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Aggiornamenti e approfondimenti sulla sostenibilità aziendale.

Uno spazio dedicato all’evoluzione normativa, alle pratiche applicate nelle imprese e alle principali tematiche ESG. Condividiamo analisi, esperienze progettuali e contenuti utili per comprendere come cambiano regole, strumenti e modelli organizzativi legati alla sostenibilità.
UNI TS 11820 e UNI TR 11821: standard per misurare la circolarità aziendale e analizzare le buone pratiche di economia circolare.

UNI/TS 11820 e UNI/TR 11821: cosa devono sapere le aziende

La UNI TS 11820 definisce una metodologia per misurare il livello di circolarità delle organizzazioni. Ma quali indicatori utilizza? Come si applica alle aziende? E quale rapporto ha con la UNI/TR 11821:2023, dedicata alle buone pratiche di economia circolare?

L’economia circolare richiede risposte basate sui dati. Ridurre gli scarti, recuperare materiali o prolungare la vita dei prodotti sono attività importanti, ma per valutarne gli effetti occorre una metodologia che permetta di analizzare i risultati.

In questo contesto si inseriscono la UNI/TS 11820:2024 e la UNI/TR 11821:2023, due documenti tecnici italiani che affrontano aspetti complementari dell’economia circolare.

La prima definisce una metodologia per misurare il livello di circolarità delle organizzazioni. La seconda raccoglie e analizza buone pratiche che possono offrire riferimenti utili alle imprese.

In questo articolo vedremo cosa prevedono la UNI/TS 11820 e la UNI/TR 11821, quali differenze esistono tra i due documenti, come si collocano nel quadro degli standard per l’economia circolare e quali informazioni possono ricavarne le aziende.

Economia circolare: perché servono standard e criteri condivisi

L’economia circolare punta a mantenere il valore di prodotti, materiali e risorse il più a lungo possibile, riducendo la produzione di rifiuti e il consumo di materie prime vergini.

Per un’impresa manifatturiera, questo può significare utilizzare materiali riciclati, recuperare gli scarti di lavorazione, progettare componenti riparabili oppure modificare i processi per ridurre le perdite di risorse.

Tuttavia, adottare singole iniziative non permette automaticamente di conoscere il livello di circolarità dell’intera organizzazione.

Un’azienda potrebbe recuperare gran parte dei propri rifiuti, ma continuare a utilizzare elevate quantità di materie prime vergini. Oppure potrebbe progettare prodotti durevoli senza disporre di informazioni sufficienti sul loro destino al termine dell’utilizzo.

Gli standard per l’economia circolare aiutano a superare questa lettura frammentata, attraverso definizioni, metodologie e criteri condivisi.

La misurazione permette di individuare le aree in cui le risorse vengono utilizzate in modo più efficiente e quelle nelle quali è possibile intervenire.

UNI/TS 11820: cos’è e a cosa serve

La UNI/TS 11820 è una specifica tecnica italiana dedicata alla misurazione della circolarità delle organizzazioni.

Il documento definisce una metodologia basata su indicatori che consentono di valutare diversi aspetti legati all’utilizzo delle risorse, ai processi e alle attività aziendali.

La UNI/TS 11820 non si limita quindi a considerare la percentuale di rifiuti avviati al riciclo, ma propone una valutazione più ampia, che coinvolge differenti dimensioni dell’organizzazione.

L’obiettivo è misurare il livello di circolarità attraverso un metodo strutturato, individuare le aree di miglioramento e monitorare i risultati nel tempo.

Cosa prevede la UNI/TS 11820:2024

La UNI/TS 11820:2024, pubblicata il 14 novembre 2024 in sostituzione dell’edizione 2022, definisce un metodo di misurazione della circolarità applicabile alle organizzazioni e ai gruppi di organizzazioni.

La metodologia prevede l’utilizzo di indicatori e la determinazione di un livello di circolarità, espresso attraverso un punteggio finale.

Tra gli ambiti considerati nella valutazione rientrano:

  • Risorse materiali: quantità, provenienza e caratteristiche dei materiali utilizzati nei processi aziendali.
  • Risorse energetiche e idriche: gestione dei consumi e utilizzo delle risorse.
  • Rifiuti e sottoprodotti: flussi in uscita e possibilità di recupero e valorizzazione.
  • Prodotti e servizi: caratteristiche che possono favorire durata, riutilizzo, riparazione e recupero.
  • Gestione aziendale: processi e attività che contribuiscono all’adozione di modelli circolari.

L’applicazione richiede di definire il perimetro della valutazione, individuare gli indicatori pertinenti e raccogliere i dati necessari.

Il risultato permette di rappresentare il livello di circolarità dell’organizzazione secondo la metodologia prevista dalla specifica tecnica.

Il punteggio non equivale a una percentuale di materiali riciclati: deriva dall’applicazione di un insieme di indicatori e dalle regole di calcolo previste dal documento.

La UNI/TS 11820 è obbligatoria?

La UNI/TS 11820 non è obbligatoria per tutte le aziende.

Si tratta di una specifica tecnica volontaria, che le organizzazioni possono adottare per misurare il proprio livello di circolarità.

Occorre distinguere gli standard tecnici dalle disposizioni legislative.

Le direttive e i regolamenti europei sull’economia circolare possono introdurre obblighi relativi alla gestione dei rifiuti, alla progettazione dei prodotti, alle informazioni ambientali e ad altri aspetti specifici.

Questo non significa, però, che ogni impresa debba applicare automaticamente la UNI/TS 11820.

L’adozione della metodologia può essere utile anche per rispondere alle richieste informative della filiera, raccogliere dati per la rendicontazione di sostenibilità e definire obiettivi di miglioramento.

UNI/TR 11821: cos’è e cosa contiene

La UNI/TR 11821:2023 è un rapporto tecnico dedicato alla raccolta e all’analisi di buone pratiche di economia circolare.

A differenza della UNI/TS 11820, non definisce una metodologia per attribuire un punteggio di circolarità alle organizzazioni.

Il documento presenta esperienze e modelli applicati da organizzazioni italiane, con l’obiettivo di offrire esempi utili per comprendere come i principi dell’economia circolare possano tradursi in attività e processi aziendali.

Il rapporto raccoglie 41 buone pratiche, relative a differenti ambiti e modelli di circolarità.

Tra le soluzioni analizzate rientrano, per esempio, l’estensione della vita utile dei prodotti, i modelli di prodotto come servizio e l’utilizzo dei sottoprodotti.

Per le aziende, il valore del documento consiste nella possibilità di esaminare esperienze già sviluppate e valutare quali approcci possano essere pertinenti alla propria attività.

Differenza tra UNI/TS 11820 e UNI/TR 11821

I due documenti affrontano esigenze differenti.

DocumentoObiettivoUtilità per l’azienda
UNI/TS 11820:2024Definire una metodologia per misurare la circolarità delle organizzazioni.Valutare il livello di circolarità attraverso indicatori e individuare aree di miglioramento.
UNI/TR 11821:2023Raccogliere e analizzare buone pratiche di economia circolare.Conoscere esperienze e modelli applicativi da cui ricavare spunti per la propria attività.

La distinzione è quindi chiara: la UNI/TS 11820 serve a misurare, mentre la UNI/TR 11821 aiuta a conoscere esperienze e soluzioni di economia circolare.

Non si tratta di due metodologie alternative di calcolo. Possono invece essere utilizzate per esigenze complementari.

Quale standard deve considerare un’azienda?

La scelta dipende dall’obiettivo dell’organizzazione e dalle informazioni che intende ottenere.

Se l’esigenza è misurare il livello di circolarità aziendale, la UNI/TS 11820:2024 è il riferimento specifico tra i due documenti. La metodologia si applica a livello micro, per esempio a una singola organizzazione, e a livello meso, come nel caso di gruppi di organizzazioni o filiere.

Il sistema di misurazione restituisce un punteggio finale, ma non stabilisce un livello minimo universale che un’azienda debba raggiungere per essere considerata circolare.

Se invece l’impresa vuole conoscere esperienze di economia circolare già sviluppate, può consultare la UNI/TR 11821:2023. Il rapporto analizza buone pratiche, i relativi risultati e le possibilità di applicazione in altri contesti.

Per approfondire i contenuti dei due documenti, è possibile consultare le schede ufficiali UNI:

UNI/TS 11820 e ISO 59020: quale differenza?

Nel quadro degli standard per l’economia circolare rientra anche la ISO 59020:2024, dedicata alla misurazione e alla valutazione delle prestazioni di circolarità.

La UNI/TS 11820:2024 costituisce un riferimento tecnico nazionale, mentre la ISO 59020:2024 propone un quadro metodologico internazionale.

I due documenti affrontano lo stesso ambito generale, ma non devono essere considerati automaticamente intercambiabili: per applicarli correttamente occorre esaminare indicatori, perimetri e regole di valutazione previsti da ciascuno.

Anche UNI affronta il confronto tra i due standard nei propri percorsi formativi dedicati alla misurazione della circolarità.

Dalla misurazione al miglioramento della circolarità

Conoscere il livello di circolarità è utile soprattutto quando il risultato diventa il punto di partenza per modificare i processi aziendali.

Una valutazione può evidenziare, per esempio, che uno stabilimento utilizza una quantità elevata di materie prime vergini, produce scarti difficili da recuperare oppure dispone di poche informazioni sulla provenienza dei materiali acquistati.

A partire da questi dati, l’azienda può individuare interventi specifici: sostituire parte delle materie prime, recuperare materiali di lavorazione, modificare gli imballaggi o progettare prodotti più facili da riparare.

La misurazione successiva permette di verificare se gli interventi hanno modificato il livello di circolarità rispetto alla situazione iniziale.

Per approfondire come misurare la circolarità attraverso dati e indicatori, leggi anche l’articolo “Come si calcola l’indice di circolarità: guida pratica”.

Come applicare la UNI/TS 11820 in azienda

Un percorso di valutazione può essere organizzato in cinque fasi:

  1. Definire il perimetro: individuare l’organizzazione o il gruppo di organizzazioni oggetto dell’analisi.
  2. Raccogliere i dati: ricostruire i flussi di materiali, risorse e prodotti necessari alla valutazione.
  3. Applicare gli indicatori: utilizzare le regole della UNI/TS 11820 per misurare il livello di circolarità.
  4. Analizzare i risultati: individuare le aree nelle quali il punteggio evidenzia possibilità di miglioramento.
  5. Monitorare i progressi: ripetere la valutazione nel tempo per verificare gli effetti degli interventi.

Per esempio, un’impresa che realizza componenti metallici può analizzare le quantità di materiale acquistato, gli scarti generati dalle lavorazioni e le quote recuperate.

Se l’analisi evidenzia una forte dipendenza da materie prime vergini, l’azienda può valutare forniture con contenuto riciclato oppure modifiche ai processi che riducano gli scarti di taglio.

La UNI/TS 11820 consente di inserire queste informazioni in una valutazione più ampia, anziché considerarle come iniziative isolate.

Il supporto di Tecno Group per la circolarità aziendale

Misurare la circolarità richiede dati affidabili e una lettura dei processi che coinvolga acquisti, produzione, gestione dei materiali e attività ambientali.

Attraverso i servizi dedicati alla Circular Economy, Tecno Group affianca le imprese nell’analisi della circolarità e nell’individuazione delle opportunità di miglioramento.

La valutazione può rappresentare il punto di partenza per definire interventi sulle risorse utilizzate, sui processi produttivi e sulla gestione degli scarti, con obiettivi misurabili nel tempo.

In sintesi

La UNI/TS 11820:2024 e la UNI/TR 11821:2023 rappresentano due riferimenti distinti per le aziende che vogliono affrontare il tema dell’economia circolare.

La prima definisce un metodo per misurare la circolarità attraverso indicatori e un punteggio finale. La seconda raccoglie buone pratiche che mostrano come i principi dell’economia circolare possano trovare applicazione nelle organizzazioni.

Per le imprese, il passaggio più importante è collegare la misurazione alle scelte operative: dall’acquisto delle materie prime alla progettazione dei prodotti, fino al recupero degli scarti.

Conoscere il livello di circolarità permette di individuare dove intervenire e verificare nel tempo gli effetti delle modifiche introdotte.

Indicatori di sostenibilità ambientale utilizzati per misurare l’economia circolare e la circolarità di un’azienda.

Come si calcola l’indice di circolarità: guida pratica

Quanto sono circolari i processi di un’azienda? Per rispondere non basta conoscere la percentuale di rifiuti riciclati. Occorre osservare come materiali, risorse ed energia entrano nei processi, quanto a lungo mantengono il proprio valore e cosa accade quando escono dal ciclo produttivo.

L’indice di circolarità serve a trasformare queste informazioni in dati misurabili. La valutazione può includere materie prime, materiali riciclati, riutilizzo, recupero, rifiuti, acqua ed energia, con indicatori scelti in funzione del perimetro analizzato.

Non esiste però un unico indice valido in ogni situazione. Il risultato dipende dal metodo adottato, dagli indicatori selezionati e dai confini dell’analisi. Oggi esistono standard specifici che aiutano le organizzazioni a costruire questa misurazione, tra cui UNI/TS 11820 e ISO 59020.

In questo articolo vedremo come si misura l’economia circolare, quali indicatori di sostenibilità ambientale possono essere utilizzati e come costruire una valutazione capace di mostrare dove le risorse restano nel ciclo e dove, invece, si disperdono.

Cos’è l’indice di circolarità

L’indice di circolarità è uno strumento utilizzato per rappresentare attraverso dati e indicatori il livello di circolarità di un’organizzazione, di un prodotto o di un processo.

L’obiettivo è superare una lettura basata su un solo dato. Una percentuale elevata di raccolta differenziata, per esempio, non descrive da sola quanto un’impresa sia circolare.

Per comprendere prima di tutto come cambia il modello di utilizzo delle risorse rispetto a un sistema tradizionale, puoi approfondire le differenze tra i due approcci nell’articolo “Economia circolare vs economia lineare: guida alla circular economy aziendale”.

Occorre osservare l’intero flusso delle risorse: quali materiali entrano, da dove provengono, come vengono utilizzati, quanto durano e quale destinazione hanno al termine dell’utilizzo.

Per questo la misurazione può integrare indicatori quantitativi e informazioni qualitative, così da costruire una fotografia più ampia dell’organizzazione.

Per approfondire l’approccio di Tecno Group puoi consultare la pagina dedicata alla Circular Economy.

Come si misura l’economia circolare

Misurare l’economia circolare significa innanzitutto stabilire cosa si vuole misurare.

Il perimetro può comprendere l’intera organizzazione, uno stabilimento, un processo oppure uno specifico prodotto. Questa scelta influenza i dati da raccogliere e gli indicatori da utilizzare.

Il passaggio successivo consiste nel ricostruire i principali flussi in ingresso e in uscita. Materie prime, materiali riciclati, acqua ed energia entrano nei processi produttivi; prodotti, sottoprodotti, emissioni e rifiuti ne rappresentano alcuni degli output.

La misurazione permette di capire quanta parte delle risorse mantiene il proprio valore e quanta, invece, esce dal ciclo.

Quali dati raccogliere

Per costruire un indice di circolarità servono dati affidabili e riferiti a un periodo e a un perimetro definiti.

Tra le informazioni da raccogliere possono rientrare:

  • quantità e tipologia dei materiali utilizzati;
  • quota di materia prima vergine e riciclata;
  • materiali provenienti da fonti rinnovabili;
  • quantità di scarti prodotti;
  • quota di rifiuti destinata a recupero o riciclo;
  • consumi di acqua;
  • consumi e fonti energetiche;
  • durata, riparabilità e possibilità di riutilizzo dei prodotti;
  • recupero di componenti e materiali a fine vita.

La disponibilità dei dati determina anche la profondità dell’analisi. Se alcune informazioni non vengono ancora raccolte, la prima valutazione può servire proprio a mostrare le caselle vuote della mappa e a impostare un sistema di monitoraggio più completo.

Come si calcola l’indice di circolarità

Non esiste una formula universale nella quale inserire pochi valori per ottenere il livello di circolarità di qualsiasi azienda.

Il calcolo dipende dalla metodologia scelta. In generale, il percorso mette in relazione indicatori riferiti ai flussi di risorse con il perimetro e gli obiettivi della valutazione.

Un esempio semplice aiuta a capire il principio. Se un’impresa utilizza 1.000 tonnellate di materiale in un anno e 300 provengono da materia riciclata, la quota di materiale riciclato in ingresso è:

300 / 1.000 × 100 = 30%

Questo dato descrive però soltanto una parte del quadro. La stessa azienda potrebbe avere un’elevata percentuale di materiale riciclato in ingresso, ma produrre grandi quantità di scarti non recuperabili.

Per questo un indice di circolarità deve mettere in relazione più dimensioni.

Input: cosa entra nel processo

La prima area riguarda le risorse utilizzate.

L’analisi può distinguere, per esempio, materie prime vergini, materie seconde e materiali provenienti da fonti rinnovabili.

Una maggiore quota di materiali riciclati o recuperati può indicare una minore dipendenza da risorse vergini, ma il dato deve essere letto insieme agli altri indicatori del processo.

Utilizzo: cosa accade durante il processo

La seconda area riguarda ciò che accade all’interno dell’azienda.

Qui possono entrare indicatori relativi a consumi di energia e acqua, efficienza nell’utilizzo delle materie, produzione di scarti e capacità di reinserire residui all’interno dello stesso processo o di altri cicli produttivi.

Gli indicatori di sostenibilità ambientale aiutano quindi a osservare dove si concentrano consumi e perdite.

Output: cosa esce dal processo

Infine occorre osservare cosa accade alle risorse dopo il loro utilizzo.

Rifiuti destinati al riciclo, componenti recuperati, prodotti riparabili, materiali riutilizzati e sottoprodotti possono contribuire a descrivere la capacità dell’organizzazione di chiudere o allungare i cicli delle risorse.

Anche in questo caso, una singola percentuale non è sufficiente: gli output devono essere collegati ai materiali inizialmente immessi nel processo e alle caratteristiche del prodotto.

Quali indicatori di sostenibilità utilizzare

Gli indicatori di sostenibilità permettono di tradurre i flussi aziendali in grandezze confrontabili.

La scelta dipende dal settore e dal perimetro dell’analisi. Un’impresa manifatturiera che utilizza grandi quantità di acciaio avrà esigenze differenti rispetto a un’azienda alimentare o a un’organizzazione di servizi.

Tra gli indicatori possono rientrare la percentuale di materia riciclata utilizzata, il tasso di recupero dei materiali, la quantità di rifiuti per unità di prodotto, il consumo di acqua, il consumo energetico e la quota di risorse mantenute nel ciclo.

È importante evitare di trasformare l’indice in una raccolta indiscriminata di KPI. Ogni indicatore deve descrivere una parte precisa del flusso delle risorse e deve poter essere alimentato da dati verificabili.

Indicatori quantitativi e qualitativi

Non tutto ciò che determina la circolarità può essere descritto immediatamente in chilogrammi, metri cubi o kWh.

Accanto agli indicatori quantitativi possono quindi essere valutati elementi relativi alla progettazione dei prodotti, ai criteri di acquisto, alla gestione dei fornitori e alla presenza di procedure dedicate al recupero delle risorse.

La combinazione delle due letture permette di capire non soltanto quanto materiale viene recuperato oggi, ma anche se l’organizzazione possiede processi capaci di migliorare quel risultato nel tempo.

ISO 59020 e misurazione della circolarità

Un riferimento internazionale specifico è la ISO 59020:2024, Circular economy – Measuring and assessing circularity performance.

Lo standard definisce requisiti e indicazioni per misurare e valutare le performance di circolarità attraverso un processo strutturato e l’utilizzo di indicatori. Può essere applicato a diversi livelli di un sistema economico e permette di definire il perimetro della misurazione, raccogliere i dati e interpretare i risultati.

La ISO 59020 aiuta quindi a evitare uno degli errori più frequenti: attribuire la circolarità di un’organizzazione a un solo indicatore.

La fonte ufficiale può essere consultata direttamente sul sito ISO, ISO 59020:2024.

Dalla misurazione al Circular Check

Calcolare indicatori serve soprattutto a individuare dove intervenire.

Per questo la misurazione può essere inserita all’interno di un assessment più ampio. Il Circular Check consente di osservare diverse aree dell’organizzazione e mettere in relazione dati su materiali, processi, energia, logistica e gestione degli scarti.

In questo modo il risultato non rimane una percentuale isolata, ma diventa una mappa delle aree nelle quali il ciclo delle risorse funziona e dei punti nei quali si interrompe.

Per approfondire questo passaggio puoi leggere anche l’articolo Tecno Group dedicato al Circular Check e alla valutazione della circolarità aziendale [inserire URL dell’articolo precedente una volta pubblicato].

Indice di circolarità: come leggere il risultato

Un indice acquista significato quando viene letto nel tempo.

La prima misurazione definisce una baseline. Le rilevazioni successive permettono di verificare se gli interventi introdotti hanno modificato i flussi osservati.

Se, per esempio, aumenta la percentuale di materia riciclata utilizzata, diminuiscono gli scarti destinati a smaltimento e cresce la quota di componenti recuperati, gli indicatori permettono di osservare il cambiamento attraverso valori confrontabili.

La misurazione può così supportare la definizione di obiettivi e priorità, oltre alla raccolta di informazioni utili per la rendicontazione di sostenibilità.

E i circoli di qualità?

I circoli di qualità appartengono a un ambito differente rispetto agli indicatori utilizzati per calcolare la circolarità.

Si tratta di gruppi di persone che analizzano problemi e possibili miglioramenti legati ai processi aziendali. Non rappresentano quindi un indicatore di economia circolare né un metodo per calcolarne direttamente le performance.

Possono però trovare spazio nei processi organizzativi dedicati al miglioramento, anche quando l’impresa lavora sulla riduzione degli sprechi o sulla revisione dei flussi produttivi.

Non forzerei ulteriormente questa keyword nel testo, perché il legame semantico con l’indice di circolarità è debole e rischierebbe di rendere l’articolo meno preciso.

In sintesi

L’indice di circolarità permette di trasformare materiali, consumi, scarti e capacità di recupero in informazioni misurabili.

Il calcolo non coincide con una formula unica. Occorre prima definire il perimetro dell’analisi, raccogliere i dati sui flussi in ingresso e in uscita e scegliere indicatori di sostenibilità ambientale coerenti con le caratteristiche dell’organizzazione.

Standard come ISO 59020 offrono un riferimento per strutturare la misurazione, mentre strumenti come il Circular Check permettono di ampliare la lettura e individuare le aree sulle quali intervenire.

L’obiettivo finale non è ottenere soltanto un numero, ma capire dove una tonnellata di materiale, un metro cubo d’acqua o un componente possono restare più a lungo all’interno del ciclo.

Definizione e caratteristiche della ISO 50001

Cos’è la ISO 50001: la norma e la certificazione

Lo stretto legame tra sostenibilità energetica e ambientale ha stimolato, nel tempo, le aziende ad intraprendere azioni volte all’efficienza energetica, con benefici che vanno ben oltre la decarbonizzazione e il contrasto ai cambiamenti climatici.
L’efficienza energetica, infatti, è in grado di sostenere la crescita delle aziende in un mercato internazionale sempre più competitivo.
L’implementazione di un Sistema di Gestione Energia, oltre a generare vantaggi competitivi, migliora l’immagine aziendale e i rapporti con stakeholders, clienti, consumatori e istituzioni; consente di ridurre i consumi energetici e le emissioni di CO2, grazie alle azioni correttive suggerite.
Di seguito approfondiamo le caratteristiche del Sistema di Gestione Energia ed i benefici che la certificazione ISO 50001 apporta alle aziende e all’ambiente.

Sistemi di Gestione: cosa sono

Il Sistema di Gestione è un insieme di azioni programmate e coordinate, procedure operative, sistemi di documentazione e registrazione, definito in una norma riconosciuta a livello internazionale. Esistono diversi Sistemi di Gestione, a seconda del settore in cui questi sono sviluppati; a ciascuno di essi si applica una specifica norma tecnica volontaria.
L’obiettivo principale è attuare azioni che consentano all’azienda di tenere sotto controllo i propri processi e le proprie attività, con un miglioramento delle prestazioni.
I Sistemi di Gestione più diffusi sono:

  • Sistemi di Gestione sulla Salute e la Sicurezza: ISO 45001;
  • Sistemi di Gestione della Qualità: ISO 90001;
  • Sistemi di Gestione Ambientale: ISO 14001;
  • Sistemi di Gestione Energetica: ISO 50001.

Ciò che accomuna i Sistemi di Gestione è il Ciclo di Deming (Plan – Do – Check – Act), composto da 4 fasi:

  1. pianificazione degli obiettivi da raggiungere;
  2. realizzazione delle azioni pianificate;
  3. verifica dei risultati tramite misurazione, monitoraggio e audit;
  4. correzione o modifica eventuali dei risultati raggiunti, in linea con gli obiettivi prefissati.

Sistema di Gestione Energia ISO 50001: di cosa si tratta?

Il Sistema di Gestione Energia ISO 50001 fornisce strategie di gestione per aumentare e migliorare l’efficienza energetica, favorendo un uso dell’energia più consapevole e razionale, eliminando sprechi e riducendo i consumi.
L’obiettivo di questo sistema è guidare l’organizzazione – azienda, impresa, pubblica amministrazione – in un processo che permetta di gestire e migliorare in modo continuo il consumo dell’energia, garantendo una riduzione dei costi.

Secondo dati ufficiali ISO, le organizzazioni con ISO 50001 beneficiano nel breve termine di un miglioramento delle prestazioni energetiche del 10% e in alcuni casi anche maggiore: un risultato ottenibile attraverso la ridefinizione della cultura energetica dell’azienda, coinvolgendo tutto il personale.

Il Sistema di Gestione dell’Energia rappresenta un potente strumento nelle mani delle aziende, grazie a risultati concreti e duraturi nel tempo.
Attraverso il sistema di monitoraggio è possibile misurare real time i consumi energetici, rilevare eventuali criticità degli impianti e intervenire tempestivamente.

Le Grandi Imprese che implementano la ISO 50001 sono esonerate dall’obbligo di diagnosi energetica, a condizione che il Sistema di Gestione Energia includa un audit energetico realizzato in conformità con i criteri presenti nell’allegato 2 del D. lgs. 102/2014.

Adottare un Sistema di Gestione Energia aiuta, inoltre, a soddisfare alcuni obiettivi del Global Sustainable Development delle Nazioni Unite: energia pulita e accessibile, città e comunità sostenibili, consumo e produzione responsabili, lotta contro il cambiamento climatico.

Norma ISO 50001: cos’è e a che serve

La norma ISO 50001 è uno standard riconosciuto a livello internazionale che definisce i requisiti per un Sistema di Gestione Energia – SGE; una norma volontaria destinata a tutti i tipi di aziende, di qualsiasi dimensione, settore e posizione geografica.

Introdotta nel 2011, poi aggiornata nel 2018, si è diffusa in modo crescente nel mercato, divenendo un’opportunità per stimolare innovazioni di processo, prodotti e servizi offerti dall’organizzazione, migliorandone la competitività. I benefici derivanti dall’implementazione della ISO 50001 sono considerevoli:

  • ottimizzazione dei consumi energetici;
  • supporto alle imprese pubbliche e private affinché le risorse energetiche e aziendali siano sfruttate nel miglior modo possibile;
  • promozione e semplificazione della gestione di energia al fine di ridurre emissioni di CO2 e altre sostanze inquinanti, che contribuiscono al cambiamento climatico;
  • sostegno all’applicazione di nuove tecnologie nel settore dell’efficienza energetica;
  • integrazione con altri sistemi di gestione, tra cui sicurezza, ambiente, salute e qualità.

Certificazione ISO 50001: quali vantaggi riserva alle aziende

La certificazione ISO 50001 è il riconoscimento dell’impegno dell’azienda nell’adozione di una gestione efficiente dell’energia, una garanzia di affidabilità e credibilità per i clienti.
Riserva alle aziende vantaggi in termini di risparmio, efficienza energetica e sostenibilità ambientale. Vediamoli nel dettaglio:

  • miglioramento dell’immagine aziendale: dimostrazione del proprio impegno per la salvaguardia ambientale
  • maggiore competitività sul mercato: sempre più clienti prediligono e adottano strategie legate alla sostenibilità
  • inizio di un percorso virtuoso verso la sostenibilità ambientale: allineamento agli obiettivi Ue per il 2030 per la riduzione delle emissioni di CO2
  • ampliamento del portfolio clienti: la richiesta di prodotti e servizi sostenibili è in crescente aumento
  • rispetto dei requisiti normativi: grazie alla certificazione ISO 50001 è possibile accedere ai TEE – Titoli di Efficienza Energetica.

La lotta ai cambiamenti climatici è una priorità concreta, una leva dello sviluppo economico. Con la certificazione ISO 50001 la tua azienda diventa un esempio di sostenibilità sociale, culturale e ambientale; noi ti accompagniamo in questo percorso, preparando la tua azienda all’implementazione della norma ISO 50001.

Compila il form per saperne di più.

ISO 14064 tutto ciò che bisogna sapere

Carbon footprint Iso 14064: rendicontare le emissioni di gas serra

Le imprese che scelgono di conseguire la certificazione carbon footprint, calcolando e comunicando al pubblico l’entità delle proprie emissioni di gas serra, riescono ad ottenere numerosi vantaggi. L’impegno ambientale infatti viene premiato dai consumatori e non solo; vediamo quindi come sviluppare l’inventario delle emissioni GHG e perché è importante.

Carbon Footprint Organizzazione: contrastare i cambiamenti climatici con l’inventario delle emissioni GHG

Sono molte le aziende che scelgono di calcolare la propria impronta di carbonio, al fine di rendicontare le emissioni di gas ad effetto serra e fornire informazioni dettagliate a stakeholders e consumatori attenti alle performance ambientali delle imprese.

Con la Carbon Footprint un’azienda – ma anche un gruppo societario, un singolo cantiere o un sito produttivo – può quantificare la totalità delle emissioni di GHG (gas ad effetto serra) secondo un approccio di tipo inventariale. Cosa significa?

Che se per misurare l’impronta di carbonio di un prodotto viene analizzato l’intero ciclo di vita del bene, nel caso delle organizzazioni si procede con la redazione di un inventario delle emissioni di GHG, tenendo conto di quelle dirette, indirette da consumo energetico e altre emissioni indirette.

Quindi, l’azienda che vuole definire la propria impronta di carbonio e certificarsi, deve seguire quanto definito dalla norma tecnica internazionale ISO 14064 e predisporre:

  • l’inventario dei GHG (Greenhouse Gases – gas ad effetto serra);
  • la procedura di gestione relativa ai dati acquisiti;
  • il report dei GHG da destinare al pubblico.

CFO e ISO 14064: una norma internazionale per sviluppare, progettare e rendicontare

La norma ISO 14064:2019 specifica i principi e i requisiti utili alla quantificazione e alla rendicontazione delle emissioni di gas serra di un’organizzazione. Questa norma aiuta a sviluppare l’inventario delle emissioni di GHG, a gestire i progetti volti alla riduzione/eliminazione delle emissioni e a rendicontare e validare quanto rilevato.

La norma ISO 14064 si compone di tre parti, che possono essere usate anche separatamente:

La prima è dedicata ai principi e ai requisiti utili alla progettazione e allo sviluppo degli inventari di gas serra, incluso i parametri utili alla definizione dei confini di emissione dei gas serra.

La seconda parte è dedicata ai progetti volti a ridurre/eliminare le emissioni di gas serra dell’organizzazione.
Qui ci sono i dettagli utili a definire il progetto, monitorare, quantificare e rendicontare i dati.

La terza parte è dedicata alla verifica di quanto rilevato in merito alle emissioni di GHG.

Certificazione Carbon Footprint: quali vantaggi per le aziende?

L’identificazione delle proprie emissioni di gas serra consente all’azienda che intende conseguire la certificazione carbon footprint di ottenere diversi vantaggi.

Sul piano operativo l’organizzazione ha la possibilità di identificare le sorgenti massive e l’intensità delle emissioni di gas serra relative alle attività aziendali e fare la propria parte per il bene dell’ambiente.

L’inventario delle emissioni di GHG sviluppato diviene, inoltre:

  • un utile baseline per monitorare – da qui in avanti – il miglioramento delle performance ambientali dell’azienda;
  • uno strumento efficace per identificare e gestire i rischi relativi ai gas serra;
  • un dato utile a definire le politiche e le prossime strategie di gestione.

Sul piano comunicativo l’azienda ha la possibilità di coinvolgere e informare stakeholders interni ed esterni circa le performance ambientali dell’organizzazione. Ciò contribuisce a:

  1. Sostenere la Corporate Social Responsability (CSR)
  2. Migliorare la green reputation
  3. Stuzzicare l’interesse dei consumatori e della PA

Certificazione carbon footprint: il nostro processo virtuoso

L’impegno ambientale delle organizzazioni viene premiato. In che modo?

I consumatori – che sono sempre più attenti alla sostenibilità ambientale – tendono a preferire i prodotti e/o servizi delle aziende che hanno un approccio green. La pubblica amministrazione, così come gli enti locali, privilegiano le organizzazioni e le imprese dotate di certificazioni ambientali riservando loro l’accesso facilitato a bandi e gare d’appalti.

È per tutte queste ragioni che il nostro team ha scelto di accompagnare le organizzazioni interessate alla certificazione carbon footprint, in ciò che è stato più volte definito “un processo virtuoso”.

Di cosa si tratta? Del percorso recentemente descritto dai nostri ingegneri, ospiti degli ultimi webinar organizzati da Alma Laboris Business School.

First step: la parola d’ordine di questa prima fase è: consapevolezza. Aiutiamo l’azienda a calcolare l’impronta di carbonio nel rispetto delle norme ISO di riferimento. Gestione, conoscenza e monitoraggio.

Second step: prima di ogni intervento c’è un progetto, una struttura. È in questo momento che il rinnovamento e l’ottimizzazione delle prestazioni ambientali, dei consumi e delle emissioni di gas serra viene strutturato, tenendo conto di tutte le implementazioni e le azioni possibili.

Third step: mettiamo a disposizione del sito produttivo e dell’organizzazione interessata, un software di monitoraggio per agevolare la consultazione futura dei dati e la definizione delle prossime strategie aziendali.

Vuoi conseguire la certificazione Carbon Footprint? Approfitta della prima consulenza gratuita. Contattaci.

Carbon footprint prodotti alimentari

Carbon footprint alimenti: gli obiettivi delle etichette sostenibili

Limitare le emissioni provenienti dal settore alimentare è un’intervento necessario per poter contribuire al raggiungimento degli obiettivi fissati dal Green Deal. La relazione tra sostenibilità e salute spinge alla promozione della consapevolezza nei confronti dei consumatori. Nell’ambito della Farm to Fork Strategy la Commissione europea ha proposto un sistema di etichettatura nutrizionale obbligatorio armonizzato; un’etichetta trasparente, da cui far emergere i dettagli inerenti al processo produttivo e distributivo alimentare. Le etichette sostenibili evidenziano la carbon footprint degli alimenti. Vediamo di cosa si tratta e quali sono le posizioni dei Paesi Ue.

Etichette sostenibili: cosa sono

L’obiettivo delle etichette sostenibili è favorire la transizione verso modelli più green, considerando le emissioni di CO2, gli impatti sulla biodiversità e l’uso di pesticidi.
Le etichette sostenibili consentono ai consumatori di poter decidere se acquistare o meno un prodotto o sceglierne uno piuttosto che un altro.
L’etichetta è prodotta sulla base di specifici standard e considera diversi fattori ambientali. È utile ai consumatori perché:

  • permette di poter scegliere i prodotti alimentari venduti nei supermercati in base al loro impatto ambientale;
  • fornisce informazioni più complete;
  • rappresenta uno strumento efficace in grado di ridurre le emissioni di CO2 legate al settore alimentare;
  • influenza le decisioni dei consumatori, spingendoli verso l’acquisto di cibi meno inquinanti.

Greenwashing ed etichette sostenibili

La Commissione europea lavora da tempo su provvedimenti che possano cambiare le abitudini alimentari dei consumatori. Insieme alle autorità nazionali di tutela dei consumatori ha pubblicato i risultati di un’indagine effettuata sul mercato online; lo scopo era individuare le violazioni del diritto Ue per quanto riguarda la tutela dei consumatori.

L’indagine si è focalizzata sul greenwashing; sono state analizzate le affermazioni ecologiche utilizzate dai produttori ed è emerso che nel 42% dei casi sono risultate false, ingannevoli o potenzialmente scorrette.
L’idea di creare un’etichetta sostenibile unica nasce per rendere maggiormente consapevoli le scelte di acquisto dei consumatori e per annullare ogni tentativo di greenwashing, includendo criteri ambientali e nutrizionali.

Carbon footprint alimenti: da cosa dipende

Circa un terzo delle emissioni di gas serra è legato al settore alimentare, ecco perché le scelte dei piatti che i consumatori decidono di portare in tavola incidono notevolmente sul riscaldamento globale. Le etichette sostenibili non intendono imporre decisioni o restrizioni, cercano piuttosto di sensibilizzare e indirizzare le persone a compiere scelte che possano contribuire a diminuire l’impatto climatico e al contempo migliorare la propria alimentazione.

É importante evidenziare che la carbon footprint degli alimenti dipende da diversi fattori, quindi la responsabilità delle azioni sostenibili nel settore alimentare deve interessare tutti gli attori della filiera, non solo i consumatori:

  • produzione agricola (tradizionale o biologica);
  • tipologia di produzione (regionale, stagionale);
  • tipo di imballaggio;
  • tipologia di prodotto (fresco o congelato);
  • consumo di risorse naturali (acqua, suolo ed energia);
  • trasporto (veicoli o km 0).

Nutri Score ed Eco Score: in cosa consistono

Con l’etichetta nazionale a semaforo Nutri Score l’Ue ha voluto sperimentare un sistema molto simile a quello progettato per segnalare l’efficienza energetica degli elettrodomestici; uno strumento che Gran Bretagna, Francia e successivamente Belgio e Germania, hanno adottato senza problemi.
L’immagine di un semaforo assegna un colore ad ogni alimento in base al livello di zuccheri, grassi e sale contenuti in ognuno di essi. I cibi con semaforo verde sono preferiti rispetto a quelli con semaforo rosso.

Alcune organizzazioni appartenenti al settore alimentare francese hanno lanciato un sistema indipendente denominato Eco Score, nato successivamente al Nutri Score.

Lo scopo è promuovere la consapevolezza sull’impatto ambientale generato dalle abitudini alimentari dei consumatori. L’Eco Score tiene conto del ciclo di vita del prodotto, (produzione, trasporto, imballaggi) rispetto a quanto accade nell’etichetta a semaforo alimentare che invece considera gli aspetti nutrizionali.

Nutri Score: il pensiero dell’Italia

Il modello di etichettatura Nutri Score è universalmente riconosciuto da nutrizionisti e scienziati. Nonostante ciò, in Italia vi sono stati diversi ostacoli nella sua applicazione in quanto le indicazioni a semaforo sono state definite penalizzanti per la dieta mediterranea e per i prodotti made in Italy. Questo ha fatto sì che venisse introdotto il NutrInform Battery.

Nutrinform Battery: definizione e obiettivi del sistema a batteria italiano

Il NutrInform Battery è stato introdotto ufficialmente in Italia a dicembre 2020, in alternativa al Nutri Score. Si tratta di un sistema totalmente italiano proposto dalla Commissione europea e promosso dai Ministeri dello Sviluppo Economico, delle Politiche Agricole, della Salute e degli Esteri; è stato realizzato in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, il Consiglio per la Ricerca Economica e Alimentare e i rappresentanti delle associazioni di categoria dell’intera filiera agroalimentare e dei consumatori.

Il periodo sperimentale in cui è stato applicato il sistema a batteria ha fatto emergere quanto sia stato utile nel facilitare la comprensione da parte dei consumatori in merito all’apporto energetico e nutritivo degli alimenti. L’etichetta è pensata come una batteria in cui sono rappresentati i valori relativi ad una singola porzione di cibo consumata; sono indicate le percentuali di energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale presenti in ogni singola porzione, rispetto alla quantità raccomandata quotidianamente.

Gli obiettivi del sistema a batteria sono:

  • combattere le patologie legate alle cattive abitudini alimentari;
  • spingere i consumatori a ridurre l’impatto ambientale derivante dai cibi consumati;
  • valutare quanto incide ogni alimento all’interno della dieta alimentare.

Misura la carbon footprint alimenti e riduci l’impatto ambientale

La produzione alimentare responsabile consente di ridurre l’impatto ambientale e facilita le scelte di consumo. Ogni prodotto ha un’impronta di carbonio più o meno elevata, che dipende dalle emissioni di CO2 generate durante tutto il ciclo di produzione.

Le emissioni di gas serra nel settore alimentare derivano dall’utilizzo delle risorse naturali, dai materiali usati per il packaging e dai macchinari necessari per la produzione, il confezionamento e il trasporto.
Misurare la carbon footprint degli alimenti ti permette di ottenere importanti vantaggi, sia economici sia ambientali.

Vuoi dimostrare la responsabilità ambientale della tua impresa, valorizzare il tuo impegno green ed essere più competitivo sul mercato?
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Tassonomia UE e finanza sostenibile per la carbon neutrality

Tassonomia UE finanza sostenibile: misure per la carbon neutrality

Il settore finanziario europeo è al centro dello sviluppo economico ed ecologico dell’Europa nel lungo periodo. Affinché le decisioni di investimento siano sostenibili, la Commissione europea ha adottato un pacchetto su finanza sostenibile e tassonomia.
La bozza è stata approvata dalla Commissione Ue il 21 aprile 2021, ma l’adozione del pacchetto è avvenuta il 4 giugno 2021 in tutte le lingue ufficiali.
Cosa riguarda il pacchetto e qual è l’obiettivo delle misure proposte dall’Ue?

Pacchetto tassonomia Ue e finanza sostenibile: cos’è

La tassonomia è la classificazione delle attività economiche che l’Unione europea ha etichettato come sostenibili dal punto di vista ambientale. Rappresenta lo strumento che guida le scelte degli investitori e delle imprese, sulla base di una crescita economica che non impatta negativamente sul clima.

L’Unione europea intende contribuire al miglioramento del flusso di denaro verso le attività sostenibili in tutta l’Ue.
Soprattutto, migliora l’affidabilità e la comparabilità delle informazioni in tema di sostenibilità, prevenendo il fenomeno del greenwashing.

Le misure dell’Unione europea, inoltre, forniscono i criteri per l’assegnazione dei fondi del Green Deal europeo. Il Green Deal è un insieme di iniziative politiche proposte dalla Commissione europea con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica in Europa entro il 2050.

Cosa contiene il pacchetto Ue

L’Ue lavora continuamente alla costruzione di un sistema finanziario sostenibile, per condurre l’Europa verso la transizione alla carbon neutrality.
Il pacchetto di misure proposte dall’Unione europea si compone di:

  • un atto delegato relativo agli aspetti climatici della tassonomia Ue: presenta l’insieme dei criteri tecnici utili alla definizione delle attività che contribuiscono in modo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento ad essi; si tratta dei primi due dei sei obiettivi ambientali della tassonomia Ue;
  • una proposta per la Direttiva sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale (CSRD) che potrebbe modificare l’attuale obbligo sulla DNF. L’obbligo di reporting riguarderebbe anche le grandi società non quotate e le PMI quotate in mercati regolamentati, escluse le microimprese; in base a quanto previsto dall’art. 8 del Regolamento Ue 2020/852 la divulgazione delle informazioni avverrà in allineamento alla tassonomia;
  • sei atti delegati di modifica sui doveri fiduciari, sugli investimenti e sulla consulenza assicurativa per garantire che le società finanziarie (tra cui consulenti, assicuratori e gestori patrimoniali) includano la sostenibilità nelle procedure e nella consulenza in materia di investimenti ai clienti. Questi provvedimenti, una volta esaminati dal Parlamento europeo e del Consiglio dovrebbero essere applicati a partire da ottobre 2022.

​A partire dal 1° gennaio 2022 tutte le dichiarazioni non finanziarie (DNF) che si riferiscono all’esercizio 2021 devono riportare informazioni in merito alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici.

Tassonomia Ue sul clima e strategia per la finanza sostenibile

L’atto delegato sugli aspetti climatici della tassonomia Ue (misura proposta nel pacchetto dell’Unione europea) fa seguito alla strategia sulla finanza sostenibile del 2018. Questa ha attuato un piano globale per una crescita sostenibile ed inclusiva; promuove gli investimenti del settore privato in progetti green, migliorando la trasparenza e contenendo i rischi di un ecologismo di facciata.

La misura proposta nel pacchetto del 2021 riveste molta importanza perché fornisce ad imprese ed investitori i criteri in grado di determinare in che modo le attività economiche contribuiscono alla tutela dell’ecosistema senza arrecare danni all’ambiente.
Il documento è sottoposto a continue evoluzioni, alla luce degli sviluppi e del progresso tecnologico.

Green Deal, PNRR e principio DNSH

L’accesso ai finanziamenti del RRF (Recovery and Resilience Facility) è possibile solo se i PNRR (Piani nazionali di ripresa e resilienza) includono misure che concorrono alla transizione ecologica per il 37% delle risorse e non violano il principio DNSH (Do Not Significant Harm), cioè non arrecare un danno significativo all’ambiente.
Il principio DNSH si basa su quanto specificato nel Regolamento Ue 2020/852 tassonomia per la finanza sostenibile.
Il dispositivo RRF sostiene gli investimenti e le riforme che contribuiscono ad attuare l’accordo di Parigi e a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, come indicato nel Green deal europeo.

Tassonomia per la finanza sostenibile: gli obiettivi ambientali

Il regolamento Ue 2020/852 sulla tassonomia per la finanza sostenibile prevede sei obiettivi ambientali:

  • adattamento ai cambiamenti climatici: adottare misure adeguate che permettano di prevenire o ridurre al minimo i danni che può causare il climate change;
  • mitigazione ai cambiamenti climatici: prevenire o diminuire le emissioni di CO2 in atmosfera (aumentando la quota di energie rinnovabili, creare un sistema di mobilità più sostenibile, etc.);
  • uso sostenibile o protezione delle risorse idriche e marine;
  • applicazione dell’economia circolare, prevenzione, riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti;
  • prevenzione e riduzione dell’inquinamento;
  • protezione e ripristino delle biodiversità e degli ecosistemi.

Per verificare se una misura inserita nel PNRR è eco sostenibile deve essere riconducibile ad un’attività economica presente della Comunità europea (NACE) della tassonomia.

In caso contrario la valutazione si basa sulla coerenza con il quadro giuridico comunitario, sul rispetto delle BAT (Best Available Technique) cioè le condizioni adottate nei cicli di produzione, che garantiscono protezione ambientale, e la verifica dei criteri di sostenibilità previsti per i sei obiettivi ambientali.

Percorriamo insieme la strada verso la carbon neutrality

Misurare, quantificare e ridurre sono tre passi fondamentali per rendere sostenibile il tuo business.
Conosci i vantaggi della certificazione carbon footprint? Sai come rendere green la tua azienda?

Il nostro team è pronto ad illustrarti tutti i benefici del percorso verso la carbon neutrality.

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Carbon border tax UE

Carbon border tax Ue: decarbonizzazione e competitività delle imprese

A livello globale le emissioni di CO2 sono aumentate di oltre il 50% tra il 1990 e il 2012. Contrastare i cambiamenti climatici è diventato l’interesse di tutti i Paesi del mondo.

Gli SDGs (Sustainable Development Goals) dell’Agenda 2030 tengono conto delle tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: economica, sociale ed ambientale; l’obiettivo 13 promuove misure per combattere il cambiamento climatico e le conseguenze sul pianeta. Per fare in modo che tutti i Paesi si allineino a quest’obiettivo, il 10 marzo 2021 il parlamento europeo ha adottato una risoluzione per introdurre il CBAM, Carbon Border Adjustment Mechanism, anche noto come carbon border tax.

Le azioni e gli strumenti adottati dall’Unione hanno l’obiettivo di favorire la decarbonizzazione e contrastare la delocalizzazione aziendale in Paesi che hanno vincoli meno rigidi sulle emissioni di gas serra. Vediamolo nel dettaglio.

CBAM Carbon Border Adjustment Mechanism: cos’è

Il CBAM Carbon Border Adjustment Mechanism è un meccanismo di adeguamento delle emissioni dei beni importati in Ue.
É stato proposto nel Green Deal europeo, allo scopo di spingere i Paesi verso una maggiore ambizione climatica e tutelare la competitività interna dell’Unione.
Con il CBAM si penalizzano i beni che contengono maggiori emissioni, a causa delle filiere produttive inquinanti. Le merci che provengono da Paesi poco attenti a contrastare i cambiamenti climatici e a preservare l’ambiente sono tassate alla frontiera; ciò per fare in modo che le importazioni non siano economicamente più vantaggiose rispetto alle produzioni Ue.

Gli obiettivi della carbon border tax

Con la carbon border tax l’Ue intende adeguare il prezzo dei prodotti importati in base al quantitativo di emissioni di CO2 in essi presente. Rappresenta una misura di fiscalità ambientale in grado di:

  • tutelare la competitività delle imprese europee;
  • prevenire il rischio di una delocalizzazione industriale verso Paesi con norme meno rigide (evitare la carbon leakage, cioè la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio);
  • incoraggiare i produttori dei Paesi non Ue a rendere sostenibili i processi di produzione;
  • incentivare le industrie Ue ed extra Ue a raggiungere la decarbonizzazione, in linea con gli obiettivi dell’accordo di Parigi.

Come funziona il CBAM

Il CBAM è stato realizzato in conformità con le regole dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio).
La Commissione ha presentato la proposta di legge sul CBAM il 14 luglio; il meccanismo entrerà in vigore nel 2023, sotto forma di fase transitoria, fino al 2025.

Dal 2026 (quando il CBAM sarà operativo) gli importatori Ue devono dichiarare la quantità di beni e di emissioni in essi incorporate; la dichiarazione riguarderà le merci importate nell’anno precedente.
I certificati CBAM acquistati dagli importatori (corrispondenti al prezzo del carbonio che sarebbe stato pagato in caso di produzione in Ue) vanno restituiti.

I settori coinvolti sono quelli più a rischio carbon leackage: acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio ed elettricità. Il CBAM sarà applicato alle emissioni dirette di gas serra emesse durante il processo produttivo; dopo il periodo di transizione, la Commissione valuterà se estenderlo anche alle emissioni indirette, cioè quelle provenienti dall’energia utilizzata per la produzione dei beni.
Il CBAM sostituirà progressivamente l’ETS, il sistema per lo scambio delle quote di emissioni dell’Ue.

CBAM ed ETS: cosa hanno in comune

L’ETS è il sistema – attualmente in vigore in Ue – istituito per ridurre le emissioni di gas a effetto serra nei settori più energivori.

I partecipanti all’ETS hanno un tetto massimo di emissioni consentite; acquistano e vendono sul mercato quote di CO2, secondo le loro necessità ed entro il limite stabilito.
In Italia i soggetti coinvolti sono circa 1.200, di cui il 71% nel settore manifatturiero.
I gestori degli impianti hanno due possibilità:

  • investire nella riduzione delle emissioni di CO2, mediante l’utilizzo di tecnologie a basso contenuto di carbonio o attuando interventi di efficienza energetica;
  • acquistare quote di emissioni.

La Direttiva ETS, dal 1 gennaio 2005, ha imposto che gli impianti con elevati volumi di emissioni non possono funzionare senza autorizzazione ad emettere gas serra.
Gli impianti autorizzati devono monitorare ogni anno le emissioni emesse, compensarle e restituire un numero di quote in grado di garantire la copertura delle loro emissioni; in caso contrario pagano delle sanzioni.

Il CBAM si discosta dall’ETS in quanto non è un sistema cap and trade.
Sarà applicato solo alle emissioni che non beneficiano di quote gratuite nell’ambito dell’ETS in Ue; ciò per fare in modo che gli importatori e i produttori dell’Unione siano trattati in modo equo.
Le entrate del CBAM contribuiranno al bilancio dell’Ue.

La carbon footprint per un’economia decarbonizzata

É necessario che ognuno di noi compia azioni concrete per la transizione verso un’economia decarbonizzata; ciò per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e per partecipare concretamente al progresso economico e sociale del Paese.
Ridurre le emissioni di CO2 rende i processi di produzione più efficienti e sostenibili. Questo si riflette sull’acquisizione e sulla fidelizzazione dei clienti, sull’interesse degli investitori e sui rapporti commerciali con gli altri Paesi.

Con la carbon footprint determini gli impatti ambientali derivanti dall’organizzazione e dai prodotti che immetti sul mercato.
Il calcolo delle emissioni di CO2 ti permette di rilevare cosa impatta di più sull’ambiente e incide sul tuo bilancio; conoscere gli impatti ambientali della tua azienda ti rende consapevole degli interventi da attuare.

Distinguiti con noi, contattaci per sapere come ottenere la certificazione carbon footprint.

Nature based solutions per la decarbonizzazione

Nature-based Solutions: dalla politica UE ai vantaggi

Già da qualche anno l’UE sta spingendo su questi temi per supportare le politiche ambientali e per rispettare gli accordi presi a Parigi e non solo. Infatti, le NbS sono soluzioni che comportano molteplici vantaggi per la salute, l’economia, la società e l’ambiente. Ciò significa che spesso possono rappresentare soluzioni più efficienti ed economiche rispetto agli approcci tradizionali, a patto che siano appropriate o che vengano adattate al territorio in cui vengono realizzate.

Cosa sono le Nature-based Solutions?

Quello delle NbS è un concetto introdotto relativamente da poco dalla Commissione Europea, che in uno studio del 2015 ne ha fornito una prima definizione ufficiale, definendole come uno “strumento utile a perseguire obiettivi quali l’incremento della sostenibilità dei sistemi urbani, il recupero degli ecosistemi degradati, l’attuazione di interventi adattivi e di mitigazione rispetto ai cambiamenti climatici e il miglioramento della gestione del rischio e l’implementazione della resilienza”.

Un facile esempio di una soluzione nature-based può essere l’introduzione o la valorizzazione delle aree verdi nei centri urbani. Ciò genererebbe una serie di vantaggi ecosistemici come il miglioramento della qualità dell’aria, conservazione della biodiversità e assorbimento di gas climalteranti, per fare degli esempi.

Utilizzare e supportare le NbS significa combattere il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità da un lato, e dall’altro migliorare la qualità dell’aria e la sicurezza alimentare.

Nature-based Solutions e UE

I cittadini europei del nuovo millennio sono chiamati ad una serie di sfide come l’eccessiva urbanizzazione, il cambiamento climatico, le calamità naturali e una enorme e incessante perdita del capitale naturale.
Per di più, oltre il 70% dei cittadini europei vive nelle città e questo dato è destinato a crescere di altri punti percentuali entro il 2050. Ciò potrebbe tradursi in un ulteriore peggioramento della qualità della vita nei centri urbani.
Per risolvere questi problemi l’UE sta percorrendo la via delle Nature-based Solutions, o NbS.

Le soluzioni basate sulla natura, infatti, vanno a braccetto con le principali priorità politiche e sociali dell’UE e, nello specifico, sono perfettamente affini con gli obiettivi del Green Deal europeo. La Commissione Europea porta avanti attivamente dialoghi politici e iniziative di sensibilizzazione a livello europeo e mondiale per promuovere l’impegno, sviluppare un’ampia base di conoscenze e stimolare il nuovo mercato che sta nascendo.

Le attività di ricerca e di innovazione sulle NbS sono state compiute dall’Unione Europea attraverso il programma di finanziamenti Horizon 2020 e sono al centro del nuovo programma UE dal nome Horizon Europe. Nell’ambito di questi programmi le soluzioni nature-based verranno ulteriormente testate e valutate, con lo scopo di valutarne l’impatto e soprattutto i benefici che possono portare all’ambiente e alla comunità.

Per sintetizzare, la Commissione Europea ha stabilito quattro obiettivi principali da raggiungere attraverso le Nature-based Solutions:

  • stimolare l’urbanizzazione sostenibile, per rendere le città più vivibili e attraenti, e per migliorare la qualità della vita cittadina;
  • ripristinare ecosistemi degradati o abbandonati, per migliorare la resilienza degli ecosistemi;
  • sviluppare capacità di adattamento ai cambiamenti climatici, per migliorare lo stoccaggio biologico di CO2;
  • migliorare la resilienza e la gestione del rischio, per trovare una soluzione più efficiente rispetto ai metodi tradizionali.

NbS: linee guida e vantaggi

Sulla base degli obiettivi indicati, la Commissione Europea ha fornito delle linee guida per suggerire agli Stati membri come incanalare le proprie energie e le proprie risorse. In particolare, la Commissione ha evidenziato sette soluzioni su cui potersi concentrare fin da subito:

  • NbS per la rigenerazione urbana;
  • NbS per la cattura di CO2;
  • NbS per il recupero degli ecosistemi;
  • NbS per migliorare la qualità della vita cittadina;
  • NbS per migliorare la resilienza costiera;
  • NbS per ottimizzare l’utilizzo delle risorse;
  • NbS per valorizzare gli ecosistemi.

Scegliere una soluzione Nature-based, sostituendo i metodi tradizionali, significa optare per una scelta che sposa le leggi della natura senza creare danni ambientali e stravolgimenti degli ecosistemi.

Le soluzioni basate sulla natura, infatti, utilizzano – e non sfruttano – le risorse della natura – aria pulita, acqua e suolo – in modo intelligente, per affrontare le sfide ambientali. Lavorano in simbiosi con la natura, piuttosto che contro di essa, al fine di fornire modalità sostenibili ed economiche per raggiungere un’economia sempre più verde che sia competitiva ed efficiente in termini di risorse.

Lo sviluppo delle NbS potrebbe aiutare a creare nuovi posti di lavoro e nuove possibilità in un mercato fortemente in crescita. Un mercato con nuove regole, in cui il capitale naturale viene migliorato e rinnovato giorno dopo giorno, invece che esaurito.

Nature-based solutions e carbon credits

L’IUCN – Unione Europea per la conservazione della natura – ha riconosciuto le NbS come un importante strumento per affrontare le sfide della società moderna, come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la sicurezza alimentare. Inoltre, le NbS – secondo uno studio del Intergovernmental Panel on Climate Change – potrebbero diventare un’arma importantissima per limitare l’innalzamento delle temperature.

Negli ultimi anni sono state sempre di più le aziende impegnate dal punto di vista ambientale. Molte imprese stanno investendo in sostenibilità e, quindi, nelle Nature-based Solutions. Tra le altre cose, i crediti di carbonio sono uno dei meccanismi per investire in progetti NbS; ogni tonnellata di CO2 immagazzinata o evitata da un progetto genera un singolo credito, che può essere venduto per aiutare a finanziare il progetto mentre continua a proteggere e ripristinare la natura.

Vuoi saperne di più sui crediti di carbonio?

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Certificazioni di sostenibilità ambientale e aziendale con Amazon

Certificazioni di sostenibilità Amazon: da Climate Pledge Friendly a Carbon Trust

Amazon introduce la Climate Pledge Friendly ed impone, ai partner commerciali interessati, il conseguimento di almeno una delle certificazioni ambientali ammesse. Conosciamo la Reducing CO2 di Carbon Trust e scopri come snellire il processo di acquisizione dell’etichetta sostenibile.

Climate Pledge Friendly: un segno di riconoscimento per i prodotti sostenibili

Il colosso statunitense Amazon sceglie di porre il rispetto del clima quale requisito di posizionamento sul mercato.

Oggi, grazie alla Climate Pledge Friendly, le aziende interessate a vendere su Amazon possono anche dimostrarne il basso impatto ambientale.

Il gruppo americano ha infatti scelto di segnalare ai consumatori i prodotti eco-friendly tramite una clessidra alata, simbolo che raggruppa prodotti appartenenti a ogni categoria.

Le aziende che intendono prendere parte a questa iniziativa sono vincolate però al conseguimento di almeno una delle certificazioni di sostenibilità elencate dal marketplace. Tra queste c’è anche la Compact by Design, la certificazione made in Amazon per i prodotti dal design efficiente, la cui spedizione richiede meno imballaggi e meno energia.

“Questo progetto ha come obiettivo quello di aiutare i clienti nello scoprire articoli più sostenibili e incoraggiare i marchi a produrre prodotti più eco”.
Jeff Bezos, fondatore e CEO Amazon

Il piano strategico di Amazon a supporto dell’ambiente

L’etichetta Climate Pledge Friendly è una delle tante attività intraprese da Amazon; gruppo che ha scelto di avviare il The Climate Pledge, piano strategico volto al raggiungimento di più obiettivi in ambito ambientale, tra cui: la carbon neutrality entro il 2040 e il raggiungimento del 100% di energia rinnovabile entro il 2025. Inoltre, prevede investimenti pari a 100 milioni di dollari in progetti di riforestazione in tutto il mondo ed ha istituito un fondo – The Climate Pledge Fund – rivolto alle imprese/aziende che tramite i propri prodotti/servizi contribuiscono allo sviluppo di un’economia a basse emissioni di carbonio.

Carbon Trust: la sostenibilità ambientale e la prosperità economica possono camminare mano nella mano

Carbon Trust è il nome dell’associazione no-profit nata nel 2001 per aiutare le organizzazioni a ridurre le proprie emissioni di carbonio in atmosfera. L’associazione ha sede a Londra, ma è presente in tutto il mondo. La sua mission è quella di favorire e accelerare il passaggio ad un’economia a basso impatto di emissioni di GHG, per far sì che la sostenibilità ambientale e la prosperità economica possano camminare mano nella mano.

Certificazioni di sostenibilità: Carbon Trust Standard e Reducing CO2

Nel 2008 Carbon Trust introduce il Carbon Trust Standard, un marchio di qualità dedicato alle organizzazioni che vogliono dimostrare il rispetto degli standard ambientali. Questa certificazione – oggi presente a livello internazionale – viene conferita alle sole realtà capaci di ridurre – e testimoniare – le proprie emissioni anno dopo anno.

L’etichetta Reducing CO2 di Carbon Trust mostra, invece, che l’impronta di carbonio del prodotto si sta riducendo di anno in anno. Questa è tra le certificazioni di sostenibilità che Amazon accetta per beneficiare dei vantaggi della Climate Pledge Friendly.

Cosa deve fare un’azienda per ottenere queste certificazioni?

  1. Raccogliere tutti i dati relativi alle proprie emissioni;
  2. predisporre la documentazione che descrive la strategia di gestione e di riduzione delle emissioni;
  3. inviare il tutto all’ente di certificazione​;
  4. queste certificazioni sono vincolate all’uso della metodologia di misurazione della carbon footprint secondo i principi del GHG Protocol e/o della norma ISO 14064.

Misura la carbon footprint e vendi i tuoi prodotti online

Amazon non è il solo marketplace o brand che impone ai propri partner il conseguimento di una certificazione di sostenibilità. Zalando, ad esempio, esige il superamento di un esame di sostenibilità.
I consumatori devono poter accedere velocemente alle informazioni riguardanti un prodotto, e oggi quelle legate all’impatto sui cambiamenti climatici sono senz’altro le più desiderate. Inoltre, agevolare l’accesso a questo tipo di nozioni significa spostare i mercati verso pratiche più sostenibili.

Vuoi sfruttare i benefici della Climate Pledge Friendly di Amazon?
Con Tecno puoi misurare la carbon footprint e snellire gli step utili al conseguimento della certificazione Reducing CO2.

Contattaci per saperne di più.

Cosa c'è da sapere su PAS 2060 e ISO 14068

PAS 2060 e ISO 14068: standard che certificano la carbon neutrality

Con la legge europea sul clima l’Ue si impegna al raggiungimento della carbon neutrality entro il 2050. Le azioni dell’Unione europea non sono però sufficienti da sole nella lotta contro i cambiamenti climatici; per raggiungere l’obiettivo net zero (azzeramento delle emissioni) è necessaria una collaborazione globale.

Esistono diversi standard, strumenti e metodologie di supporto alle organizzazioni, utili all’abbattimento delle emissioni, alla gestione dei gas serra e al calcolo dell’impronta di carbonio. Un esempio sono gli standard che certificano la carbon neutrality: PAS 2060 e ISO 14068, quest’ultimo in fase di sviluppo.

Vediamo cosa si intende per neutralità climatica, cosa sono le certificazioni per la carbon neutrality e quali vantaggi portano alle aziende.

Neutralità climatica: cos’è e come raggiungerla

La neutralità climatica è il risultato di un bilanciamento tra le emissioni residue generate durante il ciclo di vita di un prodotto, di un servizio o di un’attività e il loro riassorbimento in atmosfera. Le emissioni di CO2 che non si possono ridurre sono compensate.

Il 14 luglio 2021 la Commissione europea ha adottato il pacchetto climatico Fit for 55.
Tutti gli Stati membri hanno preso l’impegno di portare l’Ue ad essere il primo continente ad impatto climatico zero entro il 2050; ciò mediante il raggiungimento di un primo traguardo che prevede la riduzione delle emissioni di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli raggiunti nel 1990.

ISO 14068: certificare la carbon neutrality

L’Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione (ISO) sta lavorando alla stesura del nuovo standard ISO 14068 “Greenhouse gas management and related activities — Carbon neutrality” per certificare la carbon neutrality.

La ISO 14068 intende promuovere una comprensione comune in merito alla neutralità carbonica e le modalità per potervi contribuire; si rivolge alle organizzazioni pubbliche e private.
In attesa della sua pubblicazione, prevista per il 2023, il riferimento normativo è lo standard PAS 2060 “Specification for the demonstration of carbon neutrality”.

PAS 2060: cos’è?

Lo standard PAS 2060 è stato lanciato nel 2010 dalla British Standard Institution (BSI) ed è riconosciuto a livello internazionale. Può essere utilizzato da aziende di qualsiasi settore e dimensione al fine di migliorare le proprie performance nell’ambito della carbon neutrality e aumentare la trasparenza delle dichiarazioni carbon neutral.

È applicabile a diverse attività e ambiti (costruzioni, produzione, trasporti, ecc.) e garantisce uniformità nelle tecniche di calcolo delle emissioni climalteranti, della loro riduzione, compensazione e di reporting finale.

PAS 2060 e decarbonizzazione: come funziona?

La norma PAS 2060 definisce un percorso di decarbonizzazione che parte dal calcolo e dalla riduzione delle emissioni di CO2, avvalendosi della carbon footprint (ISO 14064 e ISO 14067) fino alla compensazione delle emissioni che non è possibile ridurre.

La compensazione della CO2 avviene mediante i crediti di carbonio certificati e verificati da un ente terzo che garantisce l’assenza di carbon leakage (le emissioni di CO2 non aumentano in un’altra area a seguito della riduzione nell’area del progetto) ed evita il double counting (situazione di doppio conteggio per la stessa rimozione di carbonio o riduzione delle emissioni).

La certificazione PAS 2060 si ottiene a seguito di validazione delle azioni intraprese e dei risultati raggiunti mediante apposita documentazione.

PAS 2060 carbon neutrality: i vantaggi della certificazione

Il vantaggio principale della certificazione PAS 2060 riguarda il coinvolgimento degli stakeholder. Le affermazioni sono verificate, verificabili e trasparenti, contrastando il fenomeno del greenwashing. Inoltre le aziende che ottengono la certificazione PAS 2060 raggiungono:

  • ottimizzazione nell’uso delle risorse, riduzione dei consumi energetici e abbattimento dei costi;
  • accesso a nuovi mercati e fondi di investimento;
  • migliore posizionamento sul mercato, con conseguente fidelizzazione di clienti e consumatori, nonché nuove acquisizioni.

I progetti scelti per la compensazione delle emissioni di CO2 contribuiscono a ulteriori benefici per l’azienda, in termini di decarbonizzazione, di visibilità e di valore aggiunto agli occhi degli investitori.

Come diventare un’azienda carbon neutral: il nostro percorso di sostenibilità

La sostenibilità e l’etica sono un elemento altamente riconosciuto che le imprese possono sfruttare a proprio vantaggio anche sul mercato, ma è necessario realizzare azioni e interventi certificati per rendere tutto tangibile, concreto e verificabile.
Le certificazioni aziendali attestano le performance di valore dell’azienda, la responsabilità sociale e l’impegno nei confronti dell’ambiente, della comunità e degli stakeholder.

Con la ISO 14068 certifichi la carbon neutrality della tua azienda; è la garanzia di come contribuisci realmente alla lotta ai cambiamenti climatici e all’obiettivo net zero.

Il nostro percorso di sostenibilità prevede la definizione di una strategia immediata e reale; insieme stabiliamo gli interventi da attuare, le priorità e gli obiettivi da raggiungere.

Vuoi sapere come diventare un’azienda carbon neutral? Lasciaci i tuoi dati, sarai ricontattato da un un nostro consulente.

Come compensare le emissioni di co2 aziendali

Compensare le emissioni di CO2 con i crediti di carbonio

È possibile misurare, rendicontare, ridurre ed eliminare le emissioni di CO2 di prodotti, servizi e/o organizzazioni? Sì, con l’introduzione di piani di decarbonizzazione e l’adozione responsabile di crediti di carbonio, un’azienda può limitare e rimuovere le tonnellate di CO2 emesse. I vantaggi derivanti da queste operazioni sono molteplici; scopriamoli insieme nei prossimi paragrafi.

Crediti di carbonio: perché compensare le emissioni

Imprese, aziende, organizzazioni: la compensazione delle emissioni di carbonio oggi interessa proprio tutti.

Si lotta contro i cambiamenti climatici, bisogna adattare il proprio modello di business alle sfide ambientali e in ragione del conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030.

Chi non riesce a ridurre o eliminare le emissioni di CO2 e di altri gas serra nocivi prodotte – per la realizzazione di beni, servizi e per i processi aziendali – deve agire e compensare, ossia provvedere alla rimozione delle proprie emissioni.

I crediti di carbonio permettono di fare proprio questo: rimuovere una tonnellata di CO2 equivalente per ogni credito di carbonio acquistato, attraverso passaggi che possiamo affrontare insieme; ma di questo parleremo nei paragrafi successivi.

I benefici dei crediti di carbonio

Cosa ci guadagna l’impresa, l’azienda, l’organizzazione? I vantaggi sono tantissimi, sia di natura economica – dato che i certificati sono negoziabili – sia per reputazione.

Chi si impegna per la tutela dell’ambiente viene premiato; potenziali clienti, finanziatori, consumatori, partner favoriscono chi mostra di tenere a cuore le problematiche ambientali, rispetta le regole e agisce concretamente per il bene della comunità.

I crediti di carbonio permettono di differenziarsi dai competitor, di posizionarsi meglio sul mercato, di accrescere la competitività aziendale: compensare oggi equivale ad aumentare opportunità economico-finanziarie e comunicative.

Crediti di carbonio: definizione e meccanismo

I crediti di carbonio sono unità finanziarie dal valore pari ad una tonnellata di CO2 equivalente. Questi possono essere acquistati e rivenduti, e chi ne possiede può esporre sui propri servizi e/o prodotti un marchio per dimostrarne la detenzione.

Chi acquista un credito di carbonio dimostra di aver contribuito alla realizzazione di un progetto di tutela ambientale, che in genere interessa paesi in via di sviluppo, ma non solo.

Sono tante le parti interessate dal meccanismo dei crediti di carbonio; c’è un soggetto acquirente ed uno venditore, un ente esterno che si occupa del progetto di tutela ambientale e parti coinvolte indirettamente, in quanto attratte dalla capacità compensativa del soggetto che possiede crediti di carbonio.

Il mercato dei crediti di carbonio si è diffuso nell’ambito del Protocollo di Kyoto; negli anni ha subito le modifiche apportate dall’introduzione dell’Accordo di Parigi del 2015 ed oggi rappresenta il futuro, una valida occasione per conservare o prenotare il proprio “posto” nel mercato del domani.

Gestisci e riduci le emissioni di CO₂ della tua azienda

Vuoi implementare un progetto di carbon management per misurare, limitare e ridurre nel tempo le emissioni di CO₂ della tua azienda?

In Tecno ESG trovi esperti in carbon management pronti a supportarti nella definizione di un percorso personalizzato, che parte dalla misurazione della carbon footprint e prosegue con l’individuazione delle strategie più efficaci per ridurre progressivamente l’impatto climatico della tua organizzazione.

Ottieni la certificazione della carbon footprint per conoscere e rendicontare le emissioni di CO₂ associate alla tua organizzazione, ai tuoi prodotti o ai tuoi servizi. Definisci un piano di riduzione concreto e, per le emissioni residue che non è possibile evitare, valuta strategie di compensazione attraverso crediti di carbonio.

I nostri valori aggiunti:

  • soluzioni personalizzate;
  • assistenza costante, anche dopo l’intervento;
  • professionalità e trasparenza;
  • un percorso completo dalla misurazione alla riduzione e compensazione delle emissioni.

Inizia il tuo percorso di carbon management con noi: compila il form per essere ricontattato.

La sostenibilità nelle strutture ricettive, tra alberghi richiesti e soluzioni per imprenditori

Alberghi sostenibili: come misurare e ridurre la propria Carbon Footprint

I turisti selezionano e scelgono con cura la struttura alberghiera in cui trascorrere i giorni di vacanza o un viaggio di affari, ancor di più se si tratta di persone sensibili alle tematiche ambientali, che aderiscono a modelli green.
Ecco perché l’uso di materiali naturali e scelte imprenditoriali sostenibili – come quella di calcolare la carbon footprint, attuare tecniche sostenibili per la gestione delle risorse idriche ed energetiche, ridurre/eliminare oggetti in plastica monouso – permettono di distinguersi nel settore e di attrarre anche il turista sostenibile.

Turismo sostenibile: un fenomeno che cresce

Secondo i dati forniti da Fondazione Univerde con il rapporto annuale “Italiani, turismo sostenibile ed ecoturismo” nel 2017 i turisti italiani che hanno dichiarato di praticare turismo sostenibile erano circa il 18% degli intervistati. Negli anni questo dato è cresciuto all’83% (IX rapporto, ultimo e post Covid-19) e secondo i rilevamenti – proprio come per i turisti stranieri – nei prossimi decenni questa quota continuerà a crescere per il 66%.

Prima di scegliere la struttura in cui alloggiare, il 46% degli italiani si informa sull’attenzione che ha per l’ambiente e l’80% dichiara di utilizzare internet per le ricerche.

I turisti sostenibili esaminano la politica ambientale adottata dalla struttura, sono attenti ai servizi offerti e valutano positivamente la scelta di ricorrere a menu biologici o prodotti a km zero (39%).

Inoltre, per il 74% degli italiani il turismo sostenibile è quello più sicuro, sia per l’ambiente che per la salute.

I capisaldi dell’eco-sostenibilità: tra architettura e scelte responsabili

Sono molte le realtà del settore alberghiero che hanno scelto di contribuire al contrasto dei cambiamenti climatici attuando politiche green e facendo scelte responsabili. Chi intende agire partendo dalla parte fisica dell’edificio adotta materiali sostenibili, tra cui: terra, legno, sughero, canapa, prodotti riciclati, anche per arredare la parte interna ed esterna della struttura.

C’è chi sceglie di ricorrere a tecniche ad hoc per l’approvvigionamento energetico e idrico, mediante fonti pulite (biomassa, pannelli fotovoltaici); realtà che ricorrono ai pannelli solari per riscaldare gli ambienti e chi raccoglie l’acqua piovana da riutilizzare per il servizio lavanderia.

A queste scelte si uniscono quelle legate alla fornitura di beni e servizi quotidiani; pensiamo a chi propone menu realizzati attraverso l’esclusivo utilizzo di prodotti stagionali e chi nelle camere degli ospiti propone saponi naturali.

Hôtellerie: esempi di strutture eco-sostenibili

Non bisogna per forza ricorrere alle grandi catene alberghiere o varcare il confine per praticare turismo sostenibile. Anche in Italia, infatti, crescono le strutture ricettive amiche dell’ambiente.

La casa sull’albero è una testimonianza tutta italiana. Si trova a Como ed offre una sistemazione eco-sostenibile per meeting ed eventi. L’edificio è realizzato con materiali sostenibili, legno e pietra; l’arredo interno è caratterizzato da pezzi unici realizzati con legno recuperato dalle baite di montagna abbandonate – dunque riciclato – e l’esperienza offerta al turista è completamente eco-sostenibile.

Starhotels E.c.h.o. (Ecological Contemporary Hotel) si trova nel centro di Milano ed offre numerosi spunti green ai suoi clienti. L’organizzazione ha acquisito più certificazioni ambientali; adotta una gestione sostenibile delle risorse, quali energia e acqua; le camere sono arredate secondo i principi della sostenibilità e i servizi offerti – come la ristorazione – rispettano l’ambiente.

Sul Lago di Garda c’è il Lefay Resort & SPA, una struttura che si distingue per: il design interno realizzato con materiali naturali locali, il raccoglimento dell’acqua piovana per la gestione del servizio lavanderia e molto altro.

Poi c’è il Vigilius Mountain Resort, un hotel vicino Bolzano realizzato secondo la teoria dei tre zeri: zero emissioni, zero chilometri e zero rifiuti.

Alloggio sostenibile: come rendere la propria struttura eco-friendly

Possiedi e/o gestisci una struttura alberghiera (hotel, b&b, villaggio, ecc.) e vuoi renderla eco-friendly per attirare anche il turista sostenibile? Ecco alcuni suggerimenti:

  1. misura le emissioni di CO2 della struttura con la carbon footprint di organizzazione e metti in atto azioni diverse per la riduzione dei consumi energetici e delle risorse;
  2. fai scelte sostenibili: utilizza prodotti ecologici e biodegradabili per la pulizia dei locali e materiali naturali per i detergenti da offrire nelle camere degli ospiti;
  3. riduci o elimina oggetti in plastica monouso e l’uso di carta, poi raccogli e gestisci accuratamente i rifiuti;
  4. se offri un servizio di ristorazione proponi cibi biologici, magari a km zero (o quasi) e prodotti etichettati con certificazioni riconosciute;
  5. comunica il tuo impegno pro-ambiente ai turisti registrandoti a piattaforme di booking online per strutture eco-friendly.

Cercasi alberghi sostenibili: i network preferiti dal turista consapevole

Tra le piattaforme online che oggi consentono al turista sostenibile di fare ricerche mirate all’individuazione di sole strutture ricettive amiche dell’ambiente ci sono: EcoWorldHotel, Ecobnb e Stay for the planet.

EcoWorldHotel è stato il primo portale online dedicato al booking di hotel e b&b sostenibili. Ecobnb, è una piattaforma molto in voga, che permette al turista di cercare ogni tipo di soluzione sostenibile, dalla catena alberghiera al b&b. Poi, c’è Stay for the planet, iniziativa di LifeGate proposta come rating sostenibile per orientare la scelta dell’utente.

L’elemento comune a queste piattaforme è che per entrare a far parte delle strutture che tali network propongono all’utente/turista bisogna rispettare precisi requisiti di sostenibilità, come possedere certificazioni ambientali.

Carbon footprint di organizzazione: misurazione, azione, agevolazione

Con la carbon footprint il brand riesce a quantificare le emissioni di CO2 relative ai processi e alle attività aziendali. Un calcolo strutturato nel rispetto di uno standard internazionale (ISO 14064) che tiene conto di tutte le emissioni, quelle dirette (imputabili all’attività dell’organizzazione), quelle indirette (relative all’uso di fonti energetiche) e altre emissioni indirette (dovute ad attività esterne, ma collegate all’organizzazione).

Perché una realtà ricettiva dovrebbe calcolare la carbon footprint di organizzazione? Molti brand scelgono di partire da qui per definire un programma strategico imprenditoriale che punti alla responsabilità sociale e alla valorizzazione dell’immagine aziendale. Per arrivare a ridurre o compensare le proprie emissioni di CO2 bisogna prima quantificare, per poi individuare e agire.

Chi dimostra di ridurre le proprie emissioni e possiede la certificazione carbon footprint di organizzazione può facilmente accedere alle piattaforme online dedicate al booking di strutture sostenibili e quindi giovare della visibilità e di altri vantaggi correlati.

Se desideri attirare anche l’attenzione del turista sostenibile, calcola la carbon footprint con i nostri esperti. Scrivici.

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Dalla sostenibilità alla gestione dell’energia, dalla compliance alla digitalizzazione dei processi, supportiamo le imprese nell’interpretare i cambiamenti e trasformarli in azioni concrete.

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