produttivi o normativi valutandone gli impatti ambientali prima della loro implementazione.
Dalla conformità alla gestione strategica
La ISO 14001:2026 rafforza il passaggio da un approccio orientato alla conformità a uno più integrato nella gestione aziendale.
La gestione ambientale viene sempre più collegata a governance, performance e strategia. Non si tratta solo di rispettare requisiti, ma di utilizzare il sistema per prendere decisioni più consapevoli.
Il ruolo della leadership diventa più centrale, così come la capacità di utilizzare i dati per monitorare le performance e orientare il miglioramento. Questo rende lo standard più allineato alle richieste di reporting ESG e alle aspettative degli stakeholder.
Allo stesso tempo, si amplia la responsabilità lungo il ciclo di vita e la supply chain, richiedendo alle aziende di considerare anche gli impatti esterni ai propri confini operativi.
Cosa devono fare le aziende ora
La pubblicazione della nuova versione apre un periodo di transizione di tre anni. Entro maggio 2029, le aziende certificate dovranno aggiornare i propri sistemi per mantenere valida la certificazione.
Questo orizzonte temporale può sembrare ampio, ma nella pratica non lo è. L’esperienza delle precedenti revisioni ISO mostra che chi rimanda tende a concentrare gli adeguamenti negli ultimi mesi, trovandosi a gestire audit ravvicinati, aggiornamenti documentali urgenti e interventi organizzativi difficili da coordinare.
Avviare subito il percorso consente invece di distribuire le attività nel tempo e affrontare il cambiamento in modo più strutturato, senza impatti sulle operazioni quotidiane.
Per le aziende già certificate
Per le organizzazioni già certificate secondo la versione 2015, il primo passo è una gap analysis del sistema esistente. Questo permette di capire con precisione:
quali requisiti sono già soddisfatti
dove sono necessari adeguamenti
quali processi devono essere aggiornati o formalizzati
A partire da questa analisi, è possibile definire un piano di transizione graduale, che tenga conto delle priorità aziendali e delle tempistiche operative.
In molti casi, gli interventi non riguardano solo la documentazione, ma anche:
l’aggiornamento dell’analisi del contesto
la revisione della gestione dei rischi ambientali
l’integrazione con altri sistemi di gestione e con le strategie ESG
Per le aziende non ancora certificate
Per le aziende che non hanno ancora un sistema di gestione ambientale, questa revisione rappresenta un punto di ingresso particolarmente favorevole.
Partire direttamente con la ISO 14001:2026 consente di costruire un sistema già allineato ai requisiti più aggiornati, evitando una doppia transizione nel breve periodo.
Inoltre, l’adozione dello standard in questa fase permette di:
strutturare fin da subito processi coerenti con le nuove richieste normative
integrare la gestione ambientale con obiettivi strategici e ESG
costruire una base solida per affrontare le evoluzioni normative dei prossimi anni
In entrambi i casi, il punto non è solo adeguarsi allo standard, ma utilizzare questo passaggio per rendere il sistema di gestione più efficace e aderente al contesto aziendale.
Perché conviene muoversi subito
Adeguare un sistema di gestione ambientale richiede tempo e coordinamento. Non si tratta solo di aggiornare documenti, ma di intervenire su processi, responsabilità e strumenti.
Muoversi subito permette di distribuire le attività nel tempo, ridurre il rischio di interventi urgenti e allineare il sistema alle nuove richieste normative ed ESG.
Rimandare, al contrario, significa concentrare gli sforzi in un periodo limitato, con maggiore complessità operativa.
ISO 14001:2026 nel contesto delle nuove normative europee
L’aggiornamento dello standard si inserisce in un contesto più ampio, in cui diverse normative stanno ridefinendo il ruolo della sostenibilità nelle imprese.
Tra queste:
il regolamento sugli imballaggi (PPWR)
il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP)
gli obblighi di reporting ESG
In questo scenario, la ISO 14001 diventa un punto di connessione tra operatività e compliance, aiutando le aziende a strutturare processi e dati in modo coerente.
In sintesi
La ISO 14001:2026 rappresenta un’evoluzione che rafforza il ruolo della gestione ambientale all’interno dell’organizzazione.
Non introduce cambiamenti radicali, ma rende più esplicito il legame tra contesto, rischi, governance e performance.
Per le aziende, questo aggiornamento è un’occasione per rivedere il proprio sistema e renderlo più coerente con le richieste normative e con le aspettative del mercato.
Compila il form sottostante per analizzare il tuo sistema di gestione rispetto alla nuova ISO 14001:2026 e impostare un percorso di adeguamento coerente con le nuove richieste.
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Buone pratiche di economia circolare: esempi e strategie per le aziende
Economia circolare aziende: quali buone pratiche possono adottare le imprese per ridurre gli sprechi e utilizzare meglio le risorse? Dal recupero degli scarti di produzione all’impiego di materie prime riciclate, fino alla progettazione di prodotti riparabili, le possibilità di intervento riguardano materiali, processi e modelli produttivi.
Ma quali interventi possono essere considerati buone pratiche di economia circolare? E come può un’impresa capire se le soluzioni adottate riducono davvero il consumo di risorse?
Il passaggio da un modello lineare, basato sull’estrazione delle materie prime, sulla produzione e sullo smaltimento, a un modello circolare richiede di osservare l’intero ciclo di vita dei prodotti e individuare dove sia possibile evitare sprechi, mantenere in uso i materiali e recuperare valore.
In questo articolo vedremo quali sono le principali buone pratiche di economia circolare, come applicarle ai processi aziendali e quali indicatori utilizzare per valutarne i risultati.
Cosa si intende per buona pratica di economia circolare?
Una buona pratica di economia circolare è un’attività, un processo o un modello organizzativo che contribuisce a mantenere prodotti e materiali in uso più a lungo, ridurre il consumo di risorse e limitare la produzione di rifiuti.
Non coincide necessariamente con il riciclo. Un’impresa può adottare un approccio circolare anche attraverso la progettazione di prodotti riparabili, la manutenzione delle apparecchiature, il riutilizzo degli imballaggi o il recupero degli scarti di lavorazione.
Per esempio, un’azienda che produce componenti metallici può intervenire su più fronti: ridurre gli sfridi durante il taglio delle lamiere, recuperare il materiale residuo e utilizzare una quota maggiore di metallo riciclato negli acquisti.
Una buona pratica deve però essere valutata rispetto ai risultati che produce. L’utilizzo di un materiale riciclato, da solo, non dimostra che l’intero processo abbia un impatto ambientale inferiore. Occorre considerare anche consumi energetici, trasporti, durata del prodotto e possibilità di recupero al termine dell’utilizzo.
UNI/TR 11821: cosa ci insegna sulle buone pratiche
La UNI/TR 11821:2023 è un rapporto tecnico italiano dedicato alla raccolta e all’analisi di buone pratiche di economia circolare.
Il documento esamina 41 esperienze, con l’obiettivo di offrire alle organizzazioni esempi di modelli e soluzioni già applicati.
Tra gli approcci considerati rientrano l’estensione della vita utile dei prodotti, i modelli di prodotto come servizio e l’utilizzo dei sottoprodotti.
Il rapporto permette alle imprese di osservare come i principi della circolarità possano essere tradotti in attività aziendali. Non propone, però, un elenco di interventi validi indistintamente per ogni settore.
Una soluzione adatta a un produttore di macchinari potrebbe non esserlo per un’impresa alimentare o per un’azienda che realizza imballaggi.
Per questo motivo, le esperienze raccolte nella UNI/TR 11821 rappresentano riferimenti da esaminare alla luce dei materiali utilizzati, dei processi produttivi e delle caratteristiche della propria filiera.
Economia circolare e sviluppo sostenibile: le principali strategie aziendali
Il rapporto tra economia circolare e sviluppo sostenibile riguarda soprattutto l’impiego delle risorse naturali, la gestione dei materiali e la riduzione degli sprechi.
Le strategie circolari possono contribuire agli obiettivi ambientali di un’organizzazione, ma devono essere valutate anche rispetto agli effetti energetici, economici e sociali.
Le aziende possono intervenire in diverse fasi del ciclo produttivo, dalla progettazione all’acquisto delle materie prime, fino alla gestione dei prodotti dopo l’utilizzo.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, la diffusione dei modelli di economia circolare nelle imprese richiede interventi sulla durata dei prodotti, sul riutilizzo delle risorse e sui modelli di consumo. Il rapporto pubblicato nel 2026 evidenzia anche il ruolo della collaborazione tra aziende, dell’innovazione e delle politiche europee nel favorire l’adozione di queste soluzioni.
Estensione del ciclo di vita dei prodotti
Prolungare la durata di un prodotto significa ridurre la necessità di sostituirlo frequentemente e, quando possibile, limitare l’impiego di nuove risorse.
Le aziende possono adottare questa strategia attraverso:
Progettazione di prodotti riparabili, con componenti sostituibili.
Servizi di manutenzione preventiva e riparazione.
Ricondizionamento di macchinari e apparecchiature.
Disponibilità di pezzi di ricambio per periodi più lunghi.
Un produttore di macchine industriali, per esempio, può progettare apparecchiature nelle quali motori, sensori e schede elettroniche siano sostituibili senza dover cambiare l’intera macchina.
In questo modo, la manutenzione può diventare parte integrante del modello di circolarità aziendale.
Riutilizzo e recupero
Il riutilizzo permette di impiegare nuovamente un prodotto o un componente senza trasformarlo in una nuova materia prima.
Il recupero, invece, comprende operazioni differenti, tra cui il recupero di materiali dai rifiuti, secondo le definizioni previste dalla normativa applicabile.
Un esempio è rappresentato dagli imballaggi industriali: cassette, contenitori rigidi e pallet possono essere progettati per compiere più cicli di trasporto tra fornitori e stabilimenti.
Per valutare questa soluzione occorre considerare il numero effettivo di utilizzi, le operazioni di pulizia, i trasporti di ritorno e le perdite dei contenitori.
La priorità non è soltanto recuperare più materiali, ma evitare che prodotti ancora utilizzabili diventino rifiuti prima del necessario.
Utilizzo dei sottoprodotti
Alcuni residui di produzione possono essere utilizzati in altri processi industriali, purché rispettino le condizioni previste dalla normativa per essere qualificati come sottoprodotti.
È importante distinguere questa possibilità dal recupero dei rifiuti: non ogni scarto può essere automaticamente classificato come sottoprodotto.
Un’impresa agroalimentare, per esempio, può valutare se determinati residui di lavorazione possano essere destinati ad altri impieghi produttivi, nel rispetto dei requisiti tecnici e normativi.
Analogamente, in alcune filiere manifatturiere, materiali residui possono diventare input per processi differenti.
L’applicazione richiede di verificare la continuità dell’utilizzo, le caratteristiche del materiale, la possibilità di impiego diretto e la conformità alle disposizioni vigenti.
Prodotto come servizio
Nel modello di prodotto come servizio, il cliente acquista una prestazione o l’accesso a una funzione anziché necessariamente la proprietà del bene.
Un esempio è il contratto attraverso il quale un’azienda utilizza un macchinario pagando per le ore di funzionamento o per il servizio ricevuto.
Il fornitore può mantenere la proprietà dell’apparecchiatura e occuparsi della manutenzione, della riparazione e del recupero dei componenti.
Questo modello può favorire una maggiore attenzione alla durata dei prodotti, perché il fornitore ha interesse a mantenere le apparecchiature efficienti nel tempo.
Non è però circolare per definizione: occorre verificare se il servizio comporti effettivamente un uso più efficiente delle risorse rispetto all’acquisto tradizionale.
Ottimizzazione delle risorse
Una strategia di economia circolare può partire anche dall’analisi dei materiali utilizzati quotidianamente nello stabilimento.
Tra gli interventi possibili rientrano la riduzione degli sfridi, il riutilizzo delle acque di processo dove consentito, l’ottimizzazione del taglio dei materiali e la scelta di componenti che facilitino il disassemblaggio.
Per esempio, un’azienda che lavora pannelli di legno può modificare gli schemi di taglio per ricavare un numero maggiore di componenti da ogni pannello.
L’efficacia dell’intervento può essere verificata attraverso la quantità di materia prima impiegata per unità prodotta e il volume degli scarti generati.
In questo caso, la circolarità parte da una domanda precisa: quanta parte del materiale acquistato diventa effettivamente prodotto e quanta viene persa durante la lavorazione?
Esempi di economia circolare applicabili alle imprese
Le aziende che fanno economia circolare possono adottare soluzioni molto diverse tra loro. Non esiste un unico modello: un’impresa tessile deve affrontare problemi differenti rispetto a un produttore di macchinari o a un’azienda alimentare.
Per comprendere quali interventi siano applicabili, è utile osservare alcuni esempi di economia circolare nelle aziende, associati ai rispettivi risultati da misurare.
Settore
Esempio di buona pratica
Cosa misurare
Metalmeccanico
Recupero degli sfridi di lavorazione e utilizzo di metalli riciclati
Materiale recuperato e quota di riciclato negli acquisti
Tessile
Riparazione dei capi e recupero delle fibre
Durata dei prodotti e quantità di fibre recuperate
Alimentare
Valorizzazione dei residui di produzione
Quantità di residui destinati a nuovi utilizzi
Imballaggi
Introduzione di cassette e contenitori riutilizzabili
Numero di cicli di utilizzo e perdite
Macchinari industriali
Ricondizionamento e sostituzione dei componenti usurati
Vita utile delle apparecchiature e parti riutilizzate
Questi esempi descrivono possibili applicazioni, non risultati già verificati presso aziende specifiche.
Un’impresa può iniziare da una singola linea produttiva, misurare i materiali in ingresso e in uscita e valutare se estendere l’intervento ad altri stabilimenti.
Il confronto tra la situazione iniziale e quella successiva permette di capire se la soluzione adottata abbia effettivamente migliorato l’utilizzo delle risorse.
Come valutare l’efficacia di una strategia circolare
Una buona pratica non dovrebbe essere valutata soltanto in base alla sua adozione, ma soprattutto attraverso i risultati ottenuti.
Per questo motivo, prima di avviare un intervento, è utile individuare alcuni indicatori e raccogliere i dati relativi alla situazione iniziale.
Tra le informazioni più rilevanti rientrano:
Indice di riciclato: quota di materiale riciclato presente in un prodotto o utilizzata in un processo, secondo un perimetro e un metodo di calcolo definiti.
Consumo di materie prime vergini: quantità di risorse non riciclate impiegate nella produzione.
Produzione di rifiuti: quantità di rifiuti generati per unità di prodotto o per periodo.
Durata dei prodotti: vita utile effettiva e possibilità di riparazione o ricondizionamento.
Tasso di riutilizzo: quota di prodotti, componenti o imballaggi impiegati in più cicli.
Consumi energetici e idrici: risorse necessarie per ottenere il prodotto o il servizio.
Indice di riciclato: cosa misura e perché è utile
L’indice di riciclato è uno degli indicatori che possono aiutare un’impresa a comprendere quanto materiale riciclato viene impiegato nei propri prodotti o processi.
Per esempio, se un componente contiene 30 kg di materiale riciclato su 100 kg di materiale totale, la quota di riciclato è pari al 30%, a condizione che i dati e il perimetro di calcolo siano coerenti.
Questo valore può essere utile per confrontare forniture o monitorare la sostituzione delle materie prime vergini.
Tuttavia, una percentuale elevata di riciclato non equivale automaticamente a un livello elevato di circolarità aziendale.
Un prodotto potrebbe contenere materiale riciclato ma avere una vita utile breve, essere difficile da riparare oppure richiedere consumi elevati durante la produzione.
Per questo motivo, l’indice di riciclato dovrebbe essere esaminato insieme ad altri indicatori, in modo da ottenere una lettura più completa dei processi aziendali.
Dalle buone pratiche alla misurazione della circolarità
Adottare una buona pratica è il primo passo. Per comprendere come questa contribuisca alla circolarità dell’organizzazione, occorre inserirla in un sistema di valutazione più ampio.
La UNI/TS 11820:2024 definisce una metodologia per misurare il livello di circolarità delle organizzazioni attraverso indicatori e un punteggio finale.
La norma e il rapporto tecnico UNI/TR 11821:2023 rispondono quindi a esigenze differenti: il rapporto tecnico raccoglie e analizza buone pratiche, mentre la specifica tecnica fornisce un metodo per misurare la circolarità.
La UNI/TR 11821 propone inoltre un metodo di analisi delle pratiche che ne considera caratteristiche, risultati e possibilità di confronto.
Come passare dall’analisi agli interventi
Un percorso aziendale può essere organizzato attraverso cinque attività:
Analizzare i processi: individuare materiali in ingresso, prodotti, residui e rifiuti.
Definire le priorità: identificare le fasi con maggior consumo di risorse o produzione di scarti.
Selezionare le soluzioni: valutare interventi di prevenzione, riutilizzo, riparazione e recupero.
Misurare i risultati: raccogliere dati prima e dopo l’intervento attraverso indicatori coerenti.
Rivedere le scelte: verificare se estendere, modificare o sostituire le pratiche adottate.
La valutazione deve tenere conto anche degli effetti indiretti. Per esempio, il recupero di un materiale potrebbe richiedere trattamenti o trasporti aggiuntivi: il beneficio complessivo va quindi verificato, non presunto.
Il supporto di Tecno Group per la circolarità aziendale
Tecno Group supporta le imprese nell’analisi dei processi e nella misurazione della circolarità attraverso servizi dedicati alla Circular Economy.
Il percorso può partire da un Check Up di Circolarità e proseguire con un’analisi personalizzata di materiali, processi produttivi, logistica, gestione degli scarti e modelli di business.
Tra gli strumenti disponibili rientra il Check Up Tool (CUT), sviluppato insieme a ERGO, Università Bocconi e Scuola Superiore Sant’Anna. Tecno Group propone inoltre valutazioni in linea con standard riconosciuti, tra cui UNI/TS 11820 e ISO 59020.
L’obiettivo è individuare dove intervenire, definire indicatori di misurazione e verificare nel tempo i risultati delle soluzioni adottate.
In sintesi
Le buone pratiche di economia circolare permettono alle aziende di intervenire su prodotti, materiali e processi attraverso soluzioni come il riutilizzo, la riparazione, il recupero degli scarti e l’estensione della vita utile dei beni.
La scelta degli interventi deve partire dalle caratteristiche dell’organizzazione e dai dati disponibili. Non tutte le soluzioni producono gli stessi risultati e non ogni attività di riciclo determina automaticamente un miglioramento complessivo.
Collegare le buone pratiche alla misurazione della circolarità permette di valutare gli effetti delle scelte aziendali e individuare nuove possibilità di intervento.
UNI/TS 11820 e UNI/TR 11821: cosa devono sapere le aziende
La UNI TS 11820 definisce una metodologia per misurare il livello di circolarità delle organizzazioni. Ma quali indicatori utilizza? Come si applica alle aziende? E quale rapporto ha con la UNI/TR 11821:2023, dedicata alle buone pratiche di economia circolare?
L’economia circolare richiede risposte basate sui dati. Ridurre gli scarti, recuperare materiali o prolungare la vita dei prodotti sono attività importanti, ma per valutarne gli effetti occorre una metodologia che permetta di analizzare i risultati.
In questo contesto si inseriscono la UNI/TS 11820:2024 e la UNI/TR 11821:2023, due documenti tecnici italiani che affrontano aspetti complementari dell’economia circolare.
La prima definisce una metodologia per misurare il livello di circolarità delle organizzazioni. La seconda raccoglie e analizza buone pratiche che possono offrire riferimenti utili alle imprese.
In questo articolo vedremo cosa prevedono la UNI/TS 11820 e la UNI/TR 11821, quali differenze esistono tra i due documenti, come si collocano nel quadro degli standard per l’economia circolare e quali informazioni possono ricavarne le aziende.
Economia circolare: perché servono standard e criteri condivisi
L’economia circolare punta a mantenere il valore di prodotti, materiali e risorse il più a lungo possibile, riducendo la produzione di rifiuti e il consumo di materie prime vergini.
Per un’impresa manifatturiera, questo può significare utilizzare materiali riciclati, recuperare gli scarti di lavorazione, progettare componenti riparabili oppure modificare i processi per ridurre le perdite di risorse.
Tuttavia, adottare singole iniziative non permette automaticamente di conoscere il livello di circolarità dell’intera organizzazione.
Un’azienda potrebbe recuperare gran parte dei propri rifiuti, ma continuare a utilizzare elevate quantità di materie prime vergini. Oppure potrebbe progettare prodotti durevoli senza disporre di informazioni sufficienti sul loro destino al termine dell’utilizzo.
Gli standard per l’economia circolare aiutano a superare questa lettura frammentata, attraverso definizioni, metodologie e criteri condivisi.
La misurazione permette di individuare le aree in cui le risorse vengono utilizzate in modo più efficiente e quelle nelle quali è possibile intervenire.
UNI/TS 11820: cos’è e a cosa serve
La UNI/TS 11820 è una specifica tecnica italiana dedicata alla misurazione della circolarità delle organizzazioni.
Il documento definisce una metodologia basata su indicatori che consentono di valutare diversi aspetti legati all’utilizzo delle risorse, ai processi e alle attività aziendali.
La UNI/TS 11820 non si limita quindi a considerare la percentuale di rifiuti avviati al riciclo, ma propone una valutazione più ampia, che coinvolge differenti dimensioni dell’organizzazione.
L’obiettivo è misurare il livello di circolarità attraverso un metodo strutturato, individuare le aree di miglioramento e monitorare i risultati nel tempo.
Cosa prevede la UNI/TS 11820:2024
La UNI/TS 11820:2024, pubblicata il 14 novembre 2024 in sostituzione dell’edizione 2022, definisce un metodo di misurazione della circolarità applicabile alle organizzazioni e ai gruppi di organizzazioni.
La metodologia prevede l’utilizzo di indicatori e la determinazione di un livello di circolarità, espresso attraverso un punteggio finale.
Tra gli ambiti considerati nella valutazione rientrano:
Risorse materiali: quantità, provenienza e caratteristiche dei materiali utilizzati nei processi aziendali.
Risorse energetiche e idriche: gestione dei consumi e utilizzo delle risorse.
Rifiuti e sottoprodotti: flussi in uscita e possibilità di recupero e valorizzazione.
Prodotti e servizi: caratteristiche che possono favorire durata, riutilizzo, riparazione e recupero.
Gestione aziendale: processi e attività che contribuiscono all’adozione di modelli circolari.
L’applicazione richiede di definire il perimetro della valutazione, individuare gli indicatori pertinenti e raccogliere i dati necessari.
Il risultato permette di rappresentare il livello di circolarità dell’organizzazione secondo la metodologia prevista dalla specifica tecnica.
Il punteggio non equivale a una percentuale di materiali riciclati: deriva dall’applicazione di un insieme di indicatori e dalle regole di calcolo previste dal documento.
La UNI/TS 11820 è obbligatoria?
La UNI/TS 11820 non è obbligatoria per tutte le aziende.
Si tratta di una specifica tecnica volontaria, che le organizzazioni possono adottare per misurare il proprio livello di circolarità.
Occorre distinguere gli standard tecnici dalle disposizioni legislative.
Le direttive e i regolamenti europei sull’economia circolare possono introdurre obblighi relativi alla gestione dei rifiuti, alla progettazione dei prodotti, alle informazioni ambientali e ad altri aspetti specifici.
Questo non significa, però, che ogni impresa debba applicare automaticamente la UNI/TS 11820.
L’adozione della metodologia può essere utile anche per rispondere alle richieste informative della filiera, raccogliere dati per la rendicontazione di sostenibilità e definire obiettivi di miglioramento.
UNI/TR 11821: cos’è e cosa contiene
La UNI/TR 11821:2023 è un rapporto tecnico dedicato alla raccolta e all’analisi di buone pratiche di economia circolare.
A differenza della UNI/TS 11820, non definisce una metodologia per attribuire un punteggio di circolarità alle organizzazioni.
Il documento presenta esperienze e modelli applicati da organizzazioni italiane, con l’obiettivo di offrire esempi utili per comprendere come i principi dell’economia circolare possano tradursi in attività e processi aziendali.
Il rapporto raccoglie 41 buone pratiche, relative a differenti ambiti e modelli di circolarità.
Tra le soluzioni analizzate rientrano, per esempio, l’estensione della vita utile dei prodotti, i modelli di prodotto come servizio e l’utilizzo dei sottoprodotti.
Per le aziende, il valore del documento consiste nella possibilità di esaminare esperienze già sviluppate e valutare quali approcci possano essere pertinenti alla propria attività.
Differenza tra UNI/TS 11820 e UNI/TR 11821
I due documenti affrontano esigenze differenti.
Documento
Obiettivo
Utilità per l’azienda
UNI/TS 11820:2024
Definire una metodologia per misurare la circolarità delle organizzazioni.
Valutare il livello di circolarità attraverso indicatori e individuare aree di miglioramento.
UNI/TR 11821:2023
Raccogliere e analizzare buone pratiche di economia circolare.
Conoscere esperienze e modelli applicativi da cui ricavare spunti per la propria attività.
La distinzione è quindi chiara: la UNI/TS 11820 serve a misurare, mentre la UNI/TR 11821 aiuta a conoscere esperienze e soluzioni di economia circolare.
Non si tratta di due metodologie alternative di calcolo. Possono invece essere utilizzate per esigenze complementari.
Quale standard deve considerare un’azienda?
La scelta dipende dall’obiettivo dell’organizzazione e dalle informazioni che intende ottenere.
Se l’esigenza è misurare il livello di circolarità aziendale, la UNI/TS 11820:2024 è il riferimento specifico tra i due documenti. La metodologia si applica a livello micro, per esempio a una singola organizzazione, e a livello meso, come nel caso di gruppi di organizzazioni o filiere.
Il sistema di misurazione restituisce un punteggio finale, ma non stabilisce un livello minimo universale che un’azienda debba raggiungere per essere considerata circolare.
Se invece l’impresa vuole conoscere esperienze di economia circolare già sviluppate, può consultare la UNI/TR 11821:2023. Il rapporto analizza buone pratiche, i relativi risultati e le possibilità di applicazione in altri contesti.
Per approfondire i contenuti dei due documenti, è possibile consultare le schede ufficiali UNI:
Nel quadro degli standard per l’economia circolare rientra anche la ISO 59020:2024, dedicata alla misurazione e alla valutazione delle prestazioni di circolarità.
La UNI/TS 11820:2024 costituisce un riferimento tecnico nazionale, mentre la ISO 59020:2024 propone un quadro metodologico internazionale.
I due documenti affrontano lo stesso ambito generale, ma non devono essere considerati automaticamente intercambiabili: per applicarli correttamente occorre esaminare indicatori, perimetri e regole di valutazione previsti da ciascuno.
Anche UNI affronta il confronto tra i due standard nei propri percorsi formativi dedicati alla misurazione della circolarità.
Dalla misurazione al miglioramento della circolarità
Conoscere il livello di circolarità è utile soprattutto quando il risultato diventa il punto di partenza per modificare i processi aziendali.
Una valutazione può evidenziare, per esempio, che uno stabilimento utilizza una quantità elevata di materie prime vergini, produce scarti difficili da recuperare oppure dispone di poche informazioni sulla provenienza dei materiali acquistati.
A partire da questi dati, l’azienda può individuare interventi specifici: sostituire parte delle materie prime, recuperare materiali di lavorazione, modificare gli imballaggi o progettare prodotti più facili da riparare.
La misurazione successiva permette di verificare se gli interventi hanno modificato il livello di circolarità rispetto alla situazione iniziale.
Un percorso di valutazione può essere organizzato in cinque fasi:
Definire il perimetro: individuare l’organizzazione o il gruppo di organizzazioni oggetto dell’analisi.
Raccogliere i dati: ricostruire i flussi di materiali, risorse e prodotti necessari alla valutazione.
Applicare gli indicatori: utilizzare le regole della UNI/TS 11820 per misurare il livello di circolarità.
Analizzare i risultati: individuare le aree nelle quali il punteggio evidenzia possibilità di miglioramento.
Monitorare i progressi: ripetere la valutazione nel tempo per verificare gli effetti degli interventi.
Per esempio, un’impresa che realizza componenti metallici può analizzare le quantità di materiale acquistato, gli scarti generati dalle lavorazioni e le quote recuperate.
Se l’analisi evidenzia una forte dipendenza da materie prime vergini, l’azienda può valutare forniture con contenuto riciclato oppure modifiche ai processi che riducano gli scarti di taglio.
La UNI/TS 11820 consente di inserire queste informazioni in una valutazione più ampia, anziché considerarle come iniziative isolate.
Il supporto di Tecno Group per la circolarità aziendale
Misurare la circolarità richiede dati affidabili e una lettura dei processi che coinvolga acquisti, produzione, gestione dei materiali e attività ambientali.
Attraverso i servizi dedicati alla Circular Economy, Tecno Group affianca le imprese nell’analisi della circolarità e nell’individuazione delle opportunità di miglioramento.
La valutazione può rappresentare il punto di partenza per definire interventi sulle risorse utilizzate, sui processi produttivi e sulla gestione degli scarti, con obiettivi misurabili nel tempo.
In sintesi
La UNI/TS 11820:2024 e la UNI/TR 11821:2023 rappresentano due riferimenti distinti per le aziende che vogliono affrontare il tema dell’economia circolare.
La prima definisce un metodo per misurare la circolarità attraverso indicatori e un punteggio finale. La seconda raccoglie buone pratiche che mostrano come i principi dell’economia circolare possano trovare applicazione nelle organizzazioni.
Per le imprese, il passaggio più importante è collegare la misurazione alle scelte operative: dall’acquisto delle materie prime alla progettazione dei prodotti, fino al recupero degli scarti.
Conoscere il livello di circolarità permette di individuare dove intervenire e verificare nel tempo gli effetti delle modifiche introdotte.
Come si calcola l’indice di circolarità: guida pratica
Quanto sono circolari i processi di un’azienda? Per rispondere non basta conoscere la percentuale di rifiuti riciclati. Occorre osservare come materiali, risorse ed energia entrano nei processi, quanto a lungo mantengono il proprio valore e cosa accade quando escono dal ciclo produttivo.
L’indice di circolarità serve a trasformare queste informazioni in dati misurabili. La valutazione può includere materie prime, materiali riciclati, riutilizzo, recupero, rifiuti, acqua ed energia, con indicatori scelti in funzione del perimetro analizzato.
Non esiste però un unico indice valido in ogni situazione. Il risultato dipende dal metodo adottato, dagli indicatori selezionati e dai confini dell’analisi. Oggi esistono standard specifici che aiutano le organizzazioni a costruire questa misurazione, tra cui UNI/TS 11820 e ISO 59020.
In questo articolo vedremo come si misura l’economia circolare, quali indicatori di sostenibilità ambientale possono essere utilizzati e come costruire una valutazione capace di mostrare dove le risorse restano nel ciclo e dove, invece, si disperdono.
Cos’è l’indice di circolarità
L’indice di circolarità è uno strumento utilizzato per rappresentare attraverso dati e indicatori il livello di circolarità di un’organizzazione, di un prodotto o di un processo.
L’obiettivo è superare una lettura basata su un solo dato. Una percentuale elevata di raccolta differenziata, per esempio, non descrive da sola quanto un’impresa sia circolare.
Occorre osservare l’intero flusso delle risorse: quali materiali entrano, da dove provengono, come vengono utilizzati, quanto durano e quale destinazione hanno al termine dell’utilizzo.
Per questo la misurazione può integrare indicatori quantitativi e informazioni qualitative, così da costruire una fotografia più ampia dell’organizzazione.
Per approfondire l’approccio di Tecno Group puoi consultare la pagina dedicata alla Circular Economy.
Come si misura l’economia circolare
Misurare l’economia circolare significa innanzitutto stabilire cosa si vuole misurare.
Il perimetro può comprendere l’intera organizzazione, uno stabilimento, un processo oppure uno specifico prodotto. Questa scelta influenza i dati da raccogliere e gli indicatori da utilizzare.
Il passaggio successivo consiste nel ricostruire i principali flussi in ingresso e in uscita. Materie prime, materiali riciclati, acqua ed energia entrano nei processi produttivi; prodotti, sottoprodotti, emissioni e rifiuti ne rappresentano alcuni degli output.
La misurazione permette di capire quanta parte delle risorse mantiene il proprio valore e quanta, invece, esce dal ciclo.
Quali dati raccogliere
Per costruire un indice di circolarità servono dati affidabili e riferiti a un periodo e a un perimetro definiti.
Tra le informazioni da raccogliere possono rientrare:
quantità e tipologia dei materiali utilizzati;
quota di materia prima vergine e riciclata;
materiali provenienti da fonti rinnovabili;
quantità di scarti prodotti;
quota di rifiuti destinata a recupero o riciclo;
consumi di acqua;
consumi e fonti energetiche;
durata, riparabilità e possibilità di riutilizzo dei prodotti;
recupero di componenti e materiali a fine vita.
La disponibilità dei dati determina anche la profondità dell’analisi. Se alcune informazioni non vengono ancora raccolte, la prima valutazione può servire proprio a mostrare le caselle vuote della mappa e a impostare un sistema di monitoraggio più completo.
Come si calcola l’indice di circolarità
Non esiste una formula universale nella quale inserire pochi valori per ottenere il livello di circolarità di qualsiasi azienda.
Il calcolo dipende dalla metodologia scelta. In generale, il percorso mette in relazione indicatori riferiti ai flussi di risorse con il perimetro e gli obiettivi della valutazione.
Un esempio semplice aiuta a capire il principio. Se un’impresa utilizza 1.000 tonnellate di materiale in un anno e 300 provengono da materia riciclata, la quota di materiale riciclato in ingresso è:
300 / 1.000 × 100 = 30%
Questo dato descrive però soltanto una parte del quadro. La stessa azienda potrebbe avere un’elevata percentuale di materiale riciclato in ingresso, ma produrre grandi quantità di scarti non recuperabili.
Per questo un indice di circolarità deve mettere in relazione più dimensioni.
Input: cosa entra nel processo
La prima area riguarda le risorse utilizzate.
L’analisi può distinguere, per esempio, materie prime vergini, materie seconde e materiali provenienti da fonti rinnovabili.
Una maggiore quota di materiali riciclati o recuperati può indicare una minore dipendenza da risorse vergini, ma il dato deve essere letto insieme agli altri indicatori del processo.
Utilizzo: cosa accade durante il processo
La seconda area riguarda ciò che accade all’interno dell’azienda.
Qui possono entrare indicatori relativi a consumi di energia e acqua, efficienza nell’utilizzo delle materie, produzione di scarti e capacità di reinserire residui all’interno dello stesso processo o di altri cicli produttivi.
Gli indicatori di sostenibilità ambientale aiutano quindi a osservare dove si concentrano consumi e perdite.
Output: cosa esce dal processo
Infine occorre osservare cosa accade alle risorse dopo il loro utilizzo.
Rifiuti destinati al riciclo, componenti recuperati, prodotti riparabili, materiali riutilizzati e sottoprodotti possono contribuire a descrivere la capacità dell’organizzazione di chiudere o allungare i cicli delle risorse.
Anche in questo caso, una singola percentuale non è sufficiente: gli output devono essere collegati ai materiali inizialmente immessi nel processo e alle caratteristiche del prodotto.
Quali indicatori di sostenibilità utilizzare
Gli indicatori di sostenibilità permettono di tradurre i flussi aziendali in grandezze confrontabili.
La scelta dipende dal settore e dal perimetro dell’analisi. Un’impresa manifatturiera che utilizza grandi quantità di acciaio avrà esigenze differenti rispetto a un’azienda alimentare o a un’organizzazione di servizi.
Tra gli indicatori possono rientrare la percentuale di materia riciclata utilizzata, il tasso di recupero dei materiali, la quantità di rifiuti per unità di prodotto, il consumo di acqua, il consumo energetico e la quota di risorse mantenute nel ciclo.
È importante evitare di trasformare l’indice in una raccolta indiscriminata di KPI. Ogni indicatore deve descrivere una parte precisa del flusso delle risorse e deve poter essere alimentato da dati verificabili.
Indicatori quantitativi e qualitativi
Non tutto ciò che determina la circolarità può essere descritto immediatamente in chilogrammi, metri cubi o kWh.
Accanto agli indicatori quantitativi possono quindi essere valutati elementi relativi alla progettazione dei prodotti, ai criteri di acquisto, alla gestione dei fornitori e alla presenza di procedure dedicate al recupero delle risorse.
La combinazione delle due letture permette di capire non soltanto quanto materiale viene recuperato oggi, ma anche se l’organizzazione possiede processi capaci di migliorare quel risultato nel tempo.
ISO 59020 e misurazione della circolarità
Un riferimento internazionale specifico è la ISO 59020:2024, Circular economy – Measuring and assessing circularity performance.
Lo standard definisce requisiti e indicazioni per misurare e valutare le performance di circolarità attraverso un processo strutturato e l’utilizzo di indicatori. Può essere applicato a diversi livelli di un sistema economico e permette di definire il perimetro della misurazione, raccogliere i dati e interpretare i risultati.
La ISO 59020 aiuta quindi a evitare uno degli errori più frequenti: attribuire la circolarità di un’organizzazione a un solo indicatore.
La fonte ufficiale può essere consultata direttamente sul sito ISO, ISO 59020:2024.
Dalla misurazione al Circular Check
Calcolare indicatori serve soprattutto a individuare dove intervenire.
Per questo la misurazione può essere inserita all’interno di un assessment più ampio. Il Circular Check consente di osservare diverse aree dell’organizzazione e mettere in relazione dati su materiali, processi, energia, logistica e gestione degli scarti.
In questo modo il risultato non rimane una percentuale isolata, ma diventa una mappa delle aree nelle quali il ciclo delle risorse funziona e dei punti nei quali si interrompe.
Per approfondire questo passaggio puoi leggere anche l’articolo Tecno Group dedicato al Circular Check e alla valutazione della circolarità aziendale [inserire URL dell’articolo precedente una volta pubblicato].
Indice di circolarità: come leggere il risultato
Un indice acquista significato quando viene letto nel tempo.
La prima misurazione definisce una baseline. Le rilevazioni successive permettono di verificare se gli interventi introdotti hanno modificato i flussi osservati.
Se, per esempio, aumenta la percentuale di materia riciclata utilizzata, diminuiscono gli scarti destinati a smaltimento e cresce la quota di componenti recuperati, gli indicatori permettono di osservare il cambiamento attraverso valori confrontabili.
La misurazione può così supportare la definizione di obiettivi e priorità, oltre alla raccolta di informazioni utili per la rendicontazione di sostenibilità.
E i circoli di qualità?
I circoli di qualità appartengono a un ambito differente rispetto agli indicatori utilizzati per calcolare la circolarità.
Si tratta di gruppi di persone che analizzano problemi e possibili miglioramenti legati ai processi aziendali. Non rappresentano quindi un indicatore di economia circolare né un metodo per calcolarne direttamente le performance.
Possono però trovare spazio nei processi organizzativi dedicati al miglioramento, anche quando l’impresa lavora sulla riduzione degli sprechi o sulla revisione dei flussi produttivi.
Non forzerei ulteriormente questa keyword nel testo, perché il legame semantico con l’indice di circolarità è debole e rischierebbe di rendere l’articolo meno preciso.
In sintesi
L’indice di circolarità permette di trasformare materiali, consumi, scarti e capacità di recupero in informazioni misurabili.
Il calcolo non coincide con una formula unica. Occorre prima definire il perimetro dell’analisi, raccogliere i dati sui flussi in ingresso e in uscita e scegliere indicatori di sostenibilità ambientale coerenti con le caratteristiche dell’organizzazione.
Standard come ISO 59020 offrono un riferimento per strutturare la misurazione, mentre strumenti come il Circular Check permettono di ampliare la lettura e individuare le aree sulle quali intervenire.
L’obiettivo finale non è ottenere soltanto un numero, ma capire dove una tonnellata di materiale, un metro cubo d’acqua o un componente possono restare più a lungo all’interno del ciclo.
Lo stretto legame tra sostenibilità energetica e ambientale ha stimolato, nel tempo, le aziende ad intraprendere azioni volte all’efficienza energetica, con benefici che vanno ben oltre la decarbonizzazione e il contrasto ai cambiamenti climatici. L’efficienza energetica, infatti, è in grado di sostenere la crescita delle aziende in un mercato internazionale sempre più competitivo. L’implementazione di un Sistema di Gestione Energia, oltre a generare vantaggi competitivi, migliora l’immagine aziendale e i rapporti con stakeholders, clienti, consumatori e istituzioni; consente di ridurre i consumi energetici e le emissioni di CO2, grazie alle azioni correttive suggerite. Di seguito approfondiamo le caratteristiche del Sistema di Gestione Energia ed i benefici che la certificazione ISO 50001 apporta alle aziende e all’ambiente.
Sistemi di Gestione: cosa sono
Il Sistema di Gestione è un insieme di azioni programmate e coordinate, procedure operative, sistemi di documentazione e registrazione, definito in una norma riconosciuta a livello internazionale. Esistono diversi Sistemi di Gestione, a seconda del settore in cui questi sono sviluppati; a ciascuno di essi si applica una specifica norma tecnica volontaria. L’obiettivo principale è attuare azioni che consentano all’azienda di tenere sotto controllo i propri processi e le proprie attività, con un miglioramento delle prestazioni. I Sistemi di Gestione più diffusi sono:
Sistemi di Gestione sulla Salute e la Sicurezza: ISO 45001;
Sistemi di Gestione della Qualità: ISO 90001;
Sistemi di Gestione Ambientale: ISO 14001;
Sistemi di Gestione Energetica: ISO 50001.
Ciò che accomuna i Sistemi di Gestione è il Ciclo di Deming (Plan – Do – Check – Act), composto da 4 fasi:
pianificazione degli obiettivi da raggiungere;
realizzazione delle azioni pianificate;
verifica dei risultati tramite misurazione, monitoraggio e audit;
correzione o modifica eventuali dei risultati raggiunti, in linea con gli obiettivi prefissati.
Sistema di Gestione Energia ISO 50001: di cosa si tratta?
Il Sistema di Gestione Energia ISO 50001 fornisce strategie di gestione per aumentare e migliorare l’efficienza energetica, favorendo un uso dell’energia più consapevole e razionale, eliminando sprechi e riducendo i consumi. L’obiettivo di questo sistema è guidare l’organizzazione – azienda, impresa, pubblica amministrazione – in un processo che permetta di gestire e migliorare in modo continuo il consumo dell’energia, garantendo una riduzione dei costi.
Secondo dati ufficiali ISO, le organizzazioni con ISO 50001 beneficiano nel breve termine di un miglioramento delle prestazioni energetiche del 10% e in alcuni casi anche maggiore: un risultato ottenibile attraverso la ridefinizione della cultura energetica dell’azienda, coinvolgendo tutto il personale.
Il Sistema di Gestione dell’Energia rappresenta un potente strumento nelle mani delle aziende, grazie a risultati concreti e duraturi nel tempo. Attraverso il sistema di monitoraggio è possibile misurare real time i consumi energetici, rilevare eventuali criticità degli impianti e intervenire tempestivamente.
Le Grandi Imprese che implementano la ISO 50001 sono esonerate dall’obbligo di diagnosi energetica, a condizione che il Sistema di Gestione Energia includa un audit energetico realizzato in conformità con i criteri presenti nell’allegato 2 del D. lgs. 102/2014.
Adottare un Sistema di Gestione Energia aiuta, inoltre, a soddisfare alcuni obiettivi del Global Sustainable Development delle Nazioni Unite: energia pulita e accessibile, città e comunità sostenibili, consumo e produzione responsabili, lotta contro il cambiamento climatico.
Norma ISO 50001: cos’è e a che serve
La norma ISO 50001 è uno standard riconosciuto a livello internazionale che definisce i requisiti per un Sistema di Gestione Energia – SGE; una norma volontaria destinata a tutti i tipi di aziende, di qualsiasi dimensione, settore e posizione geografica.
Introdotta nel 2011, poi aggiornata nel 2018, si è diffusa in modo crescente nel mercato, divenendo un’opportunità per stimolare innovazioni di processo, prodotti e servizi offerti dall’organizzazione, migliorandone la competitività. I benefici derivanti dall’implementazione della ISO 50001 sono considerevoli:
ottimizzazione dei consumi energetici;
supporto alle imprese pubbliche e private affinché le risorse energetiche e aziendali siano sfruttate nel miglior modo possibile;
promozione e semplificazione della gestione di energia al fine di ridurre emissioni di CO2 e altre sostanze inquinanti, che contribuiscono al cambiamento climatico;
sostegno all’applicazione di nuove tecnologie nel settore dell’efficienza energetica;
integrazione con altri sistemi di gestione, tra cui sicurezza, ambiente, salute e qualità.
Certificazione ISO 50001: quali vantaggi riserva alle aziende
La certificazione ISO 50001 è il riconoscimento dell’impegno dell’azienda nell’adozione di una gestione efficiente dell’energia, una garanzia di affidabilità e credibilità per i clienti. Riserva alle aziende vantaggi in termini di risparmio, efficienza energetica e sostenibilità ambientale. Vediamoli nel dettaglio:
miglioramento dell’immagine aziendale: dimostrazione del proprio impegno per la salvaguardia ambientale
maggiore competitività sul mercato: sempre più clienti prediligono e adottano strategie legate alla sostenibilità
inizio di un percorso virtuoso verso la sostenibilità ambientale: allineamento agli obiettivi Ue per il 2030 per la riduzione delle emissioni di CO2
ampliamento del portfolio clienti: la richiesta di prodotti e servizi sostenibili è in crescente aumento
rispetto dei requisiti normativi: grazie alla certificazione ISO 50001 è possibile accedere ai TEE – Titoli di Efficienza Energetica.
La lotta ai cambiamenti climatici è una priorità concreta, una leva dello sviluppo economico. Con la certificazione ISO 50001 la tua azienda diventa un esempio di sostenibilità sociale, culturale e ambientale; noi ti accompagniamo in questo percorso, preparando la tua azienda all’implementazione della norma ISO 50001.